Economia: ripartiamo dal risparmio e dalla qualità dei consumi

di Flavio Felice - English Version



"Il Presidente del Consiglio Mario Monti, in un’intervista al quotidiano tedesco “Die Welt”, ripresa da “Corriere della Sera” dell’11 gennaio, ha affermato: “Amo molto la Germania. Soprattutto per le sue enormi conquiste, per la sua economia sociale di mercato. È un modello straordinario. La Germania lo ha sviluppato e poi lo ha esportato in Europa, e questo in tre tappe: i Trattati di Roma del 1957, il Trattato di Maastricht e poi il Trattato di Lisbona. La Germania è il paese che ha dato di più all’Europa – cioè un modello di società funzionante e ben equilibrato”.

Al di là dei giudizi sull’operato del governo presieduto dal professor Monti, vorrei soffermarmi su un aspetto particolare di tale modello economico: “l’ordine di mercato”, ponendolo in relazione all’attuale crisi economica e finanziaria.
Diciamo immediatamente che tre sono gli aspetti peculiari del modello dell’economia sociale di mercato. In primo luogo, la libera concorrenza è assunta come parte integrante della politica sociale e un elemento indispensabile del bene comune.

Compito dell’autorità politica è di promuoverla e di difenderla dai nemici di ogni tipo, specie e ideale, attraverso la costituzione di un ordinamento le cui istituzioni siano forti e credibili. In secondo luogo, i padri di tale modello economico assumono le istituzioni politiche ed economiche come funzione della cultura e della visione dell’uomo che animano quell’ordinamento. Infine, i teorici dell’economia sociale di mercato assumono il meccanismo dei prezzi come indispensabile bussola del sistema economico e il discrimine tra un sistema economico basato sulla concorrenza ed uno fondato su principi burocratico-dirigistici. Ciò detto, con particolare riferimento alla crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti tra il 2007 e il 2008, innanzitutto, andrebbe rilevato che ci troviamo di fronte ad una crisi strutturale e, in quanto tale, essa richiede tempi lunghi per essere assorbita. In secondo luogo, è probabile che la ragione per cui si protrae nel tempo sia da ricercare nel contesto culturale nel quale essa è maturata. È appena il caso di ricordare che, per la prospettiva dell’economia sociale di mercato, i processi economici sono sempre funzione del quadro culturale, ne sono influenzati e lo influenzano a loro volta. Come recita il testamento spirituale di Röpke, c’è sempre qualcosa che va “oltre l’offerta e la domanda”.


Secondo una simile prospettiva, mi permetto di interpretare, oggi vivremmo all’interno di un doppio fraintendimento. Da un lato ci appelliamo alla prospettiva di lungo periodo, affinché le scelte di politica economica non siano dettate dalle urgenze del tornaconto politico. Dall’altra parte, ragioniamo come se il lungo periodo fosse la somma di tanti brevi periodi. In secondo luogo, ci strappiamo le vesti per il crollo dei consumi, come se il motore dell’economia di mercato e dei processi che la sottendono fossero questi. Una più attenta riflessione ci aiuterebbe a riscoprire una stravagante realtà: il motore di questo sistema che chiamiamo capitalismo, economia di mercato, d’impresa o, più semplicemente, economia libera, è il risparmio; il risparmio investito in progetti imprenditoriali ad alto valore aggiunto, i quali sono tali se incrociano un’alta produttività del lavoro. Un’analisi che non sia meramente quantitativa della crescita economica ci dice che sarà la qualità del consumo ad indicarne cifra e non il consumo in quanto tale.
Il denaro artificiosamente “a buon mercato” distorce lo stesso mercato del denaro e annulla la funzione di bussola svolta dal sistema dei prezzi. Una distorsione che si riflette, in primis, sulla quota sempre minore di reddito destinata al risparmio a vantaggio del consumo e che, in secondo luogo, finisce per impattare sugli investimenti che assumeranno la cattiva informazione derivante dalla quota artificiosamente alta dei consumi. Ai fini di tenere artificiosamente basso il tasso d’interesse, il deficit di risparmio sarà compensato da politiche monetarie espansive. In definitiva, una grande illusione diffusa dalla falsa informazione che ci proviene dalla violenza operata sui mercati dei beni e dei servizi.
Tutto ciò significa che l’uscita da una crisi strutturale necessita di una ristrutturazione delle nostre economie, a partire dalle scelte individuali. Non esiste macroeconomia che non sia riducibile alle azioni individuali e alla capacità sovrana di scelta dei singoli individui in ordine ai consumi, al risparmio e all’investimento. Il calo dei consumi potrebbe riflettere, ad esempio, la situazione nella quale la nuova struttura della domanda non incrocia ancora un’offerta adeguatamente ristrutturata. Tutto ciò non si risolve nel breve periodo e con qualche politica economica di stimolo ai consumi, necessita innanzitutto di comportamenti diversi; in breve, richiede una cultura diversa, che, oltre a non demonizzare il mercato, neppure lo violenti e lo umili.
I teorici dell’economia sociale di mercato ci hanno insegnato che il mercato, oltre a non essere Satana, non è neppure un mero algoritmo. Il mercato è le sue istituzioni; è quello che abbiamo saputo costruire umilmente e responsabilmente con gli strumenti fornitici dalla nostra ragione, limitata e fallibile. Ebbene, le istituzioni sono come le fortezze, resistono se sono forti le guarnigioni. Guarnigioni deboli e poco credibili danno istituzioni deboli e poco credibili e si risolvono in mercati fiacchi e facilmente vulnerabili.
Infine, il mercato parla la lingua dei prezzi, e i prezzi, in mercati il più possibile ordinati, ci orientano verso consumi che guidano i processi economici nella direzione di investimenti ad alto valore aggiunto, che selezionano le opportunità e premiano quelle che offrono maggiori vantaggi economici, maggiore ritorno economico, senza l’esigenza che la politica intervenga per sanare imprese decotte e banche sull’orlo del fallimento. Violentare e umiliare i mercati significa corrompere il loro linguaggio, far dire loro ciò che non avrebbero mai detto se fossero stati ben ordinati da istituzioni sane, forti e credibili.
In definitiva, esiste consumo e consumo. Beni e servizi ad altissima innovazione tecnologica, per la cui produzione si richiedono alti investimenti in capitale umano che si risolvono in scuole e università di eccellenza, nonché in centri di ricerca dinamici e innovativi, potrebbero segnare in modo estremamente positivo la fuoriuscita dalla crisi. Mentre il risparmio rappresenta il motore delle economie di mercato, la qualità del consumo (e non il consumo tout court) ci dice la direzione che sta prendendo una determinata economia; in definitiva, se stiamo rialzano la testa o se ci stiamo tristemente suicidando.

Flavio Felice è presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton e Adjunct Fellow American Enterprise Institute di Washington D.C.