Il federalismo per l’Italia. Sturzo insegna
di Flavio Felice - Pubblicato dal quotidiano "Avvenire" del 23 dicembre 2010 - English Version
Nel discorso alle autorità civili e religiose a Westminster lo scorso 17 settembre, Benedetto XVI ha evidenziato i caratteri politici peculiari che interessano per conformità la visione che la Dottrina sociale della Chiesa ha della politica: “la tradizione parlamentare; l’equilibrio tra le legittime esigenze del potere dello stato e i diritti di coloro che gli sono soggetti; i limiti all’esercizio del potere; la libertà di espressione; la libertà di affiliazione politica; la rule of law; l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge”. In pratica, i caratteri politici capaci di promuovere la dignità della persona, il dovere che le autorità civili hanno di promuovere il bene comune ed una nozione di bene comune che si risolve nella visione plurale e poliarchica delle istituzioni politiche, economiche e culturali, irriducibile ad una prospettiva monistica e centralistica. In tal senso, la teoria dello stato federale offre una serie di spunti teorici di innegabile interesse anche nella prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa.
La tesi di una maggiore articolazione sul piano territoriale ed una diversificazione delle policy in grado di evidenziare le peculiarità locali e di ottimizzare la loro economicità appare del tutto coerente con l’analisi politica, economica e sociologica di una figura rilevante del pensiero sociale cattolico come quella di Luigi Sturzo, padre del cattolicesimo politico e fonte per chiunque decida di fare politica ispirandosi alla tradizione del popolarismo e della Democrazia Cristiana. Era opinione di Sturzo che la risoluzione di parte dei problemi della nostra economia sarebbe dovuta passare per una radicale evoluzione dello stato verso un federalismo efficiente, capace di creare sviluppo economico e coesione sociale su tutto il territorio. Un aspetto peculiare e di grande attualità del federalismo sturziano è di essere ancorato saldamente alla soluzione della questione meridionale. Sturzo sosteneva la necessità di un’azione politica che non privilegiasse centralisticamente un modello piuttosto che un altro e affermava l’esigenza di una politica che consentisse l’articolazione delle diverse politiche regionali. Per Sturzo, la vocazione dello stato italiano era inevitabilmente federalista, un federalismo costruito su base municipalista e regionalista: “un sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federazione delle varie regioni, che lasci intatta l’unità del regime”.
Dunque, la risposta di Sturzo è incentrata sul ruolo attivo delle comunità intermedie; lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero di denaro pubblico (le “tre male bestie della democrazia”) si combattono facendo emergere dal basso le forze vive della nazione. Il federalismo sturziano, di conseguenza, non è una semplice devoluzione dei poteri dal “centro” verso altri “centri” minori. Il suo federalismo sgorga dal principio di sussidiarietà e si propone di risolvere le difficoltà create dalla centralizzazione illiberale del potere dello stato attraverso il ruolo attivo dei soggetti che compongono la società civile. Infine, il federalismo di Sturzo è proiettato verso la dimensione europea senza disconoscere il valore dell’identità nazionale: “Solo attraverso le autonomie locali si prepara una vita nazionale sempre più viva e coerente e una coesione internazionale sempre più effettiva e sentita”.
Credo che nessuno onestamente possa dire che cosa Sturzo avrebbe pensato oggi del federalismo proposto dalle forze politiche attualmente al governo, di sicuro non avrebbe urlato alla “dissolution” nazionale, ma non avrebbe neppure brindato alla vittoria della sua battaglia federalista. Si sarebbe battuto come un leone per migliorare la riforma, e in ogni caso non l’avrebbe gettata tutta al macero.
Sapranno i politici italiani che si riconoscono nella tradizione del popolarismo e della Democrazia Cristiana assumere la lezione di Sturzo e riproporla nell’azione politica di tutti i giorni? Sarebbe auspicabile che qualcuno batta un colpo!
Flavio Felice - Presidente Centro Studi Tocqueville-Acton – Adjunct Fellow American Enterprise Institute
Nel discorso alle autorità civili e religiose a Westminster lo scorso 17 settembre, Benedetto XVI ha evidenziato i caratteri politici peculiari che interessano per conformità la visione che la Dottrina sociale della Chiesa ha della politica: “la tradizione parlamentare; l’equilibrio tra le legittime esigenze del potere dello stato e i diritti di coloro che gli sono soggetti; i limiti all’esercizio del potere; la libertà di espressione; la libertà di affiliazione politica; la rule of law; l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge”. In pratica, i caratteri politici capaci di promuovere la dignità della persona, il dovere che le autorità civili hanno di promuovere il bene comune ed una nozione di bene comune che si risolve nella visione plurale e poliarchica delle istituzioni politiche, economiche e culturali, irriducibile ad una prospettiva monistica e centralistica. In tal senso, la teoria dello stato federale offre una serie di spunti teorici di innegabile interesse anche nella prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa.
La tesi di una maggiore articolazione sul piano territoriale ed una diversificazione delle policy in grado di evidenziare le peculiarità locali e di ottimizzare la loro economicità appare del tutto coerente con l’analisi politica, economica e sociologica di una figura rilevante del pensiero sociale cattolico come quella di Luigi Sturzo, padre del cattolicesimo politico e fonte per chiunque decida di fare politica ispirandosi alla tradizione del popolarismo e della Democrazia Cristiana. Era opinione di Sturzo che la risoluzione di parte dei problemi della nostra economia sarebbe dovuta passare per una radicale evoluzione dello stato verso un federalismo efficiente, capace di creare sviluppo economico e coesione sociale su tutto il territorio. Un aspetto peculiare e di grande attualità del federalismo sturziano è di essere ancorato saldamente alla soluzione della questione meridionale. Sturzo sosteneva la necessità di un’azione politica che non privilegiasse centralisticamente un modello piuttosto che un altro e affermava l’esigenza di una politica che consentisse l’articolazione delle diverse politiche regionali. Per Sturzo, la vocazione dello stato italiano era inevitabilmente federalista, un federalismo costruito su base municipalista e regionalista: “un sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federazione delle varie regioni, che lasci intatta l’unità del regime”.
Dunque, la risposta di Sturzo è incentrata sul ruolo attivo delle comunità intermedie; lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero di denaro pubblico (le “tre male bestie della democrazia”) si combattono facendo emergere dal basso le forze vive della nazione. Il federalismo sturziano, di conseguenza, non è una semplice devoluzione dei poteri dal “centro” verso altri “centri” minori. Il suo federalismo sgorga dal principio di sussidiarietà e si propone di risolvere le difficoltà create dalla centralizzazione illiberale del potere dello stato attraverso il ruolo attivo dei soggetti che compongono la società civile. Infine, il federalismo di Sturzo è proiettato verso la dimensione europea senza disconoscere il valore dell’identità nazionale: “Solo attraverso le autonomie locali si prepara una vita nazionale sempre più viva e coerente e una coesione internazionale sempre più effettiva e sentita”.
Credo che nessuno onestamente possa dire che cosa Sturzo avrebbe pensato oggi del federalismo proposto dalle forze politiche attualmente al governo, di sicuro non avrebbe urlato alla “dissolution” nazionale, ma non avrebbe neppure brindato alla vittoria della sua battaglia federalista. Si sarebbe battuto come un leone per migliorare la riforma, e in ogni caso non l’avrebbe gettata tutta al macero.
Sapranno i politici italiani che si riconoscono nella tradizione del popolarismo e della Democrazia Cristiana assumere la lezione di Sturzo e riproporla nell’azione politica di tutti i giorni? Sarebbe auspicabile che qualcuno batta un colpo!
Flavio Felice - Presidente Centro Studi Tocqueville-Acton – Adjunct Fellow American Enterprise Institute
