Un "prestito" per equity
di Ettore Gotti Tedeschi Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville Acton - Il presente articolo è stato pubblicato sul Sole 24 ore dell'11 agosto 2011
Il rilancio di un Paese, in una situazione di difficoltà come l'attuale, si dovrebbe fondare sulla scelta dell'uso più opportuno delle scarse risorse disponibili affinché si trasfomino in vantaggi competitivi adatti al momento. Il nostro Paese ha due vantaggi principali: il risparmio delle famiglie (che equivale anche alle scarse risorse disponibili) e le capacità impreditoriali, uniche al mondo, consistenti in migliaia di medie imprese. Vantaggi potenzialmente complementari, anche se non lo sono stati finora realmente. Il successo del progetto sta nel riuscire a renderle realmente complementari e sinergiche, riconducendo, in modo opportuno, l'investimento del nostro risparmio nelle nostre imprese. Il processo di globalizzazione ha reso più difficile questa prospettiva perchè ha separato in modo complesso le tre dimensioni economiche dell'uomo. L'uomo, quale lavoratore-produttore, che trae reddito dal suo lavoro, è diventato meno competitivo nel globale, verso altri produttori con vari cantaggi di costo. L'uomo-consumatore è stato portato ad acquistae, con il reddito del suo lavoro, beni a presso più vantaggioso ma spesso, conseguentemente, prodotti altrove. L'uomo-risparmiatore è stato portato a investire la parte di reddito non spesa dovunque gli fosse stato prospettato miglior redimento, dovunque si trovi. Paradossalmente, nel mercato globale, queste tre dimensioni sono entrate in conflitto, l'uomo lavora in un'impresa dove genera reddito, con questo compra prodotti importati più concorrenziali, con ciò che risparmia investe in un'impresa che prospetta rendimenti più remunerativi ma concorrente con la sua, rafforzandola. In pratica l'uomo-consumatore e l'uomo-investitore hanno minato le sorti dell'uomo- lavoratore sia pur, a breve, dandogli soddisfazioni. La nostra soluzione strategica per uscire dalla crisi sta nel convogliare il nostro risparmio (che è rischio) nelle nostre imprese (anch'esse a rischio) per rafforzare l'occupazione (molto a rischio) e per creare condizioni di sviluppo (oggi a rischio). Conseguenza di questo equilibrio sarà anche la maggior disponibilità al formare famiglie e a fare figli, condizione indispensabile per creare condizioni di crescita sostenibile. Se potessimo perciò convogliare quella parte di risparmio, che si vorrebbe prelevare con imposte patrimoniali, nel rafforzamento patrimoniale delle nostre e medie imprese, cui manca proprio capitale di rischio (l'equity), avremmo fatto veramente un progetto utile allo sviluppo del nostro paese. Magari dispiacendo a qualche altro Paese che guarda le nostre imprese con appetito. Il problema è come farlo correttamente verso imprese meritevoli, sane e trainanti, e come garantire aal meglio la non penalizzazione del risparmio (cosa che la patrimoniale farebbe senza dubbio). Il risparmio italiano è circa sei volte il debito pubblico, ma circa il 60% è investito in immobili, circa il 30% in azioni di imprese e solo circa il 10% è liquido e cale qualcosa come 8-900 miliardi di euro. Se il 10% di questo risparmio liquido venisse "prelevato" (al posto della patrimoniale) e convogliato come risorsa disponibile per le medie imprese si tratterebbe di disporre di circa 80-90 miliardi di euro da "investire" su 5-20 mila imprese, con importi diversi secondo attrattività e merito. Questi investimendi potrebbero esser fatti attraverso ingresso diretto nel capitale di rischio o con obbligazioni convertibili in azioni a 10 anni a tassi di remurazione che coprano solo l'inflazione. Il processo di investimento dovrebbe esse gestito dalle nostra banche che investirebbero detto rispamio in "portafogli" di imprese selezionate e da loto controllare (per distribuire meglio il rischio). Le proposte di investimento potrebbero esser delegate alle Associazioni industriali e le decisioni a commissioni di investimento che dovrebbero coinvolgere altri organismi ed esperienza (anche privati, quali fondi di private equity). I vantaggi di questo progetto per le imprese italiane sarebbero piani di crescita più aggressivi, maggiori investimenti, crescita occupazione, maggior attrattività per ltri investitori di capitali, ecc. E in più l'opportunità di maggior trasparenza, maggior gettito fiscale conseguente (minor sommerso) ed occupazione più stabile. Ben concepito questo progetto, alternativo alla patrimoniale, protrebbe rappresentare un buon investimento finanziario (oltreché strategico per il Paese) per il risparmiatore "depredato" dalla sua libertà di investitore (per un 10%). Ma i tempi attuali non sembrano esser poi tanto favorevoli per i risparmiatori, se non si vuole prender rischio non si riceve di fatto remunerazione dopo l'inflazione, se si accetta di prender rischio tanto vale investire nelle imprese domestiche, ben gestite, che creano da noi occpuazione, pagano le tasse e creeranno ricchezza.
