L'università è in svendita? Qualche domanda a Mario Draghi e Gianfelice Rocca
(Una versione ridotta è stata pubblicata dal quotidiano "Il Corriere della Sera" del 29 marzo 2010)
di Dario Antiseri
L’istituzione dell’abilitazione scientifica nazionale–prevista nel Disegno Di Legge per la riforma dell’Università (Titolo III, art.8) - appare come la migliore proposta, tra quelle già sperimentate e tra le altre immaginate, per il reclutamento dei professori universitari. Le commissioni giudicatrici attestano l’idoneità scientifica, nei diversi settori scientifico-disciplinari, dei candidati; e successivamente le Università scelgono fra gli “abilitati” coloro che vengono giudicati più adatti per i progetti di ricerca in corso e quelli in programma per il futuro e più idonei per una qualificata didattica.
Fondamentale, poi, per l’intera architettura del progetto di riforma, è “l’introduzione di un sistema di valutazione periodica da parte dell’ANVUR [Agenzia Nazionale di Valutazione Università e Ricerca] dell’efficienza e dei risultati conseguiti nell’ambito della didattica e della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne” (Titolo II,art.5,2b)
Ebbene, una volta stabiliti questi due punti si dovrebbe lasciare la più ampia autonomia alle Università nell’articolazione dei loro statuti. Le Università programmino i loro progetti, ma questi progetti di ricerca e i risultati della didattica saranno valutati. E la valutazione inciderà in maniera decisiva sui finanziamenti. Questa necessaria autonomia viene, però, soffocata in più punti dal Disegno di Legge. E se risulta eccessivo il potere concesso ai Rettori (i quali tra l’altro nominano in sostanza il Direttore generale), sminuite sono le funzioni del Senato accademico che è, invece, l’organo della più ampia rappresentatività delle competenze scientifiche e dell’Ateneo. E, d’altro canto, è esorbitante il potere concesso al Consiglio di amministrazione. Cosa, questa, non solo non criticata, ma addirittura valutata come molto positiva,con enfasi, da Gianfelice Rocca, Vice-Presidente di Confindustria per l’Education (Si veda il “Corriere Della Sera” del 24 marzo: Una governance migliore per dare responsabilità agli Atenei).
Undici è il numero massimo dei membri del C.d.a.. Chi nomina, per esattezza i componenti del C.d.a.? Con quale criteri vengono scelti o designati? Nel comma g dell’art. 2 del Titolo I si parla, tra l’altro, della “non appartenenza di almeno il quaranta percento dei consiglieri ai ruoli dell’Ateneo”. E perché mai tanta sfiducia nei docenti dell’Ateneo, cioè in coloro sui quali per primi cadranno gli effetti della valutazione? E chi nomina o sceglie, e con quali criteri, questi consiglieri esterni? Si tratta qui di interrogativi davvero nevralgici per il futuro della nostra Università, soprattutto se si tiene conto che al C.d.a. sono attribuite, oltre quelle più specifiche, “funzioni di indirizzo strategico” e la competenza “a deliberare l’attivazione e la soppressione di corsi e sedi”. Se su questi punti non si procederà con la massima chiarezza è possibile che, sotto il preteso di maggiore efficienza e snellezza nelle procedure decisionali, rilevanti pezzi della nostra Università cadano sotto la mannaia di astuti interessati o di presuntuosi incompetenti. Insomma: ne sutor ultra crepidam – il calzolaio non pretenda di esercitare la chirurgia e il chirurgo non si improvvisi pilota dell’aereo su cui stiamo salendo. Consigli saggi e proposte intelligenti possono venire da ovunque ma chi è deputato a prendere decisioni deve sopportarne la responsabilità. Se un’Università o delle Facoltà non raggiungono i loro scopi, vale a dire “falliscono” (con grave danno