Sabino Cassese, Chi governa il mondo?, il Mulino, Bologna, 2013, pp. 138

di Flavio Felice - Quaderno N°3932 del 19/04/2014 - (Civ. Catt. ii 105-208 ) - English version



«“Chi gli ha dato il governo della terra? Chi ha affidato l’universo alla sua cura?” Con queste domande retoriche, nel libro di Giobbe, Eliu intende fugare ogni dubbio sulla legittimazione dei comportamenti di Dio, il quale ha ricevuto il compiuto di governare il mondo da nessun altro se non da se stesso”». Sono queste le parole con le quali di Lorenzo Casini introduce la Prefazione al libro di Sabino Cassese, Chi governa il mondo?. Il libro, traduzione aggiornata ed ampliata del volume in lingua inglese, The Global Polity: Global Dimensions of Democracy and the Rule of Law (Global Law Press/Editorial Derecho Global, Sella, 2012), affronta con taglio giuridico e politologico un dato di fatto tanto ineludibile quanto problematico, il mondo non è retto da alcun governo né, tanto meno, sarebbe auspicabile che lo fosse.

L’A. presenta una prospettiva di indubbio interesse e, a dispetto del titolo, piuttosto che rispondere alla domanda su chi debba governare il mondo, riflette sulla nozione di global polity (GP) e analizza il complesso delle istituzioni che, a tutti i livelli, compongono il cosiddetto “reggimento globale” per il quale si auspica una global governance. Livelli nazionali, sovranazionali, governativi, intergovernativi e non governativi, network di organismi ibridi pubblico-privati, imprese, organizzazioni non governative, fino a comprendere singoli individui; ebbene, tutto questo complesso plurale, poliarchico e non uniformabile mediante un unico principio d’ordine è ciò che l’A. definisce GP.

Il libro è suddiviso in tre capitoli: 1. “La global polity”; 2. “Un giusto procedimento globale?”; 3. “Standard globali per le democrazie nazionali?”. Il primo capitolo è incentrato sulla definizione di GP, la sua articolazione e i suoi lineamenti. Con particolare rifermento a questi ultimi, l’A. individua alcuni caratteri che definiscono la GP in maniera rigorosa. Dei sette indicati dall’A., ne sottolineiamo tre. Innanzitutto, la GP è una “governance without a government”, in quanto non esiste un modello comune e uniforme cui i regimi regolatori devono attenersi, essi rispondono piuttosto ad una funzione di bilanciamento, per ogni settore, delle singole diversità nazionale, mediante regole globali. Un secondo lineamento ci dice che la GP, tanto in termini verticali quanto orizzontali, non delinea uno spazio giuridico ordinato gerarchicamente, i vari livelli e i diversi regimi si mescolano e si sovrappongono l’un l’altro. Un terzo lineamento meritevole di una particolare attenzione riguarda il rispetto dei principi democratici e del rule of law che i regimi regolatori globali impongono agli Stati: diritto di essere informati e sentiti, diritto di difesa, obbligo di motivazione, diritto di accesso al giudice.

Il secondo capitolo affronta con dovizia di particolari il tema del diritto di “partecipazione” dei vari livelli e dei diversi regimi ai procedimenti decisionali. La gamma dei diritti di partecipazione nella GP interessa tanto la dimensione verticale quanto quella orizzontale. Alla prima specie appartiene, ad esempio, quello dei privati nei confronti delle amministrazioni nazionali e quello dei governi nazionali nei confronti delle istituzioni globali. Alla seconda, quello dei governi nazionali nei confronti di altri governi, quello delle istituzioni globali nei confronti di altre istituzioni globali e quello dei privati di fronte alle istituzioni globali. Un’attenta analisi della casistica che descrive una così vasta gamma di “partecipazione” alla GP spinge l’A. ad interrogarsi sui problemi che un tale “reggimento globale” pone oggi alla global governance e sull’importanza di tematizzare il concetto di “democrazia transnazionale” che possa prendere sul serio l’eredità del rule of law.

Sarà questo il tema al quale l’A. dedica il terzo ed ultimo capitolo. La GP fa emergere un paradosso: il diritto alla partecipazione è globale, l’autorità che lo attua è nazionale, la corte che controlla è, nuovamente, globale. Detto altrimenti, i principi della democrazia e del rule of law si globalizzano seguendo un approccio buttom-up, tuttavia la loro osservanza, seppure ad un livello domestico, è favorita da approcci di tipo top-down. Di qui, l’interrogativo al quale tenta di rispondere l’A., attraverso una serie di casi, si può riassumere nella questione se standard globali per la democrazia siano una minaccia oppure un potenziamento della stessa. Sebbene non esista un solo modello democratico e il processo democratico non sia assolutamente paragonabile ad una macchina che, una volta avviata, è in grado di andare avanti da sola, l’esperienza storica insegna anche che il condizionamento esterno, con il passare del tempo, può favorire la nascita di istituzioni autenticamente democratiche e che, alla lunga, i fattori esterni possono svolgere lo stesso ruolo di quelli interni.

Riprendendo il brano del prefatore con il quale abbiamo iniziato la nostra recensione, concludiamo rilevando quanto il tema della GP sia divenuto centrale anche nella riflessione più recente del Magistero sociale della Chiesa. Si pensi alla cosiddetta “via istituzionale della carità” e ai paragrafi 57 e 67 dell’enciclica Caritas in veritate (CiV). Qui Benedetto XVI tratta della global governance (globalizationis moderamen), rinviando ai principi di solidarietà, di sussidiarietà e di poliarchia, per contribuire all’edificazione di un ordine globale le cui istituzioni siano di tipo sussidiario e poliarchico ed evitare di dar vita a un «pericoloso potere universale di tipo monocratico» (CiV, 57).

Flavio Felice è Adjunct Fellow all’American Enterprise Institute di Washington DC