I HAVE A DREAM
di Gianfranco Morra - Professore emerito di Sociologia nell’Università di Bologna, già consigliere regionale Ccd in Emilia-Romagna
La straordinaria partecipazione alla Giornata Mondiale della gioventù di Madrid e il successone del Meeting di Rimini mi hanno confortato in una estate che più torrida non si poteva. Mi sono poi giunte, cacio sui maccheroni, le degasperiane “Idee ricostruttive della Democrazia cristiana”, ripubblicate da “Formiche”. Tre fatti che mi hanno fatto sognare: cosa fare perché tanta ricchezza di idee, sentimenti, attese e disponibilità, soprattutto dei giovani, non vada sprecata e si traduca in qualcosa di reale, in un movimento che parte dal primato dello spirituale ma non teme di tradursi in politica?
Nel sogno i cattolici impegnati in politica, divenuti adulti, creavano una aggregazione che non fosse solo una appendice di altre forze, a destra o a sinistra, ma avesse una propria identità e una propria incidenza. Diciamo pure: un partito. I movimenti ecclesiali o culturali sono importanti, ma non bastano. Occorre una aggregazione politica. Laica, senza dubbio, ma cristianamente ispirata. Non sarebbe cosa nuova.
La crisi gravissima e, sinora, crescente, non l’hanno frenata né una sinistra laicista e radicale, né una destra economicistica e populista. Eppure ad altre due crisi storiche il mondo cattolico ha saputo rispondere. Nel 1919 i cattolici stavano fuori dalla politica, anche la Chiesa, miope, ve li obbligava. Fu un pretino del sud che cambiò tutto: nacque un partito laico, che aprì ai cristiani le porte della politica (nello stesso anno della nascita ebbe 100 deputati). In Europa c’era da tempo, in Italia lo fece lui, Luigi Sturzo. Purtroppo il Partito Popolare, non senza colpe del mondo cattolico, durò poco.
Nel 1943, mentre si sfasciava il regime fascista e, purtroppo, anche la Nazione, fu un popolare trentino che ricreò un partito cristiano-laico. La Democrazia cristiana, sotto la guida di De Dasperi e in alleanza col mondo liberale, seppe far uscire l’Italia dalla terribile crisi del dopoguerra, produrre benessere e difendere la libertà dai comunisti. Purtroppo negli anni Sessanta la pur necessaria apertura al mondo del lavoro si tradusse in una alleanza innaturale con i socialisti e, di nascosto, anche con i comunisti. La Dc divenne preda del cattocomunismo, mentre il malinteso “aggiornamento” del postconcilio distruggeva quel mondo associativo ecclesiale, da cui traeva il suo ceto dirigente.
Cominciò la “cattività avignonese” della Dc, sempre più partito culturalmente sordo e preoccupato solo della Realpolitik, anch’essa gestita secondo modelli ormai privi di ispirazione cristiana. La mediazione opportunistica era divenuta la norma delle alleanze. La Provvidenza volle che sparisse, proprio nel momento in cui la Chiesa aveva trovato il Pontefice adatto, uno degli artefici del crollo di quel comunismo, col quale alcuni democristiani grigi e confusi meditavano di allearsi.
Occorreva ricrearla, tota nova et linda. Per mantenere fede allo schema europeo, di una alternativa tra una destra cristiana e una sinistra socialista. Invece i politici cristiani sono divenuti inquilini di due alloggi diversi. Alcuni in quello di una sinistra, divenuta per necessità non più comunista, ma trasformata in un partito radicale di massa, laicista e amorale (in Regione Emilia-Romagna a una consigliera è stata vietata la presidenza della commissione pari-opportunità solo perché cattolica!); altri nel partito-massmediatico, gestito per finalità di promozione aziendale e non troppo sensibile al ripristino dei valori della nostra tradizione. A guardar bene, due prigioni, anche se dorate da seggi parlamentari e da qualche regalia al mondo cattolico, per fini di consenso elettorale. Alla cultura cattolica non era possibile esprimere un suo progetto.