degli studenti), come saranno sanzionati i consiglieri di Amministrazione? Verranno inviati a far danni altrove, premiati magari con favolose liquidazioni come nel casso dell’Alitalia e delle Ferrovie? E supponiamo che industriali, imprenditori e bancari cerchino di affollare, nei loro interessi ma anche per ideali più nobili ed alti, i C.d.a. delle nostre Università, dico a Gianfelice Rocca che in ciò non ci sarebbe nulla di male, anzi tutto bene, ma solo a patto che costoro, avendo “funzioni di indirizzo strategico” e la competenza “a deliberare l’attivazione e la soppressione di corsi e sedi”, apportino all’Università quote di denaro corrispondenti al peso che loro hanno nel C.d.a. . Potere di decisione senza responsabilità è un tratto caratteristico del più irresponsabile statalismo e non una proposta liberale. Cosa ne pensa Rocca? E poi c’è anche il guaio che di mecenati da noi non se ne vedono. Rocca ne conosce qualcuno? Per queste ragioni è singolare – sconcertante, per essere chiari – che, in una lettera del 12 gennaio di quest’anno al ministro Gelmini, il Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi abbia manifestato al Ministro l’opportunità che “la maggioranza dei membri del C.d.a. non provenisse dai ruoli dell’Ateneo, elevando l’attuale soglia minima del quaranta percento.” La nostra Università – pur con tutti i suoi difetti e problemi, pur essendo sottoposta da anni ad una fiamma ossidrica di riforme e controriforme – resta il cuore pulsante della Nazione e non deve essere svenduta. E vale oggi come ieri l’ammonimento di Goethe: “Nulla è più funesto dell’ignoranza attiva”.
È fuor di dubbio degna del più ampio consenso la preoccupazione relativa alla formazione dei nostri giovani in vista della del loro ingresso nel mondo del lavoro. Ma c’è da sperare che in questa preoccupazione non si nasconda il pericolo di una supervalutazione della ricerca “applicata” (con lo storno della maggior parte delle risorse in questa direzione), l’abbandono al loro destino delle Facoltà umanistiche (presidio tra l’altro della coscienza critica della nostra tradizione) e la messa in secondo ordine della ricerca di base in ogni ambito scientifico. La verità è che niente vi è di più pratico di una buona teoria e che, per dirla con John Dewey, “non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo dell’uso con una catena troppo corta” .
Per concludere, due inevitabili interrogativi. Se, pur con difetti eliminabili tramite opportune misure, la tenure track dovrà valere per i ricercatori a tempo determinato in attività nel nuovo regime, perché – tenendo anche conto del fatto che nel giro di quattro anni andranno in pensione dodicimila docenti di ruolo e che entro il 2020 sarà in pensione il 47% della docenza di ruolo – perché dunque, non applicare la stessa misura agli attuali ventiseimila ricercatori, malpagati e con carriere bloccate, ma senza il cui contributo nella ricerca e nella didattica l’Università Italiana dovrebbe chiudere i battenti? E perché non venire incontro a decine di migliaia di studenti fuori sede (e alle loro famiglie) tramite un serio programma pluriennale di edilizia per studenti universitari, come è stato fatto in Francia, in Spagna e soprattutto in Germania? Il nostro sistema universitario dispone di trentaseimila posti letto. Ne servono duecentomila. È inutile dire che l’impossibilità per tanti giovani di scegliere sedi più prestigiose e di spostarsi da un’Università ad un’altra equivale ad un blocco della competitività esercitata dal basso all’interno del sistema universitario. Si costruisca, certo, il ponte sullo Stretto di Messina, ma al tempo delle vacche grasse. Ora premono altre urgenze.
