La luce della fede sulla società

di Flavio Felice - Pubblicato su Avvenire del 17 agosto 2013 - English version

Nell’enciclica Lumen fidei, gli aspetti esplicitamente sociali sono presenti nel capitolo quarto, intitolato «Dio prepara per loro una città» (Eb 11,16), e occupano N i paragrafi dal 50 al 57, lì dove il Pontefice affronta il tema «La fede e il bene comune», «La fede e la famiglia», «Una luce per la vita in società» e «Una forza consolante nella sofferenza».

Il primo assunto è estremamente importante, in quanto tocca un principio fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa, oggetto di grandi dibattiti e sempre in bilico tra opposte interpretazioni, ora utilitaristiche ed economicistiche, ora retoriche e paternalistiche, sempre inadeguate rispetto alla prospettiva antropologica cattolica: la persona imago Dei, libera e, per questo, chiamata a essere responsabile. Il bene comune è irriducibile a un’unica soluzione, dunque, altrettanto irriducibile a un’unica istituzione: locale o globale che sia. Papa Francesco ci dice che la saldezza della fede ha a che fare anche con la «città che Dio sta preparando per gli uomini», nella misura in cui la qualità della relazione tra le persone agenti è in grado di rivelare la sua presenza nel mondo.

La fede è rivelatrice della qualità del vincolo sociale, un vincolo che se non è capace di esaltare la libertà di tutti e di ciascuno appare distante dall’ideale cristiano. In questo contesto, il Papa mostra come la luce della fede non fondi la città di Dio sulla terra, quanto piuttosto qualifichi cristianamente le istituzioni che gli uomini saranno capaci di edificare per se stessi e per altri uomini. Con riferimento al tema «La fede e la famiglia», il Papa sottolinea che il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini è proprio la famiglia. La famiglia cristianamente intesa presuppone il riconoscimento di un progetto di vita che va ben oltre il proprio, sia in termini relazionali sia in termini temporali.

Solo quando si scopre un progetto più grande del proprio e si realizza che esso è perseguibile grazie alla relazione con la persona amata, ci si promette amore eterno e ci si dona totalmente all’altro. Sicché, la fede ci illumina sul senso più intimo e personale e, nel contempo, civile e pubblico della famiglia, al punto che esprime la ragione fondamentale in forza della quale possiamo declinare al plurale la nozione di 'bene comune' e considerare la famiglia l’istituzione che maggiormente esprime il carattere poliarchico della società civile. La luce della fede riverbera i suoi bagliori anche nel rapporto tra l’uomo e la natura.

È questo un tema da sempre all’attenzione dei pontefici e un capitolo fondamentale della Dottrina sociale. La riflessione del Papa spinge i cattolici di tutto il mondo a considerare tali problemi alla luce del contesto globale, un contesto irriducibile all’azione di governo e fortemente proiettato verso una «governance sussidiaria e poliarchica» che, dal basso verso l’alto, intraprenda la cosiddetta «via istituzionale della carità», per usare una bella e convincente espressione presente nella Caritas in veritate di Benedetto XVI. Un ulteriore aspetto che investe la sfera sociale è il tema della sofferenza. In breve, il Papa ci ricorda che il cristiano sa bene che la sofferenza non può essere eliminata, tuttavia, essa nel mistero­scandalo della Croce assume un senso, nella misura in cui diventa «atto d’amore e affidamento nella mani di Dio che non ci abbandona»; in questo modo la sofferenza diventa una tappa di crescita nella fede e nell’amore.

La sofferenza personale ci aiuta a non distrarci rispetto alle sofferenza del mondo, a rimanere con i piedi saldamente piantati per terra, uomini attenti alla contingenza, al dato creaturale di soggetti imperfetti e bisognosi dell’aiuto del Padre. La luce della fede, allora, diventa anche un antidoto contro l’idolatria dell’uomo, la «presunzione fatale» dettata dalla pretesa onnipotenza di chi immagina di formare, di plasmare e di edificare le istituzioni intorno a un deliberato disegno, a un’idea di società che ritiene doveroso darsi nella storia.

La riflessione di Papa Francesco sembra aver ridestato anche l’interesse sul rapporto tra religione e istituzioni economiche e politiche. Rapporti difficili, conflittuali e storicamente segnati dalle storture e dalle ingiustizie causate da uomini che hanno fatto della 'brama di potere' e della ricerca del successo 'ad ogni costo' le loro norme di vita. Le istituzioni non sono soggetti di atti morali, di conseguenza, non sono in sé né buone né cattive, riflettono le azioni e i modi di pensare delle persone che vi operano.

È l’identificazione del denaro e del potere come idoli a essere condannata. Idoli che si presentano con le vesti ordinarie e quotidiane del successo professionale, del mors tua vita mea, di chi pretende di raccogliere senza aver seminato e di chi semina morte per il proprio tornaconto. Sono gli idoli accattivanti e generalmente tollerati perché un po’ tutti ci rappresentano, nei confronti dei quali si è solitamente più indulgenti e auto assolutori. In breve, è un atteggiamento che diventa costume, l’aria stessa che respiriamo, e giunge a intossicare le nostre coscienze e a corrompere le istituzioni della democrazia e del mercato.

È l’insana pretesa di essere assolti anche quando 'a qualsiasi prezzo' anteponiamo il nostro interesse immediato a quello di chi ci vive accanto, fosse anche qualcuno che deve ancora nascere.

Flavio Felice è presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton e Adjunct Scholar dell’American Enteprise Institute