Se il Papa conosce il mercato meglio dei conservatori inglesi

di Flavio Felice - English version

In un discorso commemorativo della figura di Margaret Thatcher, il sindaco di Londra Boris Johnson ha riproposto, in modo provocatorio e efficace, una certa vulgata “liberista” che normalmente si attribuisce – non senza una buona dose di approssimazione – alla coppia politica più significativa degli anno ’80: Ronald Reagan-Margaret Thatcher.

Premetto che ho usato il termine “liberista” tra virgolette perché non mi appartiene, lo ritengo insignificante e indefinibile, se non all’interno delle quattro mura della domestica polemica politica. Sappiamo che si tratta di un termine che non trova facili corrispondenti in altre lingue e, certamente, non ne trova in ambito anglofono.

Ad ogni modo, al di là di questa preliminare precisazione terminologica, ho tentato di cogliere il senso di alcune affermazioni del sindaco Johnson, al fine di confrontarle con il dibattito aperto da Papa Francesco, il quale nella sua Esortazione Apostolica: Evangelii gaudium, non manca di intervenire anche su temi economici.

Johnson ha riproposto una posizione tutt’altro che originale, quella che avidità e ineguaglianza sarebbero il motore dell’economia, assegnando a tali caratteri una valenza evidentemente positiva. Sinceramente, oltre a non scandalizzarmi, una simile posizione non riesce neppure a sorprendermi. In fondo, si tratta di un punto di vista altamente condiviso e, purtroppo, praticato a vari livelli; sebbene la logica del profitto a tutti i costi e a qualsiasi prezzo non sia un’esclusiva dell’economia, né tanto meno di quella speciale forma di organizzazione economica che chiamiamo “economia di mercato” o “economia libera”. Si tratta di una logica che possono condividere imprenditori, speculatori finanziari, politici, accademici e non solo.

A questo punto, immagino quale sia l’obiezione: “Johnson non si riferisce a situazioni illecite, ma al sano egoismo di smithiana memoria: quella del macellaio e del birraio, per intenderci”. A parte il fatto che in Smith l’interesse personale non assurge all’alto e tutt’altro che nobile rango di egoismo, né tanto meno di avidità, avendo assunto come virtù che qualifica il libero mercato la sympathy, una virtù che evidenzia il carattere empatico della dimensione relazionale, dove l’altro non è uno strumento-utensile da utilizzare, un limone da spremere. Ad ogni modo, la nota espressione con la quale il filosofo morale conclude il passaggio dedicato all’interesse individuale come motore dei processi di mercato: “la mano invisibile”, evidenzia una prospettiva epistemologica piuttosto che morale. Non avanza alcuna pretesa in ordine a come dovremmo comportarci all’interno dei processi di mercato, non coinvolge la dimensione normativa, non è prescrittiva. Piuttosto, quella espressione, ci dice che i fenomeni sociali sono il più delle volte, se non sempre, l’esito inintenzionale (irriflesso, per dirla con Carl Menger) delle azioni umane volontarie, queste sì intenzionali. In pratica, la famigerata “mano invisibile” di Smith è riconducibile ad una teoria circa la genesi e lo svilupparsi delle istituzioni, a partire dal problema precipuo di fronte al quale è posto un qualsiasi scienziato sociale: capire il come e perché del darsi di un fenomeno.

È evidente che, in questa prospettiva, appellarsi all’avidità e all’egoismo non significa minimamente collocarsi nella tradizione del liberalismo smithiano, anzi, semmai, significa prenderne fortemente le distanze e avventurarsi in tradizioni e prassi che con la storia di tale liberalismo hanno poco o nulla a che fare. A ben vedere, però, l’appello a simili sentimenti morali non ha molto a che fare neppure con i teorici di quel capitalismo che va sotto il nome di reaganismo o di thatcherismo, al quale ha fatto appello il sindaco Johnson.

Si consideri, ad esempio, la riflessione di un esponente di spicco della cosiddetta reaganeconomics, lo studioso americano George Gilder. Gilder è convinto che un sistema come quello capitalistico necessiti di una “cultura del dono” e di una forza morale improntata ai valori della tradizione ebraico-cristiana e che, di conseguenza, non possa far leva sul mero self-interest utilitaristicamente inteso e scrive: «È impossibile, a partire dal meccanismo di razionalità del self-interest, dar vita ad un sistema regolato e sicuro che non finisca per indebolire le fonti della volontà e limitarne il potenziale rispetto al pericolo e alla lotta, che non impoverisca lo spontaneo flusso di doni e di sperimentazioni che estendono le dimensioni del mondo e i circoli dell’umana simpatia».

Gilder, dunque, giudica in modo estremamente negativo la volgarizzazione utilitaristica del principio smithiano del self-interest che prelude alla teoria di un “capitalismo senza capitalisti”, ad una concorrenza senza concorrenti e ad un mercato di beni omogenei, con operatori in possesso di una conoscenza perfetta: un luogo nel quale gli interessi di uomini onniscienti tenderebbero verso un equilibrio perfetto mossi, appunto, da una “mano invisibile”. Di contro, egli è convinto che non esista altra via per rispondere concretamente al dramma della povertà che non passi per l’espansione del “circolo creativo del dare”, che non contemperi l’aumento esponenziale di coloro che con coraggio si assumono il ragionevole rischio dell’investimento imprenditoriale; persone fiduciose del futuro, aperte alla Provvidenza, innamorate della vita e del proprio prossimo.

Non saprei dire e francamente non sono interessato alle motivazioni che hanno spinto Johnson a sostenere tesi così poco originali, ma solo un po’ urticanti. Forse ci sono ragioni di concorrenza interna al Partito Conservatore inglese per la conquista della leadership, una reazione forte al presunto moderatismo dell’attuale premier Cameron; sotto questo aspetto, tutto il mondo è paese.

Una cosa però è certa, le parole di Johnson stridono terribilmente con quelle che Papa Francesco ha usato nella recente Esortazione apostolica: Evangelii gaudium. Lungi dal negare l’importanza del mercato e la necessità della crescita economica, il Papa afferma l’impossibilità di ridurre in modo meccanico lo sviluppo alla mera crescita, così come di identificare il complesso dinamismo della persona umana con le sole relazioni di scambio, tipiche del mercato.

Lo sviluppo, per Papa Francesco e per la tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, è una nozione qualitativa e necessita di più dimensioni, quella educativa, culturale, valoriale che il mercato non produce da sé, benché ne necessiti e se ne serva, fino a condizionarle, nel bene come nel male.

I processi di mercato hanno a che fare sempre e comunque con la persona e solo le persone, ossia la prospettiva antropologica della quale sono portatrici, sono in grado di implementare le istituzioni politiche, economiche e culturali, in modo da poter confermare ovvero smentire clamorosamente l’urticante, ma non peregrina, prospettiva del sindaco Johnson.

Flavio Felice è Adjunct Fellow all’American Enterprise Institute di Washington DC