Gentiloni o Sturzo: clericomoderati o liberali e popolari?
di Luca Diotallevi, Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton - Il presente articolo è stato pubblicato sul "Corriere della Sera" del 15 ottobre 2011
Ci si chiede se sarà una nuova Dc.
Siamo sicuri che sia questa la domanda giusta per capire il significato dell’iniziativa politica di cui si parla in questi giorni nell’ambito del cattolicesimo italiano? Non credo.
Non è una domanda abbastanza radicale, soprattutto se si valuta il rapporto tra cattolici e politica non dal punto di vista di quello che i cattolici hanno da chiedere alla politica, ma da quello che la vita politica nazionale può ricevere in più da una “nuova generazione di cattolici impegnati in politica”.
Ciò di cui il paese ha bisogno è presto detto: riforme impegnative. Ciò che serve è dunque una leadership riformista che sappia contare su un consenso sufficiente. Oggi il centrodestra non è in grado di garantire queste due cose, per lo meno nella misura necessaria, mentre questo centrosinistra non sembra neppure provarci.
Il paese chiede riforme e non trova riformisti (con adeguato consenso).
Rispetto a un problema del genere la domanda se sia in arrivo o no una nuova Dc non è abbastanza radicale. La Dc fu infatti solo un capitolo di una avventura che nasceva dalla soluzione di una alternativa che si era posta per la prima volta agli inizi del Novecento.
Una possibilità, quella del “Patto Gentiloni” (o quella che nel ‘43/’44 Tardini cercò invano di contrapporre al tandem Montini/De Gasperi), vede la gerarchia ecclesiastica prima negoziare con una coalizione l’appoggio dei cattolici e poi affidare ad un laicato politicamente sotto tutela la mera esecuzione dell’accordo.
La possibilità opposta è legata al nome di Sturzo. Dei cattolici si assumono l’onere di elaborare una mediazione politica – l’ha ricordato Benedetto XVI al Bundestag: dalla Rivelazione non si sillogizza politica – che riflette la loro ispirazione e che può essere condivisa da altri (“liberi e forti”). Per questa si battono. Altre mediazioni sono possibili. Saranno le circostanze a dettare divergenze e convergenze tra queste mediazioni. Nessuna è esentata dal discernimento ecclesiale, ma l’unità politica dei cattolici resta una eventualità politica, non un precetto. Il «popolarismo» sturziano ci lasciò così una sintesi di dottrina sociale della Chiesa, liberalismo, costituzionalismo, federalismo, economia di mercato e democrazia, che giunse ad influenzare la nostra Costituzione e gli sviluppi del Magistero sino ad oggi.
In breve, la domanda che dobbiamo porci di fronte al fermento politico che sembra attraversare il cattolicesimo italiano non è «Dc o non Dc?», ma «Gentiloni o Sturzo?».
Un abisso separa la soluzione clericomoderata gentiloniana da quella sturziana.
Una soluzione neogentiloniana vede i cattolici come supporto ad uno schieramento esistente e dunque ad una coalizione che già sappiamo non essere all’altezza della sfida. Inoltre, per questa via viene messa in discussione quella separazione di poteri religiosi e poteri politici che, sotto il nome di libertà religiosa, è condivisa dalla Costituzione italiana e dal Magistero conciliare e postconciliare. (Un neoclericalismo di sinistra non sarebbe migliore di uno di destra.)
Al contrario, una soluzione nel solco della esperienza sturziana non solo rafforzerebbe i paletti della libertà religiosa, ma prenderebbe la forma di una nuova offerta politica riformista concepita non per mettere in discussione il bipolarismo, ma per praticarlo. Una nuova fase di impegno politico del cattolicesimo italiano presuppone infatti la conferma dello schema maggioritario e bipolare.
Nessuno può dire quale sarà l’approdo di questo femento. Tuttavia c’è un indizio da non trascurare.
Attraverso un processo di partecipazione senza precedenti, tuttora in corso, la 46a Settimana Sociale dei cattolici italiani di Reggio Calabria (giusto un anno fa) ha elaborato una «agenda di speranza per il paese». (Dieci punti molto precisi: www.settimanesociali.it.) Al centro vi è la consapevolezza che il paese non avrà futuro se non riprenderà a crescere. Recenti parole del card. Bagnasco le si adattano bene: «una sintesi tra etica della vita ed etica sociale». L’agenda non si occupa solo di economia, ma se la mettiamo a fianco alla lettera scritta dalla BCE al governo italiano (firmata Draghi e Trichet) possiamo ricavarne qualche piacevole sorpresa nella forma di una marcata convergenza; lo stesso se consideriamo recenti proposte di importanti forze sociali. L’agenda non si occupa solo di politica, ma, se pensiamo alla domanda di voto pesante e di federalismo vero che sale dal paese, nella agenda troveremo risposte molto precise.
Insomma, la nuova generazione politica di cattolici avrà tratti clericomoderati o neoriformisti?
