Nelle istituzioni il legame tra liberalismo e Cristianesimo
di Rocco Buttiglione Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville Acton
Flavio Felice, in un articolo su “Avvenire” del 9 giugno, ha sostenuto le radici cristiane del liberalismo e Luciano Pellicani in un articolo su “Il Riformista” del 15 giugno gli ha replicato sostenendo, in modo un po' provocatorio, le radici pagane del liberalismo stesso. Le posizioni dei due studiosi sono, però, forse meno lontane fra loro di quello che potrebbe sembrare. Partiamo da Pellicani. Egli riconduce il liberalismo alla tradizione della filosofia greca e del diritto romano. Qui si forgia una visione dell' uomo come soggetto libero che dispone di se stesso. Il cristianesimo vede invece la persona come un elemento del popolo, lo dissolve in un certo senso nel popolo. Di qui la persecuzione contro l'eretico che rompe la unitá del popolo. Il liberalismo nasce proprio contro la persecuzione riallacciandosi alla tradizione greco/romana. Pellicani, però, non si oppone in assoluto al cristianesimo. La grandezza del cristianesimo si pone per lui su di un altro livello. Il cristianesimo risponde ad una altra domanda: perché c' è qualcosa invece del nulla? Vedere oltre il nulla la misericordia di Dio dà senso alla vita e l' uomo ha diritto se non ad una certezza almeno ad una speranza. Il cristianesimo è dunque riconciliabile con una visione liberale purché sia ricondotto nei limiti di una religione della interiorità. È davvero così lineare la storia del pensiero? Forse no. Ancora Aristotele ci dice che il bene della città è di ordine superiore ( è "più divino") del bene del singolo e che quindi è giusto sacrificare il bene del singolo a quello del collettivo. È invece S. Tommaso a correggere senza parere lo Stagirita scrivendo che "homo non pertinet ad comunitatem politicam secundum se totum" (l'uomo non appartiene alla comunità politica secondo tutto ce stesso). C' è una responsabilità davanti a Dio che trascende la appartenenza alla comunità. Va dunque capovolto il ragionamento di Pellicani? Nemmeno questo si può dire. Nel Critone Platone ci mostra il dialogo di Socrate con le leggi di Atene. Socrate afferma il dovere di obbedienza in tutto tranne che in ciò che contraddice la coscienza. Forse la questione è alquanto complicata. Forse il paganesimo contiene in se sia la negazione del soggetto individuale che la sua affermazione. È una civilizzazione complessa che vive proprio del dialogo fra questi due termini estremi. Forse proprio questo spiega perché i pagani abbiano potuto convertirsi e diventare cristiani. S. Agostino esprimerà tutta la sua ammirazione per Socrate considerandolo come una specie di Mosè dei pagani che li prepara all'incontro con Cristo. E che dire dei cristiani? Per la verità prima dei cristiani ci sono gli ebrei. All'inizio di tutto c'è Abramo. Abramo esce dalla sua terra, del paese e dalla cultura dei suoi padri, si separa dalla comunità a cui appartiene secondo la carne per andare dietro alla promessa di un Dio ignoto che parla nella sua coscienza. Anche quella ebraica è però una situazione contraddittoria. L' ebreo sa di appartenere al popolo della promessa. Egli è partecipe della promessa fatta da Dio ad Abramo solo insieme con tutto il popolo. Egli però sa anche che il popolo periodicamente tradisce la promessa e ciascuno nella propria coscienza è anche guardiano della promessa. La stessa dialettica vale anche per il cristiano. Il concetto di persone (che io non attribuirei alla antichità classica come fa invece Pellicani) esprime in modo dinamico la relazione di dipendenza e di indipendenza fra il singolo e la comunità. Questo concetto emerge nelle controversie cristologiche del IV e V secolo prima in teologia che in filosofia. La persona è un soggetto libero ed indipendente ( spiritualis naturae individua substantia, sostanza individuale di natura spirituale, come ha scritto Boezio ed ha poi ripetuto tutto il Medio Evo) e proprio per questo appartiene a se stessa ed obbedisce a se stessa (est sui juris et altero incommunicabilis, appartiene a se stessa e non può essere ceduta ad altri ). La persona è però anche relazione ad altri tanto che posso dire chi sono solo nella relazione con l'altro. La libertà esiste solo per permettere di costruire comunità attraverso l'amore che è "libero dono di se", come dice il Concilio Ecumenico Vaticano II. La chiave del nostro problema è l'aggettivo "libero". Se la comunità non si costruisce nella libertà essa diventa una prigione. Che talvolta o anche spesso i cristiani possano avere dimenticato la centralità di quell'aggettivo "libero" è ben possibile. Sarebbe però sbagliato dedurne in linea di