Quando il rischio dipende dalla libertà. A colloquio con Sergio Belardinelli.
di Massimiliano Padula
Probabilmente ci scivolerebbe un brivido lungo la schiena se accanto a noi, in aereo, si sedesse un uomo con la barba lunga e bianca con indosso abiti tipicamente arabi e turbante in testa. Presumibilmente questo timore si trasformerebbe in angoscia se questa persona si alzasse per andare in bagno e tardasse a tornare. I meccanismi di creazione e diffusione della paura sono molteplici ma l’esperienza ed il vissuto iconico contribuiscono tracciarne i contorni. L’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 continua a costituire uno spartiacque simbolico tra ciò che prima intendevamo per terrorismo e l’approccio, certamente differente, che abbiamo adesso. Prima, terrorismo significava Eta, Ira, Brigate Rosse, fenomeni politico-criminali organizzati territorialmente, localizzati in aeree ben precise. Dopo l’11 settembre la globalizzazione ha fagocitato anche il terrorismo rendendolo mondiale. In conseguenza di ciò anche la nostra percezione del rischio è mutata. Nuove paure sono sorte e si sono iniettate definitivamente nel nostro vissuto. I media facilitano questa nuova dimensione dell’incerto, la costruiscono, mercificano la paura e la vendono attraverso le strisce di informazione quotidiana onnipresenti.
Come la qualsiasi merce anche quella “informativa” ha dei prodotti più appetibili. Le emergenze sono tra questi. Con il loro carico di prossimità emotiva ci catturano, ci stimolano alla riflessione, allo sdegno, alla reazione.
Non esiste rischio zero; la nascita stessa è un rischio, tanto più lo è la vita. Questa affermazione, che può segnare il punto di inizio di tutti i discorsi sul rischio, di qualunque tipo esso sia (ambientale, economico, sanitario), richiama al concetto di società mondiale del rischio teorizzato da Ulrick Beck. Il sociologo tedesco spiega in un’intervista a Philosophie Magazine, che la sua teoria, «esposta già nel 1986, si basa su una semplice osservazione: la produzione di ricchezza è ormai intimamente legata ai rischi derivanti dalla produzione, come dimostra l’esempio dell’energia nucleare. Questo pone un problema di giustizia sociale. Se soltanto una parte della società beneficia di certe ricchezze, depredando l’ambiente, – una nube tossica radioattiva o un mare inquinato da petrolio – colpisce tutte le classi sociali al di là di ogni frontiera. Vent’anni fa, riflettevo ancora molto all’interno di una dimensione nazionale. All’epoca, la mondializzazione del rischio non era ancora visibile. È per questo che ho voluto riformulare la mia teoria, individuando le diverse categorie del rischio, nuove e transnazionali: le calamità naturali, il cambiamento climatico e le sue conseguenze, i grandi rischi tecnici derivanti dalle nanotecnologie o dalle tecnologie dell’informazione, e, infine, una diversa tipologia di rischio, il terrorismo. In tutti questi casi, la sfida consiste nel prevenire le conseguenze delle catastrofi, che rendono necessaria l’azione politica» (Beck: 2007).
Pertanto la società contemporanea è rischiosa soprattutto perché un sempre maggior numero di eventi dipende dalle nostre scelte. Ne è convinto Sergio Belardinelli, professore ordinario di sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna e membro del comitato scientifico del Centro studi Tocqueville-Acton. Belardinelli è allievo e studioso di Niklas Luhmann che, col suo concetto di complessità, già evidenziava anni fa come la società contemporanea fosse acentrica, soffrisse, cioè, della mancanza di ogni centro regolatore del sistema sociale.
«Curiosamente – afferma Belardinelli – il crescente potere di controllo che abbiamo via via acquisito sulla realtà ha fatto crescere anche uno spasmodico desiderio di sicurezza. Ci piace la libertà, ma non ci piacciono i rischi che essa comporta. Viviamo così una sorta di schizofrenia, la quale, sul piano politico-culturale, alla lunga, potrebbe produrre anche danni molto seri. Soprattutto – continua – mi pare che diventi sempre più insopportabile l’insicurezza in quanto tale; tendiamo cioè a rifiutare ciò che c’è di più ovvio e scontato nella condizione umana».