Dal 1989 ad oggi la crisi (religiosa, morale, politica, economica) è solo cresciuta, sotto tutti i governi, di destra o di sinistra. Ma nei momenti di crisi e dissoluzione, e pochi lo sono come il nostro, i cristiani che fanno politica devono guardare al futuro, non ai giochini del giorno dopo. Anche se i cattolici praticanti sono diminuiti, forte è nelle masse la consapevolezza che occorre cambiare strada e riscoprire i fondamenti della politica cristiana. I cittadini che credono nel valore della tradizione cristiana sono ancora la maggioranza. Ecco perché l’esigenza del recupero dei valori cristiani è tanto diffuso e destinato a crescere di fronte alla distruzione della famiglia, della scuola e della morale civica.
Il Papa e la Cei auspicano la nascita di un laicato cristiano impegnato in politica. Non dicono, ed è giusto così, che debba fare un partito. Non è cosa in cui la Chiesa deve mettere il naso. Ma senza partito non si fa politica, si può essere solo portatori di acqua ad altre condotte, spesso inquinate. Difficile non accorgersi che, insieme con la seconda repubblica, è entrato in crisi il progetto di una presenza dei politici cristiani nei due condominî, nei quali sono stati sinora utilizzati soprattutto come elementi decorativi. E rinasce l’esigenza di una aggregazione politica propria, come seppero fare Sturzo e De Gasperi. La cui ispirazione nasceva nei processi educativi dell’associazionismo religioso, alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Non a caso quella classe politica cristiana, che le istituzioni ecclesiali oggi auspicano, è entrata in crisi insieme con quell’associazionismo. Che, per fortuna, oggi risorge.
Vi sono dei momenti in cui, più che i calcoli e le riforme, le alleanze e le piattaforme, conta rompere col passato e creare qualcosa di nuovo. Nessuno vuole più la Dc degli anni Settanta e Ottanta, non priva di responsabilità, per una sua sudditanza culturale oltre che per calcoli meschini, della decadenza del Paese. Ma la Dc di Sturzo e De Gasperi costituisce ancora un modello valido, purché tradotto nelle modalità adatte ai tempi mutati. Tanto è vero che troviamo il partito cristiano sociale ancora vivo e operante in tanti paesi europei, dalla Germania al Belgio, dalla Spagna alla Polonia e all’Austria.
I cristiani hanno bisogno di una formazione non solo sociale, ma politica. Di un partito. Che prenda le distanze da due modelli incapaci di risolvere la crisi attuale, che è morale prima che politica. Non si tratta in alcun modo di fare un partito clericale. La Dc non lo è mai stata, né con Sturzo, né con De Gasperi. Che ci hanno dato un partito laico ad ispirazione cristiana, fedele ai princìpi della religione, non una longa manus del Vaticano nella politica. Un partito alternativo alla sinistra, che è entrato in crisi quando ne è divenuto una succursale. Mentre in Europa, di Dc di sinistra, nessuno ne ha mai vista una.
Non v’è dubbio che le difficoltà sono molte, forse non se ne farà niente. Tuttavia, se c’è un momento adatto per questa operazione, è il nostro. E almeno il problema è stato posto. Dare a un partito l’aggettivo “cristiano” non significa clericalizzarlo, ma attribuirgli quel senso e quella tradizione, che coincide con la storia europea. Significa dire: di sinistra non saremo mai e la finta destra non ci interessa. Siamo laici, per il pluralismo, per la libertà di mercato. Ma anche per la solidarietà o meglio per la “sussidiarietà”, questa invenzione cristiana che ha sancito il primato della persona e dei gruppi associati sullo stato.
Per la vita, la famiglia, i giovani: le vere vittime della crisi. Per un parlamento pulito, che escluda chi ha macchie o pendenze. Per una politica che costi meno, che smetta di essere efficientista a parole, quando poi è sterile nei fatti. Per un dialogo tra eletti ed elettori svolto direttamente sul territorio. Popolari non populisti, moderati non opportunisti. Per una presenza dei cristiani in politica non come ascari o cortigiani, ma come cittadini, liberi e liberamente eletti (basta col “porcellum”). Una “Democrazia cristiana”, dunque. Un partito cristiano liberale. Cioè né liberista, né libertario. E meno ancora libertino. Avanti, cari amici cristiani impegnati in politica, liberatevi dei partiti, di cui siete prigionieri, tornate ad essere “liberi e forti”. Meno calcoli e più coraggio. “Non abbiate paura”, diceva papa Wojtyla.
