Newman beato in nome di una libertà non anarchica

di Rocco Pezzimenti - membro del Comitato Scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton

La beatificazione del Cardinal Newman è uno degli avvenimenti fondamentali della storia del cristianesimo contemporaneo. Definito cattolico liberale, Newman rivisitò più volte, durante la sua esistenza, il suo rapporto col liberalismo. Nel corso della sua lunga vita, fu variamente accusato ora di essere antiliberale ora, invece, fu guardato con sospetto come simpatizzante del liberalismo quando si confrontò con i giovani della cosiddetta Catholic Left. In realtà la sua fu una posizione veramente chiara. Riferendosi ad alcuni cattolici francesi, tra i quali il Montalembert, diceva di esitare ad adottare il loro linguaggio e, per spiegarsi, aggiungeva: “imputo la necessità di tale esitazione ad alcune differenze fra noi nell’uso delle parole o nella situazione del nostro paese”. Subito dopo, con riferimento ad alcune idee liberali che si erano introdotte anche in teologia, chiariva “Ora per liberalismo io intendo la falsa libertà di pensiero” su questioni importanti e fra queste “debbono essere considerate soprattutto le verità della rivelazione. Il liberalismo dunque è l’errore di sottomettere al giudizio umano quelle dottrine rivelate che, per loro natura, sono al di là di esso e ne sono indipendenti (…) la cui accettazione si fonda unicamente sull’autorità esterna della Parola di Dio”.

Più volte tornò sull’argomento per superare ogni sorta di equivoco. Le perplessità di Newman vanno soprattutto nei confronti di un certo liberalismo e sono ben espresse in alcune pagine della sua Apologia. “Più tardi, il liberalismo fu l’insegna di una scuola teologica, di carattere arido e poco invitante, non molto pericolosa in se stessa, ma pericolosa in quanto apriva le porte a una serie di guai che essa stessa non prevedeva o comprendeva. Attualmente esso non è altro che quel profondo, plausibile scetticismo che più sopra ho indicato come il risultato della ragione umana quale è esercitata in pratica dall’uomo naturale”. Molti sono quelli che professano il liberalismo “e senza dubbio c’è, nel cuore di alcuni o di molti di loro una vera antipatia o un vero sdegno contro la verità rivelata (…). In questo stato di cose mi è sembrato poco dignitoso per un cattolico adoperarsi a dare la caccia a cose che più tardi si sarebbero forse rivelate delle chimere”.

In verità, quello che lo insospettiva del liberalismo inglese era “la sua tendenza antidogmatica” in materia di fede che finiva per ridurre “la verità religiosa ad una opinione privata o ad un sentimento personale”. Una visione, insomma, che finiva per ridurre qualunque credo religioso sullo stesso piano, ritenendoli tutti, nello stesso momento, veri e impossibili. Quello della ricerca della verità era stato da sempre uno dei grandi problemi della riflessione di Newman. Già da giovane aveva espresso in una poesia una precisa convinzione: the truths that in me burn (le verità che bruciano in me). Bruciavano perché egli era veramente convinto che il “suo tempo” evidenziava come “non è la prima volta nella storia in cui la verità si ritrova without a home (senza casa)”. Per raggiungere la verità occorre essere seri nel ricercarla. Solo per questa via si sarebbe difesa la “credibilità della fede cristiana”. Non si tratta più di dimostrare l’esistenza di Dio, ma di illustrare in concreto come si crede in Lui.

Arrivò a questa conclusione dopo un faticoso cammino aiutato dall’amicizia di Hurrel Froude e soprattutto di John Keble. Quest’ultimo gli fece capire che accanto alla via del ragionamento, della ricerca e dell’argomentazione, vie certo nobili in tanti campi, nella fede c’era la via dell’autorità. Da qui nacque in Newman l’ammirazione per la Chiesa di Roma e l’avversione verso la Riforma, ma soprattutto accrebbe in lui la devozione alla Vergine Maria ed alla reale presenza di Cristo nell’Eucaristia.

