Un Fondo valuta l’Italia, un altro la risolleva!
di Riccardo Gotti Tedeschi - Pubblicato su Synthesis settembre-novembre 2010
In questi giorni abbiamo letto che il Fondo monetario internazionale ha valutato allo 0,9% la stima della crescita di PIL dell’Italia per il 2010, mentre nel 2011 avanzerà all’1%. L’Italia dunque risulta più lenta a ripartire dopo la crisi, a causa di un deficit di competitività, che solo in parte scaturisce dalla pressione fiscale. Andando a ripercorrere l’analisi del FMI, non lascia per nulla sorpresi che in parallelo ci si aspetti una ripresa definita “moderata” in Germania, mentre per la Francia si parla di una crescita “modesta”. In Italia la ripresa sarà comunque ancora più lenta, giacché i problemi radicati in questo paese sono – tra gli altri - una persistente mancanza di competitività che frena le esportazioni, mentre il programmato consolidamento fiscale indebolisce la domanda dei consumatori. Le politiche fiscali, per quanto siano chiamate a elaborare misure finalizzate a ridurre i deficit nel medio periodo (al fine di abbassare il debito pubblico), restano comunque in balia di una situazione critica in termini di spesa pubblica e costi fissi, che non sono fronteggiabili senza sviluppo e appunto maggiore produttività. Qui necessariamente si impone una riflessione sul calo demografico come evidente concausa della presente situazione di crisi economica. Aldilà delle riforme strutturali auspicate dal FMI, ed anzi in un’ottica di promozione dello sviluppo e sostegno alla competitività del paese – senza dimenticale il libero mercato! - è utile fare una overview su quello che è il Fondo Italiano di investimento per le piccole e medie imprese, recentemente costituito dal Ministero dell’Economia, la Cassa Depositi e Prestiti, l’ABI, Confindustria e le tre banche primarie in Italia , ed in procinto di effettuare i primi investimenti nel tessuto industriale italiano. Il Fondo, nel rispetto del miglior strumento di private equity, risponde al fine tradizionale suo proprio, vale a dire quello di un’attività di investimento nel capitale di rischio di imprese non quotate, con l’obbiettivo della valorizzazione dell’impresa oggetto di investimento, ai fini della sua (successiva) dismissione entro un periodo di medio–lungo termine.
La situazione economica alla quale il Fondo intende ovviare è quella delle piccole e medie imprese che hanno sofferto più di altre le conseguenze dell’ardua congiuntura: marcati cali di fatturato e di margini operativi, che a loro volta hanno provocato un aumento delle esposizioni bancarie ed un degrado del merito creditizio. Risulta chiaro che in questa situazione le PMI, già strutturalmente poco capitalizzate, non possano perseguire programmi di sviluppo a causa dell’assenza di risorse. Fine precipuo del Fondo è pertanto quello di iniettare equity, di capitalizzare e di favorire processi di aggregazione su quelle 15 mila imprese italiane con fatturato tra i 10 e i 100 milioni di Euro, che intendano accrescere le proprie quote di mercato soprattutto in ambito internazionale, e che al momento soffrono il freno tirato allo sviluppo perché mancano di risorse. L’intervento del Fondo è chiamato ad essere complementare e non sostitutivo di nuova finanza da parte del sistema bancario, e potrà prevedere anche la partecipazione degli imprenditori e di altri co-investitori chiamati a questa fase di ri-capitalizzazione/aggregazione. Questo processo viene messo in atto attraverso la costituzione di una SGR - società di gestione del risparmio - che colloca le quote del fondo presso le banche sponsor, la Cassa Depositi e Prestiti, gli investitori istituzionali (si tratta di un fondo comune di investimento mobiliare di tipo chiuso). Il Fondo opererà per le PMI con una durata complessiva fino a 14 anni, di cui 5 anni per l’investimento, 5 anni per il disinvestimento più 2 anni di proroga per ciascuna fase. L’effetto che potrà prodursi a cascata sulle PMI sarà dunque l’apporto di capitali freschi che potrà sostenere, a condizioni di mercato, lo sviluppo delle imprese. Si verrebbero così a creare dei “medi campioni nazionali” in grado di misurarsi sui mercati internazionali. Tralasciando le modalità tecniche di intervento (sono 4, dall’ingresso diretto di minoranza nel capitale al finanziamento subordinato convertibile, convertendo o partecipativo), va posta attenzione sulle ricadute che ci si attende dall’utilizzo di questo strumento, e che allontanano ogni velata critica di misura assistenzialistica. Anzitutto sono previsti dei rendimenti per i sottoscrittori, seppur attenuati rispetto ai tradizionali fondi di private equity. In secondo luogo si auspica un miglioramento del merito creditizio delle singole aziende, oltre che uno stimolo all’industria del private equity, in ripresa dopo la recente stagnazione, ed infine un aumento delle medie imprese italiane che potranno scegliere, ad esito del disinvestimento del Fondo, la quotazione su mercati regolamentati.
I risultati saranno certamente l’unico metro per valutare l’efficacia di detto strumento. Tuttavia, vista la lenta dinamica della produttività e la stentata crescita dell’economia italiana (come indicatoci dal FMI), tra le riforme economiche strutturali ritenute urgenti e le riforme culturali altrettanto urgenti, una misura pragmatica quale quella della costituzione del Fondo per le PMI potrà essere basilare nel nostro paese, in uno scenario di sviluppo della produttività.