I have a dream? Certo, ma la storia è fatta sempre dai sogni. Che qualche volta diventano anche realtà.
La straordinaria partecipazione alla Giornata Mondiale della gioventù di Madrid e il successone del Meeting di Rimini mi hanno confortato in una estate che più torrida non si poteva. Mi sono poi giunte, cacio sui maccheroni, le degasperiane “Idee ricostruttive della Democrazia cristiana”, ripubblicate da “Formiche”. Tre fatti che mi hanno fatto sognare: cosa fare perché tanta ricchezza di idee, sentimenti, attese e disponibilità, soprattutto dei giovani, non vada sprecata e si traduca in qualcosa di reale, in un movimento che parte dal primato dello spirituale ma non teme di tradursi in politica?
Nel sogno i cattolici impegnati in politica, divenuti adulti, creavano una aggregazione che non fosse solo una appendice di altre forze, a destra o a sinistra, ma avesse una propria identità e una propria incidenza. Diciamo pure: un partito. I movimenti ecclesiali o culturali sono importanti, ma non bastano. Occorre una aggregazione politica. Laica, senza dubbio, ma cristianamente ispirata. Non sarebbe cosa nuova.
La crisi gravissima e, sinora, crescente, non l’hanno frenata né una sinistra laicista e radicale, né una destra economicistica e populista. Eppure ad altre due crisi storiche il mondo cattolico ha saputo rispondere. Nel 1919 i cattolici stavano fuori dalla politica, anche la Chiesa, miope, ve li obbligava. Fu un pretino del sud che cambiò tutto: nacque un partito laico, che aprì ai cristiani le porte della politica (nello stesso anno della nascita ebbe 100 deputati). In Europa c’era da tempo, in Italia lo fece lui, Luigi Sturzo. Purtroppo il Partito Popolare, non senza colpe del mondo cattolico, durò poco.
Nel 1943, mentre si sfasciava il regime fascista e, purtroppo, anche la Nazione, fu un popolare trentino che ricreò un partito cristiano-laico. La Democrazia cristiana, sotto la guida di De Dasperi e in alleanza col mondo liberale, seppe far uscire l’Italia dalla terribile crisi del dopoguerra, produrre benessere e difendere la libertà dai comunisti. Purtroppo negli anni Sessanta la pur necessaria apertura al mondo del lavoro si tradusse in una alleanza innaturale con i socialisti e, di nascosto, anche con i comunisti. La Dc divenne preda del cattocomunismo, mentre il malinteso “aggiornamento” del postconcilio distruggeva quel mondo associativo ecclesiale, da cui traeva il suo ceto dirigente.
Cominciò la “cattività avignonese” della Dc, sempre più partito culturalmente sordo e preoccupato solo della Realpolitik, anch’essa gestita secondo modelli ormai privi di ispirazione cristiana. La mediazione opportunistica era divenuta la norma delle alleanze. La Provvidenza volle che sparisse, proprio nel momento in cui la Chiesa aveva trovato il Pontefice adatto, uno degli artefici del crollo di quel comunismo, col quale alcuni democristiani grigi e confusi meditavano di allearsi.
Occorreva ricrearla, tota nova et linda. Per mantenere fede allo schema europeo, di una alternativa tra una destra cristiana e una sinistra socialista. Invece i politici cristiani sono divenuti inquilini di due alloggi diversi. Alcuni in quello di una sinistra, divenuta per necessità non più comunista, ma trasformata in un partito radicale di massa, laicista e amorale (in Regione Emilia-Romagna a una consigliera è stata vietata la presidenza della commissione pari-opportunità solo perché cattolica!); altri nel partito-massmediatico, gestito per finalità di promozione aziendale e non troppo sensibile al ripristino dei valori della nostra tradizione. A guardar bene, due prigioni, anche se dorate da seggi parlamentari e da qualche regalia al mondo cattolico, per fini di consenso elettorale. Alla cultura cattolica non era possibile esprimere un suo progetto.