Al pari di Gianfelice Rocca, anch’io penso, e non da oggi, che la competizione sia la più alta forma di collaborazione. Ma ormai ho imparato a diffidare di quanti predicano da ben visibili minareti la logica della competizione, giacché non di rado proprio costoro (non parlo di Rocca e lo dico senza infingimenti) praticano la più squallida e irresponsabile logica della corte.
di Dario Antiseri
L’istituzione dell’abilitazione scientifica nazionale–prevista nel Disegno Di Legge per la riforma dell’Università (Titolo III, art.8) - appare come la migliore proposta, tra quelle già sperimentate e tra le altre immaginate, per il reclutamento dei professori universitari. Le commissioni giudicatrici attestano l’idoneità scientifica, nei diversi settori scientifico-disciplinari, dei candidati; e successivamente le Università scelgono fra gli “abilitati” coloro che vengono giudicati più adatti per i progetti di ricerca in corso e quelli in programma per il futuro e più idonei per una qualificata didattica.
Fondamentale, poi, per l’intera architettura del progetto di riforma, è “l’introduzione di un sistema di valutazione periodica da parte dell’ANVUR [Agenzia Nazionale di Valutazione Università e Ricerca] dell’efficienza e dei risultati conseguiti nell’ambito della didattica e della ricerca dalle singole università e dalle loro articolazioni interne” (Titolo II,art.5,2b)
Ebbene, una volta stabiliti questi due punti si dovrebbe lasciare la più ampia autonomia alle Università nell’articolazione dei loro statuti. Le Università programmino i loro progetti, ma questi progetti di ricerca e i risultati della didattica saranno valutati. E la valutazione inciderà in maniera decisiva sui finanziamenti. Questa necessaria autonomia viene, però, soffocata in più punti dal Disegno di Legge. E se risulta eccessivo il potere concesso ai Rettori (i quali tra l’altro nominano in sostanza il Direttore generale), sminuite sono le funzioni del Senato accademico che è, invece, l’organo della più ampia rappresentatività delle competenze scientifiche e dell’Ateneo. E, d’altro canto, è esorbitante il potere concesso al Consiglio di amministrazione. Cosa, questa, non solo non criticata, ma addirittura valutata come molto positiva,con enfasi, da Gianfelice Rocca, Vice-Presidente di Confindustria per l’Education (Si veda il “Corriere Della Sera” del 24 marzo: Una governance migliore per dare responsabilità agli Atenei).
Undici è il numero massimo dei membri del C.d.a.. Chi nomina, per esattezza i componenti del C.d.a.? Con quale criteri vengono scelti o designati? Nel comma g dell’art. 2 del Titolo I si parla, tra l’altro, della “non appartenenza di almeno il quaranta percento dei consiglieri ai ruoli dell’Ateneo”. E perché mai tanta sfiducia nei docenti dell’Ateneo, cioè in coloro sui quali per primi cadranno gli effetti della valutazione? E chi nomina o sceglie, e con quali criteri, questi consiglieri esterni? Si tratta qui di interrogativi davvero nevralgici per il futuro della nostra Università, soprattutto se si tiene conto che al C.d.a. sono attribuite, oltre quelle più specifiche, “funzioni di indirizzo strategico” e la competenza “a deliberare l’attivazione e la soppressione di corsi e sedi”. Se su questi punti non si procederà con la massima chiarezza è possibile che, sotto il preteso di maggiore efficienza e snellezza nelle procedure decisionali, rilevanti pezzi della nostra Università cadano sotto la mannaia di astuti interessati o di presuntuosi incompetenti. Insomma: ne sutor ultra crepidam – il calzolaio non pretenda di esercitare la chirurgia e il chirurgo non si improvvisi pilota dell’aereo su cui stiamo salendo. Consigli saggi e proposte intelligenti possono venire da ovunque ma chi è deputato a prendere decisioni deve sopportarne la responsabilità. Se un’Università o delle Facoltà non raggiungono i loro scopi, vale a dire “falliscono” (con grave danno degli studenti), come saranno sanzionati i consiglieri di Amministrazione? Verranno