La grande lezione di Benedetto sui limiti e i doveri della politica

di Luca Diotallevi, Membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton - Il presente articolo è stato pubblicato su "Avvenire" del 29 settembre 2011

Il discorso di Benedetto XVI al Bundestag continuerà ad impegnare a lungo coloro che sono interessati alle questioni fondamentali della politica.

Papa Ratzinger dedica un'attenzione costante a questo tema. Basta pensare a numerosi paragrafi della Caritas in veritate o al discorso tenuto giusto un anno fa alla Westminster Hall di Londra. È davvero difficile sopravvalutare l'importanza di questi insegnamenti anche per noi italiani chiamati a vivere momenti politicamente difficili e travagliati.

Anche ad una lettura veloce del discorso rivolto dal pontefice al Parlamento tedesco non sfugge l'assenza di ogni riferimento alla nozione di bene comune. Al suo posto troviamo la affermazione squisitamente agostiniana della pace come fine proprio della politica. Ancora una volta (cfr. DH 6), un pronunciamento magisteriale individua il fine della politica non nel bene comune, ma solo in un gruppo di quei beni comuni di cui esso consiste. Alla visione razionalistica e “politicista” di origine aristotelica viene opposta la visione realista, che risale a s.Agostino, di una politica che serve scopi limitati con mezzi particolari. Il compito della politica consiste infatti nel mettere la forza fisica (Macht) al servizio del diritto (Recht). Questo compito viene assolto anche attraverso la produzione e la difesa di leggi (Gesetz), ma queste sono strumenti contingenti e non fondamenti del diritto. Non è il potere politico che fonda i diritti.

Si chiede Ratzinger: «come riconosciamo ciò che è conforme al diritto?» Il realismo di Benedetto XVI si fa a questo punto radicale e limpido: «alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi tale questione è diventata ancora molto più difficile». I cristiani non riconoscono a nessuna autorità, neppure religiosa, la facoltà di mascherare lo scarto che c'è tra potere politico e diritto. La strada da percorrere è invece quella della saggezza, che nasce dalla docilità del cuore e si manifesta secondo le parole di Agostino nell'umiltà. Nell'azione politica la riflessione critica, la ricerca, l'ascolto, il confronto, la coscienza della provvisorietà delle scelte storiche concrete, non sono sinonimo di debolezza, non sono un'alternativa alla disponibilità a combattere ed alla ricerca del successo, ne sono piuttosto l'alimento sano. Questa idea di politica non ha isolato i cristiani, ma anzi ha consentito loro di condividere le prospettive di alcune correnti della filosofia greca e la grande eredità del diritto romano. Da questo incontro è nata l'idea e la pratica di un potere politico limitato e responsabile di cui siamo eredi e custodi. La saggezza è quella di una coscienza che si apre alla natura, alle sue ragioni oggettive e soggettive, che non rinuncia ai dati provenienti dalla conoscenza positiva del mondo, ma che porta i suoi interrogativi anche oltre, verso la vastità dell'insieme e verso le condizioni di possibilità delle nostre istituzioni. Il diritto naturale di cui parla Ratzinger non è basato sull’idea positivistica di natura. È invece indagando anche il raggio e le condizioni della nostra libertà che appare una asimmetria anteriore ad ogni simmetria, una manifestazione della dignità umana cui la politica è chiamata a rendere il proprio servizio, limitato ma indispensabile.

Nella civitas la presenza pubblica e responsabile della Chiesa e dei cristiani è limite alle tentazioni della politica, e perciò presidio e non minaccia alla libertà di tutti.