DARE SENSO ALLA FESTA PER L’UNITÀ POLITICA D’ITALIA. Aprire la «via media» a un futuro da condividere

di Luca Diotallevi - Pubblicato da 'Avvenire' del 6 maggio 2010

Molti temi sono emersi dal Seminario organizzato lunedì a Genova dalla Arcidiocesi e dalle Settimane Sociali e dedicato al 150° anniversario dell’unità politica d’Italia ('Una memoria condivisa, un futuro da condividere'). Tra quelli possiamo estrarre un primo punto, meritevole di essere fissato.

È inutile ricorrere a giri di parole. La questione della unità politica del Paese è posta, e in molti modi.

Ignorarla significa rafforzare le posizioni più estreme e pericolose. Proprio in questa fase, allora, è decisivo difendere ed utilizzare la distinzione tra realtà della nazione, valore della sua unità politica e forme attraverso cui questo valore si determina.

L’Italia non è nata nel 1861 e la forza e la vitalità che il nostro popolo ha espresso a più riprese dopo quella data hanno radici più salde e più lontane di quelle dello Stato nato 149 anni orsono. Per altro, non dobbiamo mai dimenticare quale prezzo abbiamo dovuto pagare a quelle dottrine e a quelle prassi che pretendevano di fare dello Stato un assoluto ( superiorem non recognoscens ).

Una minaccia del genere è stata vinta più volte, ma non cessa di ripresentarsi: come quando si riduce pubblico a statale o diritto a legge positiva.

Certamente il contributo al bene comune venuto dalla unità politica è stato grande. Per molte aree del Paese, e per molte dimensioni della nostra vita sociale, lo Stato unitario ha avuto il merito di funzionare come primario fattore di modernizzazione. Ciò mostra che le politiche pubbliche possono funzionare e che a volte sono necessarie. Tuttavia, ciò non esime ed anzi aiuta a considerare senza reticenze i limiti e anche le contraddizioni delle forme assunte dall’unificazione e dall’unità politica. Dai loro diversi punti vista il cardinal Bagnasco e il presidente Napolitano hanno su questo mostrato una completa convergenza.

Dunque, una cosa è la nazione (sempre più mores e sempre meno ethnos), altra cosa è il valore della sua unità politica (peraltro ormai intersecata da autonomie locali e da istituzioni sovra e non statuali), altra cosa ancora è la questione delle forme per mezzo delle quali questa unità politica si realizza nei diversi momenti. Quando la Chiesa parla di radici di una nazione e di identità di una nazione è sempre di mores che parla e mai di ethnos, mentre oggi sempre più spesso vediamo combinarsi – magari in 'sedicesimo' – nostalgia di ethnos e nostalgia di vecchi modelli di statualità. Quando la Chiesa richiama al bene comune invita anche a valutare con coraggio e senza remore la funzionalità a quello stesso bene comune di istituzioni politiche che restano sempre mezzo e mai fine in sé o simulacro.

È in questa prospettiva che la questione della adeguatezza delle forme delle istituzioni politiche nazionali va posta. Nella prospettiva del bene comune la questione del riforme istituzionali assume un significato di responsabilità, di responsabilità per il nostro Paese.

Con grande efficacia il cardinal Bagnasco ha invitato a coniugare con coraggio «spirito di fedeltà e spirito di riforma». Si tratta di una indicazione che svela una via media, tra conservatorismo e secessionismo. Questa via media può rivelarsi la via maestra, la via di quel «futuro da condividere» che dovrà essere per molti versi nuovo. Per questo impegno, la prima parte della Costituzione del 1948 offre un riferimento civile certo e comune. Per questo obiettivo, nel Paese ci sono ancora forze sufficienti. Per questo sforzo, va ora elaborata una agenda.