La pianta della concorrenza

di Flavio Felice - English Version

Le riflessioni sull’economia sociale di mercato e il personalismo liberale nate dal sodalizio culturale tra Luigi Einaudi e Wilhelm Röpke: i presupposti dell’ordine giuridico e di quello morale

Per cogliere un aspetto fondamentale del sodalizio culturale che intercorse tra gli economisti Luigi Einaudi (1874-1961) e Wilhelm Röpke (1899-1966), credo sia importante ricordare quanto Einaudi scrisse in un’ampia recensione ad un libro di Erhard nel quale il Cancelliere tedesco spiegava il miracolo economico tedesco e la dottrina röpkiana dell’economia sociale di mercato.
Einaudi scrisse che l’aggettivo “sociale” non era che un semplice riempitivo, dal momento che non implicava interventi “difformi al mercato”, ossia volti a modificare il sistema di libero mercato, ma semplicemente “interventi conformi” allo stesso, volti a realizzarlo.
È su questo decisivo tema del rapporto tra economia e diritto, oltre che tra istituzioni del mercato e cultura del mercato (etica), e dello scarto tra “economia di mercato” ovvero di “concorrenza” e “capitalismo storico” che si comprende il sodalizio tra i due economisti.
Con riferimento al mercato, Röpke sosteneva che l’ordine giuridico e l’ordine morale sono indispensabili in quanto offrono i presupposti del mercato, dal momento che in loro assenza il mercato stesso non potrebbe esistere ovvero sopravvivere; sono presupposti che svolgono anche la funzione di limite. Un limite che, nella misura in cui diventa parte integrante della cultura di un popolo o di una società, pur derivando da una sfera esterna all’ordine economico, giunge ad innervare la cultura di un determinato mercato, conformandolo e consentendoci di distinguere tra liberalismo e liberalismo, tra capitalismo e capitalismo, tra mercato e mercato, tra impresa e impresa, tra welfare e welfare.
È lo stesso Einaudi nel 1942 ad evidenziare il tratto teorico peculiare di tale sodalizio nel saggio-recensione al volume di Röpke La crisi sociale del nostro tempo. Il saggio venne pubblicato sulla Rivista di storia economica con il titolo: «Economia di concorrenza e capitalismo storico. La terza via fra i secoli XVIII e XIX». L’esito più interessante dell’incontro intellettuale fra Einaudi e Röpke riguarda la cosiddetta “teoria degli interventi conformi”. È opinione diffusa che essa rappresenti il principio di base e la modalità per indicare i confini di una politica economica di indirizzo liberale che, tuttavia, voglia prendere le distanze in modo coerente dal laissez-faire del puro liberalismo.
Per Röpke conformi all’economia di mercato o di concorrenza sono «quegli interventi che non sopprimono la meccanica dei prezzi e l’autogoverno del mercato così ottenuti, ma vi si inseriscono, quali “nuovi dati” e ne vengono assimilati, mentre sono “non conformi” quelli che distruggono la meccanica dei prezzi e debbono di conseguenza sostituirla con un ordine economico programmatico, cioè collettivistico».
Oltre alla teoria degli interventi conformi, Einaudi mostra di condividere anche l’analisi storica di Röpke e la sua distinzione tra “economia di concorrenza” e “capitalismo storico”.
Einaudi commenta Röpke, affermando che il frutto spirituale immateriale più elevato della economia di mercato è stato di aver sottratto l’economia al dirigismo della politica. Le decisioni in ordine a cosa, a come, a quando e a quanto produrre competono a coloro ai quali spetta lo scettro sul trono del mercato: i consumatori.
Dunque, “economia di concorrenza” e “capitalismo storico” rappresentano le due espressioni, i due aspetti del liberalismo che Röpke, Einaudi, e invero Luigi Sturzo nel saggio Eticità delle leggi economiche del 1958, registrano essersi confusi l’uno nell’altro e nella trasformazione storica dell’“economia di concorrenza” in “capitalismo storico” essi intravedono le ragioni della malattia che colpì così rovinosamente l’Europa del XX secolo.
La soluzione proposta da Röpke, e condivisa tanto da Einaudi quanto da Sturzo, rinvia ai principi del cosiddetto “liberalismo delle regole”, ovvero dell’“ordoliberalismo”, sviluppato dagli interpreti della Scuola di Friburgo. In definitiva, i nostri autori propongono di riformare il sistema economico, creando attorno all’economia di concorrenza un ordine giuridico ad essa conforme.
Possiamo concludere, affermando che è radicata nei nostri autori la consapevolezza che la libertà produce strumenti estremamente fragili, ma gli unici all’altezza della dignità umana, e che la concorrenza non è il prodotto del caso, bensì il risultato di secoli di civilizzazione; è un manufatto.
Parafrasando lo storico cattolico liberale britannico Lord Acton, Röpke, Einaudi e Sturzo condividono l’idea che “La pianta della concorrenza” è un frutto delicato, alla cui nascita hanno concorso generazioni e generazioni di donne e di uomini, spetta a noi oggi alimentarla, sostenerla e difenderla da possibili aggressioni, dai tentativi di soffocarla, dalle sempiterne tentazioni di fare a meno di essa, ricorrendo alle scorciatoie dettate dal prevalere degli interessi particolari.
Monopoli, cartelli, autoritarismo, collettivismo sono i nemici mortali dell’economia di concorrenza. Einaudi riconosce a Röpke il merito di aver prodotto un’analisi critica dei concetti economici in grado di consentire la distinzione tra economia di concorrenza e capitalismo storico: il primo passo verso un possibile ristabilimento dell’ordine sociale. Un ordine nel quale il problema economico viene ricondotto entro il suo alveo e in forza del quale si riconoscono i limiti e i presupposti del mercato.
Questi erano i problemi che dalla fine degli anni Venti alla metà degli anni Sessanta alcuni intellettuali, in varie parti d’Europa, credettero di dover affrontare a partire da una limpida teoria dell’ordine politico ed economico, non volendosi arrendere al populismo autarchico, al totalitarismo aggressivo e al protezionismo liberticida, amando la libertà propria e altrui più di ogni altra cosa e amando la patria altrui almeno quanto la propria.
Consapevoli che nessun ordinamento burocratico – pubblico o privato che sia – possa evitare e negligere la realtà che esiste sempre qualcosa, come recita il testamento spirituale di Röpke, che vada “oltre l’offerta e la domanda”.
Questo qualcosa è la centralità della persona umana; un ordine etico che chiede ancor oggi, e a maggior ragione oggi, di essere affrontato e compreso con la massima urgenza e profondità se non si voglia correre il rischio di sacrificare il dinamismo economico al ristagno degli accordi collettivi ovvero all’anarchismo degli interessi individuali, rispettivamente, figli di una logica neocorporativa ovvero di un ottimistico disinteresse per le ragioni dell’ordine sociale e della civitas humana, e finire, comunque, per sacrificare le libere scelte individuali sull’altare della “presunzione fatale” del Grande Pianificatore.

Flavio Felice è presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton e Adjunct Fellow American Enterprise Institute di Washington D.C.