Arrivò a queste conclusioni anche grazie allo studio dei Padri e delle eresie antiche. Appariva chiaro che lo studio della questione ariana non era fine a se stesso. Si stabiliva così “un parallelo tra arianesimo e (un certo tipo di) liberalismo da una parte e tra la Chiesa cattolica antica e i fermenti innovatori che alcuni uomini riflessivi e brillanti coltivavano ad Oxford”. Gli ariani, evidenziando un aspetto dello gnosticismo di ogni tempo, si avvicinavano al Cristianesimo convinti che la sua verità dovesse essere soprattutto oggetto dell’intelligenza. Non presentavano, invece, l’ammirazione e la gratitudine della vera Chiesa. Si profila la differenza, che purtroppo in certi momenti diventerà dissidio, tra l’intelligenza ed il cuore.

Non che il cattolicesimo rinunciasse allo studio o all’investigazione, ma lo fece sotto la sicura guida della Scrittura e della Tradizione. L’eresia ariana, manifestò subito un tratto caratteristico di tutte le eresie: i portatori di nuove idee rivendicavano la loro forza speculativa mostrandosi intolleranti verso le mentalità semplici giudicate esclusivamente ignoranti. Davvero efficace, al riguardo, è l’espressione: “Then, however, as now”. Ora come allora: Newman tende così ad evidenziare un vizio ricorrente nella mentalità eretica: pretende di essere liberale ed in realtà è esattamente il suo contrario.

Le capacità dialettiche degli eretici sembrarono avere la meglio, anche perché colsero di sorpresa l’avversario. In realtà le ragioni del successo furono altre e traggono origine dal fascino che sempre sanno esercitare, sulle menti speculative, gli insegnamenti a carattere scettico. È chiaro che simili teorie dovevano impattare con gli insegnamenti dogmatici della Chiesa. Si aggiunga che le eresie hanno la facilitazione di trovare ascolto perché, più che proporre un loro credo nuovo ed originale, criticano e riformano il credo ricevuto dalla Chiesa ufficiale. Puntano poi esclusivamente su problematiche presenti ed attuali. Ora, occorre rilevare che, pur essendo importanti problemi come quelli della pace e della prosperità, questi non sono gli aspetti peculiari della religione cristiana che, altrimenti, è ridotta esclusivamente a questione sociologica o politica. Lo stesso liberalismo utilitaristico non può esaurire tutta la prospettiva cristiana. È importante ribadire proprio oggi questa posizione di Newman perché malgrado si possano avanzare sulla sua opera alcune riserve sul piano storico, il tema di fondo trattato, quello cioè teologico e dottrinario, rimane estremamente attuale.

A questo proposito occorrerà ricordare che il vero tema della libertà, o del liberalismo, si incentrava per Newman sul problema della coscienza. Ne avvertiva però pericoli e contraddizioni che, oggi, sfuggono a molti sedicenti liberali. Per lui, come ha ben sottolineato l’allora Cardinal Ratzinger, il problema di fondo era questo: “La riduzione della coscienza alla certezza soggettiva significa nello stesso tempo la rinuncia alla verità”. Il primato del Papa e della Chiesa cattolica – secondo l’interpretazione di Newman nella visione di Ratzinger – se è rettamente inteso va visto come garanzia del “primato della coscienza – dunque non ad esso contrapposto, ma piuttosto su di essa fondato e garantito”. Certo la libertà di coscienza è fondamentale in Newman, che riconosce al soggetto un’attenzione che, forse, nessuno gli aveva dato dai tempi d’Agostino. “Ma si tratta di un’attenzione nella linea di Agostino e non di quella della filosofia soggettivistica della modernità”. Non a caso Newman si è strenuamente battuto contro un certo modo, specialmente inglese, di intendere il liberalismo. Non a caso, nel 1833, scrisse: “Amavo scegliere e capire la mia strada. Ora invece prego: Signore, guidami tu!”.