E se ripartissimo, invece, dall’articolo 41?

di Flavio Felice, Riccardo Gotti Tedeschi - Pubblicato su Europa del 31 marzo 2012

In questi giorni particolarmente intensi per il governo ed il parlamento ci pare più che opportuna una riflessione sul tema della concorrenza. Termine frequentemente abusato, talvolta assolutizzato come fine di ogni processo economico e non invece come mezzo, un processo regolato a beneficio di imprese e di consumatori (ed è interessante in ottica comparatistica, come il modello europeo sia storicamente più sensibile agli operatori concorrenti in un certo mercato, mentre quello americano è più consumer friendly, e dunque focalizza sui vantaggi prodotti a valle dei processi concorrenziali).
Il paese oggi appare in una fase di transizione, bisognoso di una strategia industriale chiara e univoca e di medio-lungo termine, che faccia ripartire la crescita. Ma quali sono le patologie del nostro paese che non hanno permesso di garantire un mercato realmente e totalmente aperto, davvero concorrenziale, una vera e propria workable competition?
La domanda ci rimanda a una considerazione di fondo che come Centro studi Tocqueville-Acton abbiamo particolarmente a cuore, ovvero la prospettiva antropologica, il fine dato al processo concorrenziale. Sul piano antropologico ed economico, l’impatto della crisi (e di un processo di privatizzazioni in Italia non perfettamente gestito) è stato inevitabile. Le cosiddette tre dimensioni dell’uomo economico (produttore, compratore, investitore) sono entrate in conflitto poiché il lavoratore italiano lavora in un’impresa di cui non compra i prodotti perché non li trova competitivi, e nella quale non investe perché essa non offre sufficiente rendimento. Se poi la stessa persona compra prodotti di un’impresa concorrente a quella per cui lavora, investendovi magari anche il proprio capitale, la sua azienda è destinata a fallire e lui a restare senza lavoro e di conseguenza a perdere anche le dimensioni di consumatore e di investitore.
Ecco che la domanda resta, e richiede un approfondimento. Ne abbiamo discusso in occasione di un convegno dal titolo “Lo stato della concorrenza in Italia, analisi e prospettive”, organizzato dal Centro studi Tocqueville-Acton e dall’Osservatorio antitrust dell’Università di Trento, tenutosi a Roma.
Sono intervenute personalità di primo piano come Antonio Pilati (già componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato), e Alfredo Macchiati, e non ha mancato di far pervenire il suo messaggio Giulio Sapelli. Se si potesse fare una considerazione di sintesi, è efficace la battuta sempre arguta e molto stimolante di Sapelli, che ha ricordato come le privatizzazioni degli anni Novanta furono un’occasione mancata. Senza le liberalizzazioni effettuate per tentare di risanare il debito pubblico, queste si sono trasformate di fatto in una sorta di deprivazione di una parte importante del patrimonio industriale sotto la sovradeterminazione dell’oligopolio finanziario internazionale e di gruppi di interessi nazionali. Per Sapelli gran parte delle ragioni della mancata crescita endogena che oggi la crisi economica mondiale esalta risiede proprio nell’errata politica di privatizzazione di quegli anni.
Se poi Pilati ha richiamato la necessità di riformare energia e servizi pubblici a livello locale, così Macchiati ha mosso eleganti critiche alle misure di liberalizzazione in via di approvazione, ritenute insufficienti per superare la fase di immobilismo. L’occasione del convegno è stata utile anche per riprendere il tema accantonato del disegno di legge costituzionale per la modifica dell’articolo 41. La distonia tra l’articolo 41 e i principi di libero mercato fondanti l’Ue è certamente evidente: pensiamo alle quattro libertà fondamentali espresse nel Trattato, ai vecchi articoli 81, 82 e 86 del Trattato ma anche 98 (ora 120), e pensiamo all’innumerevole giurisprudenza comunitaria che ha applicato ed interpretato questi principi secondo una visione ordoliberale dell’economia sociale di mercato.
Ecco che i principi della concorrenza entrano in Italia attraverso una via europea, addirittura con una legge ordinaria, “nonostante” l’articolo 41 della Costituzione formulato secondo un’impostazione di compromesso culturale tra la corrente di Dossetti e quella di De Gasperi (diversamente da quanto affermato tempo fa in televisione da Rodotà, che avrebbe imputato a Luigi Einaudi la paternità dell’articolo 41), tutt’altro che connotata da principi di economia sociale di mercato.
Tuttavia notiamo che l’articolo 41, benché specialmente al comma 3 rifletta una visione dirigistica dell’economia, non ha ostacolato le riforme in Italia nemmeno nel passaggio cruciale dallo stato gestore allo stato regolatore. In fondo, come qualcuno ha argutamente sottolineato, l’articolo 41 è tanto poco “sovietico” da aver passato indenne il ciclone dell’integrazione europea, e nulla ha a che vedere con i lacci della burocrazia che invece dipendono dalle incapacità del legislatore di semplificarla.
In nome dell’articolo 41 sono state attuate leggi profondamente diverse tra di loro: così come è stata approvata una legge di “programmazione economica” negli anni ’60, notiamo che 30 anni dopo è stata istituita l’Autorità antitrust.
Lo sbandieramento della riforma costituzionale ha dunque ragion d’essere come norma “manifesto”, ma non deve offuscare la necessità di riforme reali per la crescita e lo sviluppo.
Del resto, oggi il ricorso ai principi comunitari da parte dei giudici già permette l’enforcement diretto delle norme sulla libera concorrenza previste nel Trattato Ue. Sul tema ci siamo espressi come Centro Studi cercando di offrire al dibattito una visione ridimensionata della reale portata dell’articolo in questione, ma anche proponendo una modifica del solo terzo comma dell’articolo 41, che è la seguente: «La legge garantisce la tutela dei consumatori e la fornitura dei servizi di interesse generale in regime di libera concorrenza, sanzionando chiunque operi per impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza. È incompatibile con il mercato in regime di libera concorrenza lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato nazionale o su una parte sostanziale di questo».
Sia chiaro però l’assunto di base, che cioè non è l’articolo 41 la medicina per uscire dalla crisi, ma questo rappresenta semplicemente una sorta di avallo normativo più coerente e lineare all’auspicata stagione di riforme che questo paese richiede.