In questi giorni abbiamo letto che il Fondo monetario internazionale ha valutato allo 0,9% la stima della crescita di PIL dell’Italia per il 2010, mentre nel 2011 avanzerà all’1%. L’Italia dunque risulta più lenta a ripartire dopo la crisi, a causa di un deficit di competitività, che solo in parte scaturisce dalla pressione fiscale. Andando a ripercorrere l’analisi del FMI, non lascia per nulla sorpresi che in parallelo ci si aspetti una ripresa definita “moderata” in Germania, mentre per la Francia si parla di una crescita “modesta”. In Italia la ripresa sarà comunque ancora più lenta, giacché i problemi radicati in questo paese sono – tra gli altri - una persistente mancanza di competitività che frena le esportazioni, mentre il programmato consolidamento fiscale indebolisce la domanda dei consumatori. Le politiche fiscali, per quanto siano chiamate a elaborare misure finalizzate a ridurre i deficit nel medio periodo (al fine di abbassare il debito pubblico), restano comunque in balia di una situazione critica in termini di spesa pubblica e costi fissi, che non sono fronteggiabili senza sviluppo e appunto maggiore produttività. Qui necessariamente si impone una riflessione sul calo demografico come evidente concausa della presente situazione di crisi economica. Aldilà delle riforme strutturali auspicate dal FMI, ed anzi in un’ottica di promozione dello sviluppo e sostegno alla competitività del paese – senza dimenticale il libero mercato! - è utile fare una overview su quello che è il Fondo Italiano di investimento per le piccole e medie imprese, recentemente costituito dal Ministero dell’Economia, la Cassa Depositi e Prestiti, l’ABI, Confindustria e le tre banche primarie in Italia , ed in procinto di effettuare i primi investimenti nel tessuto industriale italiano. Il Fondo, nel rispetto del miglior strumento di private equity, risponde al fine tradizionale suo proprio, vale a dire quello di un’attività di investimento nel capitale di rischio di imprese non quotate, con l’obbiettivo della valorizzazione dell’impresa oggetto di investimento, ai fini della sua (successiva) dismissione entro un periodo di medio–lungo termine.
La situazione economica alla quale il Fondo intende ovviare è quella delle piccole e medie imprese che hanno sofferto più di altre le conseguenze dell’ardua congiuntura: marcati cali di fatturato e di margini operativi, che a loro volta hanno provocato un aumento delle esposizioni bancarie ed un degrado del merito creditizio. Risulta chiaro che in questa situazione le PMI, già strutturalmente poco capitalizzate, non possano perseguire programmi di sviluppo a causa dell’assenza di risorse. Fine precipuo del Fondo è pertanto quello di iniettare equity, di capitalizzare e di favorire processi di aggregazione su quelle 15 mila imprese italiane con fatturato tra i 10 e i 100 milioni di Euro, che intendano accrescere le proprie quote di mercato soprattutto in ambito internazionale, e che al momento soffrono il freno tirato allo sviluppo perché mancano di risorse. L’intervento del Fondo è chiamato ad essere complementare e non sostitutivo di nuova finanza da parte del sistema bancario, e potrà prevedere anche la partecipazione degli imprenditori e di altri co-investitori chiamati a questa fase di ri-capitalizzazione/aggregazione. Questo processo viene messo in atto attraverso la costituzione di una SGR - società di gestione del risparmio - che colloca le quote del fondo presso le banche sponsor, la Cassa Depositi e Prestiti, gli investitori istituzionali (si tratta di un fondo comune di investimento mobiliare di tipo chiuso). Il Fondo opererà per le PMI con una durata complessiva fino a 14 anni, di cui 5 anni per l’investimento, 5 anni per il disinvestimento più 2 anni di proroga per ciascuna fase. L’effetto che potrà prodursi a cascata sulle PMI sarà dunque l’apporto di capitali freschi che potrà sostenere, a condizioni di mercato, lo sviluppo delle imprese. Si verrebbero così a creare dei “medi campioni nazionali” in grado di misurarsi sui mercati internazionali. Tralasciando le modalità tecniche di intervento (sono 4, dall’ingresso diretto di minoranza nel capitale al finanziamento subordinato convertibile, convertendo o partecipativo), va posta attenzione sulle ricadute che ci si attende dall’utilizzo di questo strumento, e che allontanano ogni velata critica di misura assistenzialistica. Anzitutto sono previsti dei rendimenti per i sottoscrittori, seppur attenuati rispetto ai tradizionali fondi di private equity. In secondo luogo si auspica un miglioramento del merito creditizio delle singole aziende, oltre che uno stimolo all’industria del private equity, in ripresa dopo la recente stagnazione, ed infine un aumento delle medie imprese italiane che potranno scegliere, ad esito del disinvestimento del Fondo, la quotazione su mercati regolamentati.
I risultati saranno certamente l’unico metro per valutare l’efficacia di detto strumento. Tuttavia, vista la lenta dinamica della produttività e la stentata crescita dell’economia italiana (come indicatoci dal FMI), tra le riforme economiche strutturali ritenute urgenti e le riforme culturali altrettanto urgenti, una misura pragmatica quale quella della costituzione del Fondo per le PMI potrà essere basilare nel nostro paese, in uno scenario di sviluppo della produttività.