inviati a far danni altrove, premiati magari con favolose liquidazioni come nel casso dell’Alitalia e delle Ferrovie? E supponiamo che industriali, imprenditori e bancari cerchino di affollare, nei loro interessi ma anche per ideali più nobili ed alti, i C.d.a. delle nostre Università, dico a Gianfelice Rocca che in ciò non ci sarebbe nulla di male, anzi tutto bene, ma solo a patto che costoro, avendo “funzioni di indirizzo strategico” e la competenza “a deliberare l’attivazione e la soppressione di corsi e sedi”, apportino all’Università quote di denaro corrispondenti al peso che loro hanno nel C.d.a. . Potere di decisione senza responsabilità è un tratto caratteristico del più irresponsabile statalismo e non una proposta liberale. Cosa ne pensa Rocca? E poi c’è anche il guaio che di mecenati da noi non se ne vedono. Rocca ne conosce qualcuno? Per queste ragioni è singolare – sconcertante, per essere chiari – che, in una lettera del 12 gennaio di quest’anno al ministro Gelmini, il Governatore della Banca D’Italia Mario Draghi abbia manifestato al Ministro l’opportunità che “la maggioranza dei membri del C.d.a. non provenisse dai ruoli dell’Ateneo, elevando l’attuale soglia minima del quaranta percento.” La nostra Università – pur con tutti i suoi difetti e problemi, pur essendo sottoposta da anni ad una fiamma ossidrica di riforme e controriforme – resta il cuore pulsante della Nazione e non deve essere svenduta. E vale oggi come ieri l’ammonimento di Goethe: “Nulla è più funesto dell’ignoranza attiva”.
È fuor di dubbio degna del più ampio consenso la preoccupazione relativa alla formazione dei nostri giovani in vista della del loro ingresso nel mondo del lavoro. Ma c’è da sperare che in questa preoccupazione non si nasconda il pericolo di una supervalutazione della ricerca “applicata” (con lo storno della maggior parte delle risorse in questa direzione), l’abbandono al loro destino delle Facoltà umanistiche (presidio tra l’altro della coscienza critica della nostra tradizione) e la messa in secondo ordine della ricerca di base in ogni ambito scientifico. La verità è che niente vi è di più pratico di una buona teoria e che, per dirla con John Dewey, “non ci si guadagna molto a tenere il proprio pensiero legato al palo dell’uso con una catena troppo corta” .
Per concludere, due inevitabili interrogativi. Se, pur con difetti eliminabili tramite opportune misure, la tenure track dovrà valere per i ricercatori a tempo determinato in attività nel nuovo regime, perché – tenendo anche conto del fatto che nel giro di quattro anni andranno in pensione dodicimila docenti di ruolo e che entro il 2020 sarà in pensione il 47% della docenza di ruolo – perché dunque, non applicare la stessa misura agli attuali ventiseimila ricercatori, malpagati e con carriere bloccate, ma senza il cui contributo nella ricerca e nella didattica l’Università Italiana dovrebbe chiudere i battenti? E perché non venire incontro a decine di migliaia di studenti fuori sede (e alle loro famiglie) tramite un serio programma pluriennale di edilizia per studenti universitari, come è stato fatto in Francia, in Spagna e soprattutto in Germania? Il nostro sistema universitario dispone di trentaseimila posti letto. Ne servono duecentomila. È inutile dire che l’impossibilità per tanti giovani di scegliere sedi più prestigiose e di spostarsi da un’Università ad un’altra equivale ad un blocco della competitività esercitata dal basso all’interno del sistema universitario. Si costruisca, certo, il ponte sullo Stretto di Messina, ma al tempo delle vacche grasse. Ora premono altre urgenze.
Al pari di Gianfelice Rocca, anch’io penso, e non da oggi, che la competizione sia la più alta forma di collaborazione. Ma ormai ho imparato a diffidare di quanti predicano da ben visibili minareti la logica della competizione, giacché non di rado proprio costoro (non parlo di Rocca e lo dico senza infingimenti) praticano la più squallida e irresponsabile logica della corte.
