I cinque compiti dell’economia sociale di mercato

di Flavio Felice - Pubblicato su Formiche del 27 aprile 2013 - English version

Nel 1978, l’economista tedesco Alfred Müller-Armack pubblica un saggio molto interessante dall’eloquente titolo: I cinque grandi temi della futura politica economica. L’articolo parte dall’assunto che la democrazia liberale rappresenta un elemento costitutivo del modello economico denominato “economia sociale di mercato” e che, di conseguenza, questa andrebbe assunta come lo strumento di politica sociale ed economica mediante il quale un ordinamento autenticamente liberale persegue i propri obiettivi.

Müller-Armack individuava cinque compiti di fronte ai quali era posto un ordinamento tendenzialmente liberale, quello della Repubblica Federale Tedesca, il quale avesse assunto le istituzioni tipiche dell’economia sociale di mercato come strumento di politica economica. È interessante constatare l’attualità di tale programma politico economico per un Paese come il nostro che si appresta a sperimentare l’ennesimo “strano governo”, sorretto da una “strana maggioranza”, voluto fortemente da un Presidente della Repubblica “stranamente” rieletto per un nuovo settennato.

In primo luogo, tale ordinamento avrebbe dovuto chiarire che qualsiasi atteggiamento contrario all’economia di mercato, più o meno radicale, lo avrebbe condannato al “naufragio permanente”. Per Müller-Armack, infatti, attraverso il controllo sugli investimenti, con il freno alla crescita, a forza di favorire l’espansione dello Stato ed infine con i controlli dei prezzi, non si fa altro che programmare con largo anticipo l’esito finale di un simile naufragio.

In secondo luogo, un ordinamento liberale, istituito secondo i principi dell’economia sociale di mercato, avrebbe dovuto favorire al massimo grado la mobilizzazione dei mezzi finanziari, mediante lo strumento dei “buoni d’imposta”. La proposta di Müller-Armack è molto interessante e consiste nel fatto che tali buoni avrebbero la funzione di rimborsare, in occasione del pagamento delle imposte da parte delle imprese, per esempio nel pagamento dell’IVA, una determinata quota, diciamo il 10%, in buoni d’imposta, che, scaglionati per esempio in cinque anni per cinque rate, possano essere spesi dal contribuente o da chiunque acquisisca tali buoni fiscali, per gli anni successivi, in occasione del pagamento di questa o di quella imposta a scelta. Con un tale procedimento, sostiene Müller-Armack, risulterebbe migliorata la situazione reddituale delle aziende, non cambierebbe quella delle entrate dello Stato di oggi, ma essa verrebbe ben ridotta negli anni successivi per l’importo scaglionato. Ciò sembra possibile e sopportabile se attraverso un tale aiuto al reddito per le aziende, queste vengono messe nella possibilità di effettuare maggiori investimenti e nel complesso la congiuntura si mette in moto.

Il terzo compito che attende un ordinamento liberale che si ispiri al modello dell’economia sociale di mercato dovrebbe avere a che fare con il richiamo alle “forze spirituali” che sottendono l’esperimento democratico e gli stessi processi di mercato. Qui Müller-Armack sembrerebbe essere sopraffatto da un certo pessimismo e denuncia il deficit culturale e morale che avrebbe reso più difficile comprendere quanto la libertà, la democrazia e la concorrenza dipendano dalla capacità di cogliere il reale a partire da una particolare prospettiva antropologica. Müller-Armack denuncia la mancanza di uno sguardo generale che scruti in profondità la struttura dei processi di mercato. In definitiva, denuncia la mancanza di responsabilità degli attori politici, sarebbe assente dalla scena pubblica l’idea stessa per cui la crescita non andrebbe perseguita con espedienti quali l’inflazione e mancherebbe un ingrediente sostanziale, il principio di concorrenza e un inquadramento costituzionale da dare ad esso. Per Müller-Armack latita la consapevolezza degli effetti sociali positivi e politicamente distensivi di un libero mercato e l’idea che esso sia conciliabile con la giustizia e l’innalzamento delle condizioni di vita dei più disagiati. È qui che possiamo cogliere uno dei principi fondamentali della politica economica tedesca del secondo dopoguerra e che è considerato un caposaldo teorico dell’economia sociale di mercato, al punto da essere oggi aspramente criticato da chi vede nel rigore imposto dalle istituzioni europee un riflesso della pretesa egemonica della politica economica tedesca. In pratica, l’idea che una politica della stabilità della moneta è alla lunga l’unica base per la crescita dell’economia e per la maggiore occupazione.