Il primo è un rischio che non può essere escluso, ma il secondo è un approdo non improbabile. Luca Diotallevi è membro del Comitato scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton
Ci si chiede se sarà una nuova Dc.
Siamo sicuri che sia questa la domanda giusta per capire il significato dell’iniziativa politica di cui si parla in questi giorni nell’ambito del cattolicesimo italiano? Non credo.
Non è una domanda abbastanza radicale, soprattutto se si valuta il rapporto tra cattolici e politica non dal punto di vista di quello che i cattolici hanno da chiedere alla politica, ma da quello che la vita politica nazionale può ricevere in più da una “nuova generazione di cattolici impegnati in politica”.
Ciò di cui il paese ha bisogno è presto detto: riforme impegnative. Ciò che serve è dunque una leadership riformista che sappia contare su un consenso sufficiente. Oggi il centrodestra non è in grado di garantire queste due cose, per lo meno nella misura necessaria, mentre questo centrosinistra non sembra neppure provarci.
Il paese chiede riforme e non trova riformisti (con adeguato consenso).
Rispetto a un problema del genere la domanda se sia in arrivo o no una nuova Dc non è abbastanza radicale. La Dc fu infatti solo un capitolo di una avventura che nasceva dalla soluzione di una alternativa che si era posta per la prima volta agli inizi del Novecento.
Una possibilità, quella del “Patto Gentiloni” (o quella che nel ‘43/’44 Tardini cercò invano di contrapporre al tandem Montini/De Gasperi), vede la gerarchia ecclesiastica prima negoziare con una coalizione l’appoggio dei cattolici e poi affidare ad un laicato politicamente sotto tutela la mera esecuzione dell’accordo.
La possibilità opposta è legata al nome di Sturzo. Dei cattolici si assumono l’onere di elaborare una mediazione politica – l’ha ricordato Benedetto XVI al Bundestag: dalla Rivelazione non si sillogizza politica – che riflette la loro ispirazione e che può essere condivisa da altri (“liberi e forti”). Per questa si battono. Altre mediazioni sono possibili. Saranno le circostanze a dettare divergenze e convergenze tra queste mediazioni. Nessuna è esentata dal discernimento ecclesiale, ma l’unità politica dei cattolici resta una eventualità politica, non un precetto. Il «popolarismo» sturziano ci lasciò così una sintesi di dottrina sociale della Chiesa, liberalismo, costituzionalismo, federalismo, economia di mercato e democrazia, che giunse ad influenzare la nostra Costituzione e gli sviluppi del Magistero sino ad oggi.
In breve, la domanda che dobbiamo porci di fronte al fermento politico che sembra attraversare il cattolicesimo italiano non è «Dc o non Dc?», ma «Gentiloni o Sturzo?».
Un abisso separa la soluzione clericomoderata gentiloniana da quella sturziana.
Una soluzione neogentiloniana vede i cattolici come supporto ad uno schieramento esistente e dunque ad una coalizione che già sappiamo non essere all’altezza della sfida. Inoltre, per questa via viene messa in discussione quella separazione di poteri religiosi e poteri politici che, sotto il nome di libertà religiosa, è condivisa dalla Costituzione italiana e dal Magistero conciliare e postconciliare. (Un neoclericalismo di sinistra non sarebbe migliore di uno di destra.)
Al contrario, una soluzione nel solco della esperienza sturziana non solo rafforzerebbe i paletti della libertà religiosa, ma prenderebbe la forma di una nuova offerta politica riformista concepita non per mettere in discussione il bipolarismo, ma per praticarlo. Una nuova fase di impegno politico del cattolicesimo italiano presuppone infatti la conferma dello schema maggioritario e bipolare.
Nessuno può dire quale sarà l’approdo di questo femento. Tuttavia c’è un indizio da non trascurare.
Attraverso un processo di partecipazione senza precedenti, tuttora in corso, la 46a Settimana Sociale dei cattolici italiani di Reggio Calabria (giusto un anno fa) ha elaborato una «agenda di speranza per il paese». (Dieci punti molto precisi: www.settimanesociali.it.) Al centro vi è la consapevolezza che il paese non avrà futuro se non riprenderà a crescere. Recenti parole del card. Bagnasco le si adattano bene: «una sintesi tra etica della vita ed etica sociale». L’agenda non si occupa solo di economia, ma se la mettiamo a fianco alla lettera scritta dalla BCE al governo italiano (firmata Draghi e Trichet) possiamo ricavarne qualche piacevole sorpresa nella forma di una marcata convergenza; lo stesso se consideriamo recenti proposte di importanti forze sociali. L’agenda non si occupa solo di politica, ma, se pensiamo alla domanda di voto pesante e di federalismo vero che sale dal paese, nella agenda troveremo risposte molto precise.
Insomma, la nuova generazione politica di cattolici avrà tratti clericomoderati o neoriformisti?
Il primo è un rischio che non può essere escluso, ma il secondo è un approdo non improbabile. Luca Diotallevi è membro del Comitato scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton
