Una giustizia più umana richiede l’apertura ad una cultura del perdono

di Fabio G. Angelini - Pubblicato su Sir - 22 dicembre 2015



In un periodo in cui l’incertezza, la conflittualità sociale e la sfiducia regnano incontrastate nelle nostre vite, l’Anno santo rappresenta – per credenti e non credenti – un’occasione di rinnovamento che ci spinge a riflettere su come sia ancora possibile usare parole come misericordia, perdono, amore con riferimento al nostro stile di vita. In particolare, uno degli ambiti rispetto ai quali la risposta a tali interrogativi può contribuire ad accrescere la nostra consapevolezza innescando processi di maturazione sul fronte istituzionale, nel segno dell’inclusione, è rappresentato dal tema della giustizia.

L’occasione per tale impegnativa riflessione pare offerta proprio dall’esortazione che Papa Francesco ha rivolto, nel suo Messaggio per la giornata mondiale della Pace 2016, agli Stati affinché assumano “gesti concreti, atti di coraggio nei confronti delle persone più fragili delle loro società, come i prigionieri, i migranti, i disoccupati e i malati”. In particolare, il Santo Padre ha rivolto un pensiero ai detenuti, dapprima, esortando le istituzioni ad adottare misure concrete per il miglioramento delle loro condizioni di vita e a far sì che le sanzioni penali risultino effettivamente ispirate a finalità rieducative e, successivamente, rinnovando l’appello per l’abolizione della pena di morte e a considerare la possibilità di un’amnistia.

Quello di Francesco è, invero,l’auspicio a che il perdono non resti confinato solo nella sfera privata ma raggiunga una dimensione istituzionale tale da creare rapporti di convivenza armoniosa.

Un appello in piena sintonia con quelli espressi dai suoi predecessori su questo tema ma che, in occasione dell’anno santo dedicato alla Misericordia, assume evidentemente una valenza speciale per ciascuno di noi.

L’essere l’uomo a immagine e somiglianza di Dio – principio questo da cui discende la visione integrale della persona e dello sviluppo umano espressa dal magistero sociale della Chiesa e richiamata con forza sia nell’Evangelii Gaudium che nell’enciclica Laudato Si’ – implica, infatti, la necessità di abbandonare qualsiasi visione della giustizia in termini di mera reciprocità, tipica della visione contrattualistica o retribuzionistica, per abbracciare un significato autenticamente umano, aperto al perdono.

Nella visione cristiana esso “non elimina, né sminuisce l’esigenza della correzione, propria della giustizia, e non prescinde neppure dal bisogno di conversione personale” (Francesco, 30 maggio 2014). Contrariamente alla logica contrattualistica, il perdono permette però di andare oltre, cercando di ristabilire i rapporti e di reintegrare le persone nella società. Secondo l’insegnamento di Giovanni Paolo II, infatti, “la giustizia non si limita a stabilire ciò che è retto tra le parti in conflitto, ma mira soprattutto a ripristinare relazioni autentiche con Dio, con se stessi, con gli altri. Non sussiste, pertanto, alcuna contraddizione fra perdono e giustizia. Il perdono, infatti, […] punta a reintegrare sia le persone e i gruppi nella società, sia gli Stati nella comunità delle Nazioni. Nessuna punizione può mortificare l’inalienabile dignità umana di chi ha compiuto il male. La porta verso il pentimento e la riabilitazione deve restare sempre aperta” (Messaggio per la giornata mondiale della Pace 1997).

L’odierno appello di Francesco a valutare la possibilità di concedere un’amnistia nel segno del Giubileo della Misericordia, non deve perciò intendersi come una resa nei confronti del male, bensì come un segnale di fiducia nell’uomo: una chiara manifestazione di sensibilità tesa a stimolare l’impegno dei detenuti a un personale recupero in vista di un positivo reinserimento nella società.

Si tratta di un altro tassello della grande sfida lanciata da questo pontificato, “affinché le misure adottate contro il male non si accontentino di reprimere, dissuadere e isolare quanti lo hanno causato, ma li aiutino anche a riflettere, a percorrere i sentieri del bene, a essere persone autentiche che, lontano dalle proprie miserie, diventino esse stesse misericordiose” (Francesco, cit.).

Secondo l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, dunque, essa deve tradursi in sistemi penali ispirati al rispetto della dignità umana, da intendersi sia quale limite all’arbitrarietà e agli eccessi dei pubblici poteri, sia come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano attacchi alla dignità e all’integrità della persona umana. È su questo fronte che, per usare l’espressione di Francesco, sta “la differenza tra una società includente e una escludente, che non mette al centro la persona umana e prescinde dagli avanzi che non le servono più” (ult. cit.).