Per quanto Müller-Armack fugga dalla tentazione di offrire un’interpretazione dogmatica dell’economia sociale di mercato, egli riconosce che esiste un nucleo teorico che svolge la funzione di perno e intorno al quale s’irradiano le possibili interpretazioni e le diverse ricette di politica economica. In pratica, l’economia sociale di mercato disegna una politica economica improntata alla libertà integrale e indivisibile, essa è fedele ai principi del liberalismo politico, sposa il principio della libera concorrenza, non teorizza alcuna limitazione delle garanzie sociali a favore della libertà e viceversa. Tale modello economico favorisce la crescita, dalla quale scaturiscono le prestazioni sociali e tutte le possibili garanzie: i salari, le pensioni, le rendite, nonché la formazione del capitale presso la più ampia base possibile di popolazione.

Il quarto compito che Müller-Armack assegna all’ordinamento liberale ispirato all’economia sociale di mercato è la costituzione di un ordine europeo che giunga fino alla costituzione di un ordine monetario stabile. Müller-Armack era consapevole che nessun ordine monetario sarebbe mai potuto nascere se prima non si fosse proceduto nella direzione di una progressiva convergenza dei parametri che fungono da fondamentali della politica economica dei singoli Paesi. Anche per un padre dell’economia sociale di mercato come Müller-Armack, fino a che sarebbero esistiti diversi tassi di inflazione e una diversa crescita nei singoli paesi, un ordine monetario non sarebbe potuto mai nascere. Compito dei singoli Paesi e delle istituzioni europee sarebbe stato quello creare le precondizioni di politica economica che avrebbero favorito la stabilità finanziaria, un bilancio in pareggio e una crescita duratura. In questo contesto, l’ordine monetario si sarebbe inserito come la spontanea conclusione di un lungo processo, forse un obiettivo più lontano di quello che è stato nella realtà, ma di certo non impossibile. Da questo punto di vista il modello dell’economia sociale di mercato esprime nel modo più radicale la convinzione che solo un ordinamento monetario “relativamente stabile” può rappresentare la premessa per una crescita ordinata e duratura. Una premessa necessaria per garantire le migliori condizioni alle imprese, ai lavoratori, ai consumatori e alla pubblica amministrazione.

Infine, il quinto compito che Müller-Armack assegna ad un ordinamento liberale di economia sociale di mercato è di ricercare incessantemente e creativamente sempre nuovi percorsi istituzionali che possano realizzare il “compromesso sociale” tra libertà e giustizia, pur sempre all’interno di situazioni di libero mercato e conformi ad esso. A distanza di trentacinque anni il programma politico economico di un padre dell’economia sociale di mercato come Müller-Armack mantiene inalterato il suo valore. Un valore che si misura in termini di difesa e di promozione delle istituzioni libere, di responsabilità per le generazioni future e di consapevolezza circa la funzione sociale e redistributiva del reddito che svolge il principio di concorrenza. Il mercato vive di concorrenza a muore in sua assenza, ma il mercato in primis necessita di una cultura che lo presupponga e di un arbitro che lo difenda dai mercanti infedeli, dalla spirito di frode e di sopraffazione; ha bisogno di una politica matura e liberale che lo metta al servizio della società civile, punendo ed espellendo chiunque – corporazioni e consorterie – pretendesse di occuparlo e di trasformarlo nel triste campo da gioco dove a vincere sono sempre gli stessi (e ovviamente neppure i migliori).

Flavio Felice è presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton e Adjunct Fellow American Enterprise Institute di Washington D.C.