DC. Il partito che fece l’Italia
di Antonio Campati
Per diverse e fondate ragioni, il consueto dibattito che puntualmente si accende sul ruolo dei cattolici in politica (e su auspicati o presunti nuovi partiti che dovrebbero rappresentarli) non si è spento dopo qualche polemica sui giornali, come ciclicamente è avvenuto in passato. La gran parte degli interventi, quindi, prende avvio quasi sempre rievocando la storia della Democrazia cristiana, dei suoi protagonisti, delle sue diverse virtù e dei suoi altrettanti limiti. Il più delle volte, però, i percorsi che tendono a scrutare scenari imminenti risentono della mancanza di senso della prospettiva, tratto fisiologico della politica italiana: si corre velocemente verso il futuro, ma ci si accorge che ci si trova sempre al punto di partenza. Fortunatamente, proprio nel mezzo di quest’ultimo atto della «saga» sui cattolici e la politica, Giovanni Di Capua e Paolo Messa hanno dato alle stampe una sintetica e organica rassegna della storia della Democrazia Cristiana, il “partito dei cattolici” così come viene ricordato da una vulgata ormai diffusa e forse neppure troppo corretta.
Il lavoro di Di Capua e Messa già dal titolo – Dc. Il partito che fece l’Italia (Marsilio-formiche, pp. 290, € 14,00) – suggerisce al lettore i contorni dentro i quali si sviluppa il lavoro: una ricostruzione dei cinquant’anni di storia della Democrazia cristiana facilmente sovrapponibili con la storia dell’Italia e della Repubblica. E sulla necessità di una ricostruzione di questo genere, chiarisce le idee Giulio Andreotti nella prefazione, ricordando che «ripercorrere la storia della Dc è molto opportuno, per meditare e non correre il rischio di dare oggi come essenziale ciò che è assolutamente marginale e viceversa».
In effetti, ricordare con uno sguardo scevro da pregiudizi gli eventi che hanno segnato (forse indelebilmente) alcuni tratti salienti della nostra storia è doveroso per tentare di cogliere un tassello in più di quello che siamo oggi, ma è altrettanto necessario evitare il rischio – che i due autori non corrono affatto – di cadere in una retorica stantia che mira solo a togliere un po’ di polvere sui suppellettili della cosiddetta prima repubblica per mostrarli più apprezzabili a chi li guarda con gli occhi dell’attualità. In dieci capitoli brevi, ma densi, Di Capua e Messa non solo ripercorrono cronologicamente una serie di accadimenti, ma si soffermano su alcuni rituali tipici di una politica animata da personalità carismatiche che non mancavano, anzi determinavano gli eventi, in un ambiente dove le “strutture” erano certamente importanti, ma non le sole essenziali, come invece si tende a credere.
Infatti, lungo tutto il libro si può scorgere sullo sfondo il tema del rinnovamento delle classi dirigenti interno alla Dc, non solo nei passaggi più evidenti, come quello «plastico» tra De Gasperi e Fanfani. Sono ricordati diversi tratti salienti che hanno accompagnato cambiamenti dirompenti al vertice del partito, spesso frutto di scontri quasi drammatici nel loro sviluppo, figli soprattutto della «politica dei gruppi», quindi di lotte altalenanti fra correnti. Ma si percepisce come queste successioni alla guida del partito (o di sue ampie porzioni) non siano mai avvenute, per così dire, casualmente. Per spiegarla in altre parole, ci sembra di capire che nella maggior parte dei casi (certo non in tutti) si sia mantenuta una certa sequenzialità fra una cosciente formazione (o meglio: educazione) alla politica e una misurata cooptazione da parte del leader nella scelta del suo successore.
Il passaggio appena evocato è cruciale, certamente da approfondire, ma può essere inteso nella sua complessità, assieme a tanti altri snodi, solo grazie a lavori come quello di Di Capua e Messa dal momento che permettono al lettore di andare oltre la soglia della ricostruzione storica, per spingersi in analisi e riflessioni che potrebbero essere utili per il futuro.
