Dalla crisi una nuova classe dirigente
di Flavio Felice - Fabio G. Angelini - Il presente articolo è stato pubblicato su “Avvenire” del 17 agosto 2011 - English version
Le crisi finanziarie sono sempre fenomeni complessi e difficili da spiegare. Da quando si è manifestata l’attuale si è parlato di “bolle speculative” come se fossero l’esito necessario del sistema di libero mercato. Secondo la nostra modesta opinione si tratta invece di una crisi tutta politica, causata dalla cattiva regolazione e superabile solo dal ristabilimento di un ordinamento basato sulla responsabilità e sull’assunzione del ragionevole rischio. Crediamo che gli speculatori non facciano altro che informarci sulle criticità del sistema, e siamo altresì convinti che affermare che le borse sono come “un orologio rotto” denoti soltanto ignoranza su come funzionano i mercati ovvero la condivisione di una cultura economica in base alla quale si possono fare soldi a dispetto dei mercati.
Ci sono, a nostro avviso, tre modi per analizzare quello che sta accadendo sui mercati. Il primo è di guardare il problema con un’ottica esclusivamente economica. Il secondo approccio si basa, invece, sulla crisi culturale e valoriale che da decenni affligge il nostro Paese. La terza, ed è su questa che vorremmo soffermarci, pone in stretta correlazione i due suddetti approcci.
È ricorrente il confronto con l’esperienza dei primi anni novanta. Oggi come allora ci troviamo ad affrontare una gravissima crisi di fiducia nella sostenibilità del nostro debito pubblico. Oggi come allora, la crisi è il prezzo della distanza tra il sistema politico e il Paese reale, una distanza che registra lo “sguardo corto” che per troppi anni ha guidato le scelte della nostra classe dirigente.
La speculazione e il “commissariamento sovranazionale” del nostro Paese che ne è derivato ci mettono di fronte al fallimento di un’intera classe dirigente e all’esigenza di rivedere le ragioni del nostro stare insieme. È una situazione che, per quanto drammatica, rappresenta una grande opportunità. Occorrerà intervenire con tempestività, autorevolezza e decisione sia sul fronte del debito pubblico sia su quello delle quelle condizioni che promuovono la creazione di ricchezza. Condizioni di carattere giuridico e culturale, indispensabili a favorire la produzione di valore economico, dal momento che riteniamo che l’Italia abbia le risorse sufficienti per superare l’attuale crisi.
Saranno necessari sia tagli drastici alla spesa sia interventi strutturali come privatizzazioni, liberalizzazioni, azioni finalizzate al progressivo aumento della produttività, l’innalzamento dell’età pensionabile, la riduzione delle tasse sul lavoro e così via. Tuttavia, per il bene del Paese ciò a cui non si potrà rinunciare è far emergere una nuova classe dirigente responsabile, libera da conflitti di interesse, in grado di ridisegnare il sistema dei rapporti tra pubblici poteri e privati in chiave sussidiaria e poliarchica, di operare sulla competitività delle imprese, sul mercato del lavoro e sulla governance aziendale e di canalizzare, grazie all’intermediazione di un “sano” sistema bancario, una quota del risparmio delle famiglie verso gli investimenti nelle infrastrutture e nelle realtà produttive nazionali, favorendone la crescita dimensionale e migliorandone la dotazione tecnologica e la qualità del capitale umano.
È di questi segnali che il Paese e i suoi mercati hanno bisogno per credere nel futuro.
Flavio Felice è Adjunct Fellow American Enterprise Institute
Le crisi finanziarie sono sempre fenomeni complessi e difficili da spiegare. Da quando si è manifestata l’attuale si è parlato di “bolle speculative” come se fossero l’esito necessario del sistema di libero mercato. Secondo la nostra modesta opinione si tratta invece di una crisi tutta politica, causata dalla cattiva regolazione e superabile solo dal ristabilimento di un ordinamento basato sulla responsabilità e sull’assunzione del ragionevole rischio. Crediamo che gli speculatori non facciano altro che informarci sulle criticità del sistema, e siamo altresì convinti che affermare che le borse sono come “un orologio rotto” denoti soltanto ignoranza su come funzionano i mercati ovvero la condivisione di una cultura economica in base alla quale si possono fare soldi a dispetto dei mercati.
Ci sono, a nostro avviso, tre modi per analizzare quello che sta accadendo sui mercati. Il primo è di guardare il problema con un’ottica esclusivamente economica. Il secondo approccio si basa, invece, sulla crisi culturale e valoriale che da decenni affligge il nostro Paese. La terza, ed è su questa che vorremmo soffermarci, pone in stretta correlazione i due suddetti approcci.
È ricorrente il confronto con l’esperienza dei primi anni novanta. Oggi come allora ci troviamo ad affrontare una gravissima crisi di fiducia nella sostenibilità del nostro debito pubblico. Oggi come allora, la crisi è il prezzo della distanza tra il sistema politico e il Paese reale, una distanza che registra lo “sguardo corto” che per troppi anni ha guidato le scelte della nostra classe dirigente.
La speculazione e il “commissariamento sovranazionale” del nostro Paese che ne è derivato ci mettono di fronte al fallimento di un’intera classe dirigente e all’esigenza di rivedere le ragioni del nostro stare insieme. È una situazione che, per quanto drammatica, rappresenta una grande opportunità. Occorrerà intervenire con tempestività, autorevolezza e decisione sia sul fronte del debito pubblico sia su quello delle quelle condizioni che promuovono la creazione di ricchezza. Condizioni di carattere giuridico e culturale, indispensabili a favorire la produzione di valore economico, dal momento che riteniamo che l’Italia abbia le risorse sufficienti per superare l’attuale crisi.
Saranno necessari sia tagli drastici alla spesa sia interventi strutturali come privatizzazioni, liberalizzazioni, azioni finalizzate al progressivo aumento della produttività, l’innalzamento dell’età pensionabile, la riduzione delle tasse sul lavoro e così via. Tuttavia, per il bene del Paese ciò a cui non si potrà rinunciare è far emergere una nuova classe dirigente responsabile, libera da conflitti di interesse, in grado di ridisegnare il sistema dei rapporti tra pubblici poteri e privati in chiave sussidiaria e poliarchica, di operare sulla competitività delle imprese, sul mercato del lavoro e sulla governance aziendale e di canalizzare, grazie all’intermediazione di un “sano” sistema bancario, una quota del risparmio delle famiglie verso gli investimenti nelle infrastrutture e nelle realtà produttive nazionali, favorendone la crescita dimensionale e migliorandone la dotazione tecnologica e la qualità del capitale umano.
È di questi segnali che il Paese e i suoi mercati hanno bisogno per credere nel futuro.
Flavio Felice è Adjunct Fellow American Enterprise Institute