principio una opposizione fra libertà e cristianesimo. Egualmente sarebbe sbagliato immaginare una concordanza egualmente di principio fra paganesimo e idea di libertà. I pagani (con la notevole eccezione degli stoici) sono convinti che gli uomini non sono tutti liberi per natura. Solo alcuni, per la forza della educazione e dell' ingegno, giungono ad essere capaci di esercitare la ragione e divengono quindi anche capaci di libertà. La massa è schiava per natura e per essa è meglio avere un padrone a cui obbedire che essere abbandonata al tumulto dei suoi istinti irragionevoli. Che i tratti illiberali del cristianesimo della età media derivino dal permanere in ambiente cristiano di questa idea classica? Un esempio impressionante lo offre la controversia fra Las Casas e Sepulveda sul tema della libertà degli indiani. Diremo invece che il liberalismo è immune da contraddizioni? Esiste un liberalismo che sceglie senza esitazioni per un modello sociale in cui prevale la libertà del privato ed il vincolo sociale è ridotto ad un minimo assoluto mediato, se possibile, da meccanismi di mercato. È, questa, la libertà dei moderni di cui ci parla Benjamin Constant. Esiste però anche un pensiero liberale che si preoccupa del vincolo sociale. È, questa, la linea che va da A. Hamilton a A. De Tocqueville alla quale fa riferimento F. Felice. Essa sa che le istituzioni liberali non sono legate ad una metafisica liberale. Al contrario, queste istituzioni sono fatte per permettere a persone che aderiscono a concezioni del mondo differenti di lavorare insieme sul terreno della politica. Il liberalismo di A. Hamilton non sa quale sia la vera religione ma sa che lo stato ha bisogno di valori che esso non produce e che nascono nella sfera della religione. Si tratta di valori che non vivono solo nel privato ma animano la società civile evitando che essa si riduca a solo mercato. In questo si può vedere un possibile punto di incontro fra Pellicani e Felice. Per tutte queste ragioni sarei esitante nel legare il pensiero liberaldemocratico in modo unilaterale con il pensiero pagano. Sarei anche esitante nell'indicare una identità essenziale di liberalismo e cristianesimo. Forse è più esatto vedere nelle istituzioni liberali il frutto di una storia in cui eredità greco latina e cultura ebraico cristiana si sono incontrate e fecondate reciprocamente. L' Europa è esattamente l'incontro di queste radici.
Flavio Felice, in un articolo su “Avvenire” del 9 giugno, ha sostenuto le radici cristiane del liberalismo e Luciano Pellicani in un articolo su “Il Riformista” del 15 giugno gli ha replicato sostenendo, in modo un po' provocatorio, le radici pagane del liberalismo stesso. Le posizioni dei due studiosi sono, però, forse meno lontane fra loro di quello che potrebbe sembrare. Partiamo da Pellicani. Egli riconduce il liberalismo alla tradizione della filosofia greca e del diritto romano. Qui si forgia una visione dell' uomo come soggetto libero che dispone di se stesso. Il cristianesimo vede invece la persona come un elemento del popolo, lo dissolve in un certo senso nel popolo. Di qui la persecuzione contro l'eretico che rompe la unitá del popolo. Il liberalismo nasce proprio contro la persecuzione riallacciandosi alla tradizione greco/romana. Pellicani, però, non si oppone in assoluto al cristianesimo. La grandezza del cristianesimo si pone per lui su di un altro livello. Il cristianesimo risponde ad una altra domanda: perché c' è qualcosa invece del nulla? Vedere oltre il nulla la misericordia di Dio dà senso alla vita e l' uomo ha diritto se non ad una certezza almeno ad una speranza. Il cristianesimo è dunque riconciliabile con una visione liberale purché sia ricondotto nei limiti di una religione della interiorità. È davvero così lineare la storia del pensiero? Forse no. Ancora Aristotele ci dice che il bene della città è di ordine superiore ( è "più divino") del bene del singolo e che quindi è giusto sacrificare il bene del singolo a quello del collettivo. È invece S. Tommaso a correggere senza parere lo Stagirita scrivendo che "homo non pertinet ad comunitatem politicam secundum se totum" (l'uomo non appartiene alla comunità politica secondo tutto ce stesso). C' è una responsabilità davanti a Dio che trascende la appartenenza alla comunità. Va dunque capovolto il ragionamento di Pellicani? Nemmeno questo si può dire. Nel Critone Platone ci mostra il dialogo di Socrate con le leggi di Atene. Socrate afferma il dovere di obbedienza in tutto tranne che in ciò che contraddice la coscienza. Forse la questione è alquanto complicata. Forse il paganesimo contiene in se sia la negazione del soggetto individuale che la sua affermazione. È