Belardinelli riflette, inoltre, sul ruolo delle istituzioni, spesso bollate come colpevoli poiché, come nel caso dei terremoti, «hanno consentito che si costruissero case senza rispettare i sistemi antisismici oppure che non sono intervenute tempestivamente con i soccorsi. Ciò in parte può essere vero. Ma è anche vero – aggiunge – che, a furia di alimentare aspettative di sicurezza, le istituzioni politiche vengono sovraccaricate di un compito che, in una società strutturalmente rischiosa, non potranno mai assolvere adeguatamente. E a qualcuno potrebbe anche venire in mente di promettere sicurezza in cambio di minore libertà». Rischi che ne generano altri, quindi, e che i media, con il loro potenziale amplificativo, rischiano di accrescere. I terremoti, così come le altre catastrofi, rappresentano un momento iconico nella formazione della contemporaneità, dove il rischio latente, è non più il pericolo evidente, viene immaginato e percepito come permanente e traccia i contorni di una condizione sociale di sfiducia nel mondo.
I media, a questo riguardo, possono svolgere un ruolo focale nel attenuare queste negatività. Belardinelli è convinto che essi rappresentino ormai «il nostro ”ambiente”: non sono più semplici strumenti, ma esprimono una dimensione della nostra vita, sono, – come afferma Benedetto XVI nella Caritas in Veritate – “incarnati nella vita del mondo”».
Un richiamo, come quello del Pontefice a tutti coloro che operano nei media, a non perdere di vista l’ancoraggio a una rappresentazione vera e giusta della realtà, a un’antropologia, che possa costituire la bussola del loro racconto, risulta indispensabile.
«Specialmente, – aggiunge il professore – quando si tratta di raccontare catastrofi. Dare notizia un terremoto mostrando compassione per le vittime, fermezza nel denunciare le eventuali responsabilità, cercando al tempo stesso di suscitare solidarietà o raccontarlo invece utilizzando le vittime per suscitare sdegno e protesta nei confronti del governo, semplicemente perché parteggiamo per l’opposizione, sono operazioni diametralmente opposte nelle intenzioni e nelle conseguenze. I media – conclude Belardinelli – non dovrebbero mai perdere di vista la verità di ciò che raccontano. Ma è anche importante che essi facciano qualcosa per promuovere una cultura del rischio e della responsabilità, anziché tener dietro a sicurezze impossibili».
Probabilmente ci scivolerebbe un brivido lungo la schiena se accanto a noi, in aereo, si sedesse un uomo con la barba lunga e bianca con indosso abiti tipicamente arabi e turbante in testa. Presumibilmente questo timore si trasformerebbe in angoscia se questa persona si alzasse per andare in bagno e tardasse a tornare. I meccanismi di creazione e diffusione della paura sono molteplici ma l’esperienza ed il vissuto iconico contribuiscono tracciarne i contorni. L’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 continua a costituire uno spartiacque simbolico tra ciò che prima intendevamo per terrorismo e l’approccio, certamente differente, che abbiamo adesso. Prima, terrorismo significava Eta, Ira, Brigate Rosse, fenomeni politico-criminali organizzati territorialmente, localizzati in aeree ben precise. Dopo l’11 settembre la globalizzazione ha fagocitato anche il terrorismo rendendolo mondiale. In conseguenza di ciò anche la nostra percezione del rischio è mutata. Nuove paure sono sorte e si sono iniettate definitivamente nel nostro vissuto. I media facilitano questa nuova dimensione dell’incerto, la costruiscono, mercificano la paura e la vendono attraverso le strisce di informazione quotidiana onnipresenti.
Come la qualsiasi merce anche quella “informativa” ha dei prodotti più appetibili. Le emergenze sono tra questi. Con il loro carico di prossimità emotiva ci catturano, ci stimolano alla riflessione, allo sdegno, alla reazione.