GIOVANNI DI CAPUA, PAOLO MESSA, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio-formiche, 2011, pp. 290, € 14,00
Per diverse e fondate ragioni, il consueto dibattito che puntualmente si accende sul ruolo dei cattolici in politica (e su auspicati o presunti nuovi partiti che dovrebbero rappresentarli) non si è spento dopo qualche polemica sui giornali, come ciclicamente è avvenuto in passato. La gran parte degli interventi, quindi, prende avvio quasi sempre rievocando la storia della Democrazia cristiana, dei suoi protagonisti, delle sue diverse virtù e dei suoi altrettanti limiti. Il più delle volte, però, i percorsi che tendono a scrutare scenari imminenti risentono della mancanza di senso della prospettiva, tratto fisiologico della politica italiana: si corre velocemente verso il futuro, ma ci si accorge che ci si trova sempre al punto di partenza. Fortunatamente, proprio nel mezzo di quest’ultimo atto della «saga» sui cattolici e la politica, Giovanni Di Capua e Paolo Messa hanno dato alle stampe una sintetica e organica rassegna della storia della Democrazia Cristiana, il “partito dei cattolici” così come viene ricordato da una vulgata ormai diffusa e forse neppure troppo corretta.
Il lavoro di Di Capua e Messa già dal titolo – Dc. Il partito che fece l’Italia (Marsilio-formiche, pp. 290, € 14,00) – suggerisce al lettore i contorni dentro i quali si sviluppa il lavoro: una ricostruzione dei cinquant’anni di storia della Democrazia cristiana facilmente sovrapponibili con la storia dell’Italia e della Repubblica. E sulla necessità di una ricostruzione di questo genere, chiarisce le idee Giulio Andreotti nella prefazione, ricordando che «ripercorrere la storia della Dc è molto opportuno, per meditare e non correre il rischio di dare oggi come essenziale ciò che è assolutamente marginale e viceversa».
In effetti, ricordare con uno sguardo scevro da pregiudizi gli eventi che hanno segnato (forse indelebilmente) alcuni tratti salienti della nostra storia è doveroso per tentare di cogliere un tassello in più di quello che siamo oggi, ma è altrettanto necessario evitare il rischio – che i due autori non corrono affatto – di cadere in una retorica stantia che mira solo a togliere un po’ di polvere sui suppellettili della cosiddetta prima repubblica per mostrarli più apprezzabili a chi li guarda con gli occhi dell’attualità. In dieci capitoli brevi, ma densi, Di Capua e Messa non solo ripercorrono cronologicamente una serie di accadimenti, ma si soffermano su alcuni rituali tipici di una politica animata da personalità carismatiche che non mancavano, anzi determinavano gli eventi, in un ambiente dove le “strutture” erano certamente importanti, ma non le sole essenziali, come invece si tende a credere.
Infatti, lungo tutto il libro si può scorgere sullo sfondo il tema del rinnovamento delle classi dirigenti interno alla Dc, non solo nei passaggi più evidenti, come quello «plastico» tra De Gasperi e Fanfani. Sono ricordati diversi tratti salienti che hanno accompagnato cambiamenti dirompenti al vertice del partito, spesso frutto di scontri quasi drammatici nel loro sviluppo, figli soprattutto della «politica dei gruppi», quindi di lotte altalenanti fra correnti. Ma si percepisce come queste successioni alla guida del partito (o di sue ampie porzioni) non siano mai avvenute, per così dire, casualmente. Per spiegarla in altre parole, ci sembra di capire che nella maggior parte dei casi (certo non in tutti) si sia mantenuta una certa sequenzialità fra una cosciente formazione (o meglio: educazione) alla politica e una misurata cooptazione da parte del leader nella scelta del suo successore.
Il passaggio appena evocato è cruciale, certamente da approfondire, ma può essere inteso nella sua complessità, assieme a tanti altri snodi, solo grazie a lavori come quello di Di Capua e Messa dal momento che permettono al lettore di andare oltre la soglia della ricostruzione storica, per spingersi in analisi e riflessioni che potrebbero essere utili per il futuro.
GIOVANNI DI CAPUA, PAOLO MESSA, Dc. Il partito che fece l’Italia, Marsilio-formiche, 2011, pp. 290, € 14,00