Il rilancio di un Paese, in una situazione di difficoltà come l'attuale, si dovrebbe fondare sulla scelta dell'uso più opportuno delle scarse risorse disponibili affinché si trasfomino in vantaggi competitivi adatti al momento. Il nostro Paese ha due vantaggi principali: il risparmio delle famiglie (che equivale anche alle scarse risorse disponibili) e le capacità impreditoriali, uniche al mondo, consistenti in migliaia di medie imprese. Vantaggi potenzialmente complementari, anche se non lo sono stati finora realmente. Il successo del progetto sta nel riuscire a renderle realmente complementari e sinergiche, riconducendo, in modo opportuno, l'investimento del nostro risparmio nelle nostre imprese. Il processo di globalizzazione ha reso più difficile questa prospettiva perchè ha separato in modo complesso le tre dimensioni economiche dell'uomo. L'uomo, quale lavoratore-produttore, che trae reddito dal suo lavoro, è diventato meno competitivo nel globale, verso altri produttori con vari cantaggi di costo. L'uomo-consumatore è stato portato ad acquistae, con il reddito del suo lavoro, beni a presso più vantaggioso ma spesso, conseguentemente, prodotti altrove. L'uomo-risparmiatore è stato portato a investire la parte di reddito non spesa dovunque gli fosse stato prospettato miglior redimento, dovunque si trovi. Paradossalmente, nel mercato globale, queste tre dimensioni sono entrate in conflitto, l'uomo lavora in un'impresa dove genera reddito, con questo compra prodotti importati più concorrenziali, con ciò che risparmia investe in un'impresa che prospetta rendimenti più remunerativi ma concorrente con la sua, rafforzandola. In pratica l'uomo-consumatore e l'uomo-investitore hanno minato le sorti dell'uomo- lavoratore sia pur, a breve, dandogli soddisfazioni. La nostra soluzione strategica per uscire dalla crisi sta nel convogliare il nostro risparmio (che è rischio) nelle nostre imprese (anch'esse a rischio) per rafforzare l'occupazione (molto a rischio) e per creare condizioni di sviluppo (oggi a rischio). Conseguenza di questo equilibrio sarà anche la maggior disponibilità al formare famiglie e a fare figli, condizione indispensabile per creare condizioni di crescita sostenibile. Se potessimo perciò convogliare quella parte di risparmio, che si vorrebbe prelevare con imposte patrimoniali, nel rafforzamento patrimoniale delle nostre e medie imprese, cui manca proprio capitale di rischio (l'equity), avremmo fatto veramente un progetto utile allo sviluppo del nostro paese. Magari dispiacendo a qualche altro Paese che guarda le nostre imprese con appetito. Il problema è come farlo correttamente verso imprese meritevoli, sane e trainanti, e come garantire aal meglio la non penalizzazione del risparmio (cosa che la patrimoniale farebbe senza dubbio). Il risparmio italiano è circa sei volte il debito pubblico, ma circa il 60% è investito in immobili, circa il 30% in azioni di imprese e solo circa il 10% è liquido e cale qualcosa come 8-900 miliardi di euro. Se il 10% di questo risparmio liquido venisse "prelevato" (al posto della patrimoniale) e convogliato come risorsa disponibile per le medie imprese si tratterebbe di disporre di circa 80-90 miliardi di euro da "investire" su 5-20 mila imprese, con importi diversi secondo attrattività e merito. Questi investimendi potrebbero esser fatti attraverso ingresso diretto nel capitale di rischio o con obbligazioni convertibili in azioni a 10 anni a tassi di remurazione che coprano solo l'inflazione. Il processo di investimento dovrebbe esse gestito dalle nostra banche che investirebbero detto rispamio in "portafogli" di imprese selezionate e da loto controllare (per distribuire meglio il rischio). Le proposte di investimento potrebbero esser delegate alle Associazioni industriali e le decisioni a commissioni di investimento che dovrebbero coinvolgere altri organismi ed esperienza (anche privati, quali fondi di private equity). I vantaggi di questo progetto per le imprese italiane sarebbero piani di crescita più aggressivi, maggiori investimenti, crescita occupazione, maggior attrattività per ltri investitori di capitali, ecc. E in più l'opportunità di maggior trasparenza, maggior gettito fiscale conseguente (minor sommerso) ed occupazione più stabile. Ben concepito questo progetto, alternativo alla patrimoniale, protrebbe rappresentare un buon investimento finanziario (oltreché strategico per il Paese) per il risparmiatore "depredato" dalla sua libertà di investitore (per un 10%). Ma i tempi attuali non sembrano esser poi tanto favorevoli per i risparmiatori, se non si vuole prender rischio non si riceve di fatto remunerazione dopo l'inflazione, se si accetta di prender rischio tanto vale investire nelle imprese domestiche, ben gestite, che creano da noi occpuazione, pagano le tasse e creeranno ricchezza.