Non esiste rischio zero; la nascita stessa è un rischio, tanto più lo è la vita. Questa affermazione, che può segnare il punto di inizio di tutti i discorsi sul rischio, di qualunque tipo esso sia (ambientale, economico, sanitario), richiama al concetto di società mondiale del rischio teorizzato da Ulrick Beck. Il sociologo tedesco spiega in un’intervista a Philosophie Magazine, che la sua teoria, «esposta già nel 1986, si basa su una semplice osservazione: la produzione di ricchezza è ormai intimamente legata ai rischi derivanti dalla produzione, come dimostra l’esempio dell’energia nucleare. Questo pone un problema di giustizia sociale. Se soltanto una parte della società beneficia di certe ricchezze, depredando l’ambiente, – una nube tossica radioattiva o un mare inquinato da petrolio – colpisce tutte le classi sociali al di là di ogni frontiera. Vent’anni fa, riflettevo ancora molto all’interno di una dimensione nazionale. All’epoca, la mondializzazione del rischio non era ancora visibile. È per questo che ho voluto riformulare la mia teoria, individuando le diverse categorie del rischio, nuove e transnazionali: le calamità naturali, il cambiamento climatico e le sue conseguenze, i grandi rischi tecnici derivanti dalle nanotecnologie o dalle tecnologie dell’informazione, e, infine, una diversa tipologia di rischio, il terrorismo. In tutti questi casi, la sfida consiste nel prevenire le conseguenze delle catastrofi, che rendono necessaria l’azione politica» (Beck: 2007).
Pertanto la società contemporanea è rischiosa soprattutto perché un sempre maggior numero di eventi dipende dalle nostre scelte. Ne è convinto Sergio Belardinelli, professore ordinario di sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna e membro del comitato scientifico del Centro studi Tocqueville-Acton. Belardinelli è allievo e studioso di Niklas Luhmann che, col suo concetto di complessità, già evidenziava anni fa come la società contemporanea fosse acentrica, soffrisse, cioè, della mancanza di ogni centro regolatore del sistema sociale.
«Curiosamente – afferma Belardinelli – il crescente potere di controllo che abbiamo via via acquisito sulla realtà ha fatto crescere anche uno spasmodico desiderio di sicurezza. Ci piace la libertà, ma non ci piacciono i rischi che essa comporta. Viviamo così una sorta di schizofrenia, la quale, sul piano politico-culturale, alla lunga, potrebbe produrre anche danni molto seri. Soprattutto – continua – mi pare che diventi sempre più insopportabile l’insicurezza in quanto tale; tendiamo cioè a rifiutare ciò che c’è di più ovvio e scontato nella condizione umana».
Belardinelli riflette, inoltre, sul ruolo delle istituzioni, spesso bollate come colpevoli poiché, come nel caso dei terremoti, «hanno consentito che si costruissero case senza rispettare i sistemi antisismici oppure che non sono intervenute tempestivamente con i soccorsi. Ciò in parte può essere vero. Ma è anche vero – aggiunge – che, a furia di alimentare aspettative di sicurezza, le istituzioni politiche vengono sovraccaricate di un compito che, in una società strutturalmente rischiosa, non potranno mai assolvere adeguatamente. E a qualcuno potrebbe anche venire in mente di promettere sicurezza in cambio di minore libertà». Rischi che ne generano altri, quindi, e che i media, con il loro potenziale amplificativo, rischiano di accrescere. I terremoti, così come le altre catastrofi, rappresentano un momento iconico nella formazione della contemporaneità, dove il rischio latente, è non più il pericolo evidente, viene immaginato e percepito come permanente e traccia i contorni di una condizione sociale di sfiducia nel mondo.
I media, a questo riguardo, possono svolgere un ruolo focale nel attenuare queste negatività. Belardinelli è convinto che essi rappresentino ormai «il nostro ”ambiente”: non sono più semplici strumenti, ma esprimono una dimensione della nostra vita, sono, – come afferma Benedetto XVI nella Caritas in Veritate – “incarnati nella vita del mondo”».
Un richiamo, come quello del Pontefice a tutti coloro che operano nei media, a non perdere di vista l’ancoraggio a una rappresentazione vera e giusta della realtà, a un’antropologia, che possa costituire la bussola del loro racconto, risulta indispensabile.
«Specialmente, – aggiunge il professore – quando si tratta di raccontare catastrofi. Dare notizia un terremoto mostrando compassione per le vittime, fermezza nel denunciare le eventuali responsabilità, cercando al tempo stesso di suscitare solidarietà o raccontarlo invece utilizzando le vittime per suscitare sdegno e protesta nei confronti del governo, semplicemente perché parteggiamo per l’opposizione, sono operazioni diametralmente opposte nelle intenzioni e nelle conseguenze. I media – conclude Belardinelli – non dovrebbero mai perdere di vista la verità di ciò che raccontano. Ma è anche importante che essi facciano qualcosa per promuovere una cultura del rischio e della responsabilità, anziché tener dietro a sicurezze impossibili».
