Generazione nuova nuovo riformismo

di Luco Diotallevi Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville Acton - Il presente articolo è stato pubblicato su "Avvenire" del 23 giugno 2011

In democrazia il voto dei cittadini si rispetta sempre. E così va rispettata l'affermazione dei "si" nei referendum. Di fronte a una risultato elettorale, la domanda leggittima riguarda il compito che esso lascia. Nel caso delle consultazioni del 12 e 13 giugno la risposta è per certi versi dura, ma chiara. In questo mento nesuna mediazione riformista calata dall'alto ha il consenso della maggioranza dell'opinione pubblica italiana. Sotto scrutinio non erano faccende marginali, ma settori come la distribuzione dell'acqua, i servizi pubblici locali, la produzione di energia, i rapporti tra ordine giudiziario e potere esecutivo. Se si fossero affermati i "no" o gli astenuti, l'effetto sarebbe stato quello di manifestare consenso alle riforme che in un modo o nell'altro reano state introdotte in quei settori o, quantomeno, alla voglia di riforma per alcuni tra essi. L'affermazione dei "si", invece, ha tendenzialmente azzerato (capiremo presto sino a che punto) le novità che erano state introdotte e, comunque, delimitato lo spazio entro cui operare. Lo scenario è completato da una maggioranza di governo che neppure ha provato a difendere le proprie (poche) riforme e da un'opposizione la cui guida sembra passata nelle mani di componenti che intendono difendere o ripristinare gli assetti precedenti.
Insomma: in un momento di acutissimo bisogno di scelte strategiche per il Paese, sembra proprio che non ci siano in campo orientamenti riformisti dotati del necessario consenso. E non ci si può neanche illudere che l'aggravarsi della situazione automaticamente produca il riformismo di cui abbiamo bisogno. I dosordini in questi giorni in Grecia e Spagna mostrano che non è così. In Italia, nè governo nè opposizione si pronunciano con precisione su riforme che possano corrispondere alle esigenze di risanamento dei conti pubblici che l'Unione Europea è costretta a ricordarci, ma che - è bene non dimenticarlo - è la realtà delle cose a imporci. Quei 40 miliardi di euro che dovranno essere tagliati richiederanno mediazioni dolorose e riforme coraggiose, e queste dovranno saper mobilitare un consenso che non potrà essere unanime e che dovrà essere molto saldo. Al momento, niente di ciò che è sul tavolo ha le caratteristiche adeguate e il consenso necessario.
Gli italiani nono sono diventati dei massimalisti. Non si dimentichi che altri referendum, quelli svoltisi di recente in alcune importanti fabbriche, hanno fatto registrare il successo di proposte di mediazione e di riforma sostenute con coraggio da alcuni imprenditori e da alcuni sindacati, in particolare Cisl e Uil. Dunque non è vero che non ci sia spazio per proposte riformiste, anche costose, anche avanzate in condizioni difficili. Semplicemente, la cronaca politica ne registra l'esigenza, ma non ne registra l'esistenza. C'è dunque una domanda in cerca di un'offerta che non c'è.
Questa situazione chiama in causa anche il cattolicesimo italiano. Esso ha espresso componenti che sono state protagoniste delle più incisive stagioni riformiste che la storia repubblicana ha conosciuto. Nel corso di queste stagioni i cattolici sono stati protagonisti non solo sul versante della domanda, ma anche su versante della elaborazione de dell'offerta politica. Non c'è alcuna ragione per ritenere che, in una democrazia governante e bipolare, un riformismo nuovo e di ispirazione cristiana non possa giocare di nuovo un ruolo da protagonista. Anzi, forse è vero proprio il contrario: il riformisto non ha bisogno di ricorrere a scorciatoie trasformiste. Lo scoglio da superare, semmai, è quello di riconoscere la gravità del momento e dunque l'opportunità di convergenze e di alleanze che consentano di competere con realistiche possibilità di successo. Naturalmente, sempre nel rispetto dei valore fondanti che qualificano l'impegno e l'azione dei cattolici. Forse l'elaborazione e la organizzazione di un nuovo riformisto è uno dei compiti di una generazione nuova di cattolici italiani impegnati nella competizione politica.