una civilizzazione complessa che vive proprio del dialogo fra questi due termini estremi. Forse proprio questo spiega perché i pagani abbiano potuto convertirsi e diventare cristiani. S. Agostino esprimerà tutta la sua ammirazione per Socrate considerandolo come una specie di Mosè dei pagani che li prepara all'incontro con Cristo. E che dire dei cristiani? Per la verità prima dei cristiani ci sono gli ebrei. All'inizio di tutto c'è Abramo. Abramo esce dalla sua terra, del paese e dalla cultura dei suoi padri, si separa dalla comunità a cui appartiene secondo la carne per andare dietro alla promessa di un Dio ignoto che parla nella sua coscienza. Anche quella ebraica è però una situazione contraddittoria. L' ebreo sa di appartenere al popolo della promessa. Egli è partecipe della promessa fatta da Dio ad Abramo solo insieme con tutto il popolo. Egli però sa anche che il popolo periodicamente tradisce la promessa e ciascuno nella propria coscienza è anche guardiano della promessa. La stessa dialettica vale anche per il cristiano. Il concetto di persone (che io non attribuirei alla antichità classica come fa invece Pellicani) esprime in modo dinamico la relazione di dipendenza e di indipendenza fra il singolo e la comunità. Questo concetto emerge nelle controversie cristologiche del IV e V secolo prima in teologia che in filosofia. La persona è un soggetto libero ed indipendente ( spiritualis naturae individua substantia, sostanza individuale di natura spirituale, come ha scritto Boezio ed ha poi ripetuto tutto il Medio Evo) e proprio per questo appartiene a se stessa ed obbedisce a se stessa (est sui juris et altero incommunicabilis, appartiene a se stessa e non può essere ceduta ad altri ). La persona è però anche relazione ad altri tanto che posso dire chi sono solo nella relazione con l'altro. La libertà esiste solo per permettere di costruire comunità attraverso l'amore che è "libero dono di se", come dice il Concilio Ecumenico Vaticano II. La chiave del nostro problema è l'aggettivo "libero". Se la comunità non si costruisce nella libertà essa diventa una prigione. Che talvolta o anche spesso i cristiani possano avere dimenticato la centralità di quell'aggettivo "libero" è ben possibile. Sarebbe però sbagliato dedurne in linea di principio una opposizione fra libertà e cristianesimo. Egualmente sarebbe sbagliato immaginare una concordanza egualmente di principio fra paganesimo e idea di libertà. I pagani (con la notevole eccezione degli stoici) sono convinti che gli uomini non sono tutti liberi per natura. Solo alcuni, per la forza della educazione e dell' ingegno, giungono ad essere capaci di esercitare la ragione e divengono quindi anche capaci di libertà. La massa è schiava per natura e per essa è meglio avere un padrone a cui obbedire che essere abbandonata al tumulto dei suoi istinti irragionevoli. Che i tratti illiberali del cristianesimo della età media derivino dal permanere in ambiente cristiano di questa idea classica? Un esempio impressionante lo offre la controversia fra Las Casas e Sepulveda sul tema della libertà degli indiani. Diremo invece che il liberalismo è immune da contraddizioni? Esiste un liberalismo che sceglie senza esitazioni per un modello sociale in cui prevale la libertà del privato ed il vincolo sociale è ridotto ad un minimo assoluto mediato, se possibile, da meccanismi di mercato. È, questa, la libertà dei moderni di cui ci parla Benjamin Constant. Esiste però anche un pensiero liberale che si preoccupa del vincolo sociale. È, questa, la linea che va da A. Hamilton a A. De Tocqueville alla quale fa riferimento F. Felice. Essa sa che le istituzioni liberali non sono legate ad una metafisica liberale. Al contrario, queste istituzioni sono fatte per permettere a persone che aderiscono a concezioni del mondo differenti di lavorare insieme sul terreno della politica. Il liberalismo di A. Hamilton non sa quale sia la vera religione ma sa che lo stato ha bisogno di valori che esso non produce e che nascono nella sfera della religione. Si tratta di valori che non vivono solo nel privato ma animano la società civile evitando che essa si riduca a solo mercato. In questo si può vedere un possibile punto di incontro fra Pellicani e Felice. Per tutte queste ragioni sarei esitante nel legare il pensiero liberaldemocratico in modo unilaterale con il pensiero pagano. Sarei anche esitante nell'indicare una identità essenziale di liberalismo e cristianesimo. Forse è più esatto vedere nelle istituzioni liberali il frutto di una storia in cui eredità greco latina e cultura ebraico cristiana si sono incontrate e fecondate reciprocamente. L' Europa è esattamente l'incontro di queste radici.
