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Pio
XII (cfr. intervento Benedetto XVI del 9 ottobre 08)
di Rocco
Buttiglione
Negli anni immediatamente successivi alla fine della
Seconda Guerra Mondiale, Pio XII godeva di buona, anzi ottima, fama non
solo in Italia ma in tutto il mondo e anche nella comunità ebraica. Era
il papa che aveva guidato la resistenza morale degli italiani contro la
guerra, la resistenza di quelli che non volevano uccidere e non volevano
morire.
La Chiesa era stata
negli anni terribili il punto di riferimento di tutti i perseguitati,
l’unico luogo in cui si potesse cercare ancora un ultimo resto di
umanità. Pio XII era il papa che con i suoi radiomessaggi di Natale
aveva riconciliato la Chiesa cattolica con la democrazia, e fatto una
grande catechesi della democrazia senza la quale non ci sarebbe stata
forse la grande affermazione delle forze di Democrazia Cristiana né in
Italia né in Germania né in altri paesi europei.
Era ottima l’immagine di Pio XII nella comunità ebraica:
era stato l’ispiratore della più grande campagna di ospitalità
clandestina offerta a dei perseguitati di cui si abbia memoria nella
storia. Molte migliaia di ebrei gli dovevano la vita e non perdevano
occasione per ringraziarlo.
L’immagine cambia con il dramma di
Friedrich Dürrenmatt
“Il Vicario”. Un’opera che è parte di una grande operazione culturale
che dà un potente contributo alla nascita della mentalità del ’68 in
Germania. Adenauer aveva pensato che il nazismo fosse (come del resto il
comunismo) il risultato di un tradimento del cristianesimo da parte
dello spirito germanico. La vera risposta alla catastrofe della guerra
era dunque il ritorno al cristianesimo.
Il dramma di Dürrenmatt
si inserisce nello sforzo di generare una differente autocoscienza dello
spirito tedesco: il nazismo deve essere visto come un movimento in cui
confluisce tutta la tradizione dello spirito tedesco che si oppone al
comunismo.
Il libro di György
Lukács “La
distruzione della ragione” delinea esattamente questa tesi. Per darle
forza è necessario inventare una continuità fra cristianesimo e nazismo
e in modo particolare fra l’antiebraismo cristiano e l’antisemitismo
nazista. Si cerca così di far dimenticare le radici del razzismo nazista
nello scientismo tedesco del secolo XIX e poi nel darwinismo ed in
particolare nel darwinismo sociale.
Quali che siano le colpe dell’antiebraismo cattolico, non è
possibile stabilire nessuna continuità fra esse e l’Olocausto. Il
nazismo è sì una specie di anticomunismo assoluto, ma è un anticomunismo
pensato all’interno di un inglobante scientista e ateo, non cristiano.
E’ il risultato di una scissione all’interno del medesimo
movimento di allontanamento dal cristianesimo che è segnato per un verso
da Marx e per un altro da Nietzsche.
La cultura del ’68 trasforma invece il nazismo in unico
avversario, occulta le responsabilità del comunismo e cerca di legare
fra loro nazismo e cristianesimo.
Pio XII cade vittima di questa operazione culturale.
Ci si può domandare: come mai quella spregiudicata
operazione culturale ha potuto avere tanto successo? Pio XII, come
tutti i suoi contemporanei, vedeva il mondo in un modo diverso da come
lo vediamo noi. Vedeva la guerra come guerra fra due totalitarismi
ugualmente anticristiani e già condannati entrambi dal suo predecessore
Pio XI con due importanti encicliche (Divini Redemptoris e Mit
Brennender Sorge). Per questo ritenne di non poter condannare di nuovo
in modo solenne il nazismo. Doveva condannarli ambedue o nessuno. La
cultura europea degli Anni ’30 era convinta che l’epoca delle democrazie
fosse finita e che il futuro appartenesse ai regimi totalitari. Nessuno
immaginava né l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra né la loro
enorme potenza. Nessuno poteva immaginare l’invenzione della bomba
atomica. Nessuno poteva immaginare che alla fine il vero vincitore della
guerra sarebbe stata l’America e non la Russia.
Era così irragionevole questa visione? Certamente no. Se
non avessero avuto la bomba atomica gli americani avrebbero affrontato
le spese e i rischi necessari per difendere l’Europa dal comunismo?
Probabilmente no.
Pio XII tutto questo non lo immaginava e non poteva
immaginarlo. Pensava, piuttosto, che la sconfitta della Germania avrebbe
consegnato l’Europa al comunismo. Sperava, allora, che fosse possibile
separare Germania da nazismo. Era a conoscenza della cospirazione che
portò poi all’attentato del 20 luglio e la incoraggiò.
La diplomazia pontificia favorì i contatti fra i
cospiratori e le potenze alleate. La speranza era che la Germania si
sbarazzasse del nazismo senza disfarsi e senza cessare di essere un
baluardo contro il comunismo.
Oggi, con il senno di poi, noi vediamo la Seconda Guerra
Mondiale come una guerra delle democrazie contro il totalitarismo. Anche
questa visione è però difettosa. Fu la guerra delle democrazie alleate
con un totalitarismo contro l’altro totalitarismo.
Il destino che Pio XII temeva per l’Europa, effettivamente
lo hanno subito la Polonia e tanti altri paesi dell’Europa Centrale ed
Orientale.
Solo chi manca completamente di senso storico può
condannare un grande Papa che ha fatto il meglio che un uomo poteva fare
nelle condizioni difficilissime in cui la storia lo ha posto.
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