Dal 1989 ad oggi la crisi (religiosa, morale, politica, economica) è solo cresciuta, sotto tutti i governi, di destra o di sinistra. Ma nei momenti di crisi e dissoluzione, e pochi lo sono come il nostro, i cristiani che fanno politica devono guardare al futuro, non ai giochini del giorno dopo. Anche se i cattolici praticanti sono diminuiti, forte è nelle masse la consapevolezza che occorre cambiare strada e riscoprire i fondamenti della politica cristiana. I cittadini che credono nel valore della tradizione cristiana sono ancora la maggioranza. Ecco perché l’esigenza del recupero dei valori cristiani è tanto diffuso e destinato a crescere di fronte alla distruzione della famiglia, della scuola e della morale civica.
Il Papa e la Cei auspicano la nascita di un laicato cristiano impegnato in politica. Non dicono, ed è giusto così, che debba fare un partito. Non è cosa in cui la Chiesa deve mettere il naso. Ma senza partito non si fa politica, si può essere solo portatori di acqua ad altre condotte, spesso inquinate. Difficile non accorgersi che, insieme con la seconda repubblica, è entrato in crisi il progetto di una presenza dei politici cristiani nei due condominî, nei quali sono stati sinora utilizzati soprattutto come elementi decorativi. E rinasce l’esigenza di una aggregazione politica propria, come seppero fare Sturzo e De Gasperi. La cui ispirazione nasceva nei processi educativi dell’associazionismo religioso, alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Non a caso quella classe politica cristiana, che le istituzioni ecclesiali oggi auspicano, è entrata in crisi insieme con quell’associazionismo. Che, per fortuna, oggi risorge.
Vi sono dei momenti in cui, più che i calcoli e le riforme, le alleanze e le piattaforme, conta rompere col passato e creare qualcosa di nuovo. Nessuno vuole più la Dc degli anni Settanta e Ottanta, non priva di responsabilità, per una sua sudditanza culturale oltre che per calcoli meschini, della decadenza del Paese. Ma la Dc di Sturzo e De Gasperi costituisce ancora un modello valido, purché tradotto nelle modalità adatte ai tempi mutati. Tanto è vero che troviamo il partito cristiano sociale ancora vivo e operante in tanti paesi europei, dalla Germania al Belgio, dalla Spagna alla Polonia e all’Austria.
I cristiani hanno bisogno di una formazione non solo sociale, ma politica. Di un partito. Che prenda le distanze da due modelli incapaci di risolvere la crisi attuale, che è morale prima che politica. Non si tratta in alcun modo di fare un partito clericale. La Dc non lo è mai stata, né con Sturzo, né con De Gasperi. Che ci hanno dato un partito laico ad ispirazione cristiana, fedele ai princìpi della religione, non una longa manus del Vaticano nella politica. Un partito alternativo alla sinistra, che è entrato in crisi quando ne è divenuto una succursale. Mentre in Europa, di Dc di sinistra, nessuno ne ha mai vista una.
Non v’è dubbio che le difficoltà sono molte, forse non se ne farà niente. Tuttavia, se c’è un momento adatto per questa operazione, è il nostro. E almeno il problema è stato posto. Dare a un partito l’aggettivo “cristiano” non significa clericalizzarlo, ma attribuirgli quel senso e quella tradizione, che coincide con la storia europea. Significa dire: di sinistra non saremo mai e la finta destra non ci interessa. Siamo laici, per il pluralismo, per la libertà di mercato. Ma anche per la solidarietà o meglio per la “sussidiarietà”, questa invenzione cristiana che ha sancito il primato della persona e dei gruppi associati sullo stato.
Per la vita, la famiglia, i giovani: le vere vittime della crisi. Per un parlamento pulito, che escluda chi ha macchie o pendenze. Per una politica che costi meno, che smetta di essere efficientista a parole, quando poi è sterile nei fatti. Per un dialogo tra eletti ed elettori svolto direttamente sul territorio. Popolari non populisti, moderati non opportunisti. Per una presenza dei cristiani in politica non come ascari o cortigiani, ma come cittadini, liberi e liberamente eletti (basta col “porcellum”). Una “Democrazia cristiana”, dunque. Un partito cristiano liberale. Cioè né liberista, né libertario. E meno ancora libertino. Avanti, cari amici cristiani impegnati in politica, liberatevi dei partiti, di cui siete prigionieri, tornate ad essere “liberi e forti”. Meno calcoli e più coraggio. “Non abbiate paura”, diceva papa Wojtyla.
I have a dream? Certo, ma la storia è fatta sempre dai sogni. Che qualche volta diventano anche realtà.
