Corri Corri Sud

di Massimiliano Padula - Pubblicato da 'Il Sudsidiario' dell'16 gennaio 2010

Era il 1993 e i 99 Posse cantavano Curre curre guagliò. Era l'anno dell'arresto di Totò Riina, della visita di Giovanni Paolo II ad Agrigento e della morte di Don Tonino Bello. Era l'anno di Sud, film di Gabriele Salvatores, che narra la vicenda del disoccupato Ciro che, con tre compagni fra cui un africano, occupa, in segno di protesta, un seggio elettorale. Un anno a caso, il 1993 che ha segnato, come i precedenti e quelli a venire, storie, uomini e avvenimenti avvenuti nel Sud. Quell'umanità in cammino che cantavano i 99 Posse sta ancora oggi procedendo forse più a rilento di quanto si vorrebbe, arrancando e rialzandosi a fatica. Quell'umanità si chiama Sud. Oppure meridione o mezzogiorno quando la si rispetta. Terronia o Africa quando la si vuole insultare. Spesso sono i suoi abitanti a scherzarci su, a proclamarsi fieramente terroni o africani, rivendicando però la propria identità, quel mosaico di valori e di culture a volte rinchiuso in un bozzolo di autoreferenzialità che fatica a rompersi, ad uscire dai luoghi comuni e stereotipi spesso reali che lo contraddistinguono.

Sud per molti, significa malaffare, mafie, arretratezza. È più facile rappresentare così il Sud, con i suoi cancri, le sue ferite piuttosto che esaltarne i colori, i profumi, la bellezza dei suoi uomini e delle sue donne. Da I malavoglia a Gomorra, dalla Piovra televisiva a Il Padrino, nella raffigurazione del Sud non possono mancare gli aspetti critici. Così come non manca mai quel senso di rassegnazione che sembra avvolgere questa terra, un'antisperanza che la contorce su se stessa.

Il Sud è spesso, solo, questo. Di esso si colgono soltanto gli aspetti più appariscenti, vendibili, “di mercato”. Non è però, questo un male. Il cinema, i media così come le arti, sono straordinari riflettori della realtà, e, come tali, non possono esimersi da questa apertura alla verità. Essi devono raccontare ogni cosa, anche la più riprovevole, affiancando la dimensione della denuncia sociale a quella della verifica: verificare, più che denunciare, vuol dire, sia pure in una situazione tragica e spietata, andare a vedere come il Sud reagisce a quella peste che sono i suoi mali.

Reagire vuol dire anche costruire e proporre contrapponendosi alla ideologia del disfacimento che le mafie o la rassegnazione vogliono affermare.

Non si tratta soltanto di colmare il divario con il Nord a forza di infrastrutture e valanghe di denaro ma grazie a quel cambiamento di prospettiva che fa del senso critico, il suo baluardo. Il Sud non ha bisogno di regali, di elemosina, di politiche ad hoc, ma ha bisogno soprattutto di vita. Sembra ancora di sentirle le parole di Giovanni Paolo II, risuonare come un tuono nella valle dei templi: “questa terra vuole la vita”, gridava il Papa polacco, guardando in faccia coloro che quel pezzo di sud lo stanno distruggendo.

E se non ci fosse stata la televisione quelle parole sarebbero svanite nel silenzio. Se non ci fosse You Tube, non potremmo rivederle ogni volta che vogliamo.

I mezzi di comunicazione possono porsi come uno degli strumenti reali di verifica. Attraverso di essi, infatti, il Sud può rivelarsi e svelare quell'intima bellezza nascosta che lo rende diverso eppure così uguale al suo alter ego Nord. Ma il resto del lavoro spetta ai suoi uomini.

Marc Augè afferma che “l'individuo esiste solo per l'insieme di relazioni che stabilisce con gli altri, collocato nella storia e in un luogo. Ma la sua storia – afferma l'antropologo francese – può cambiare come può cambiare di luogo. L'uomo resta uomo, dovunque sia e comunque sia”. Raccontare il viso di un mezzogiorno segnato dal dolore, oppure un Sud trasfigurato in un mondo ridente e sereno e privo di negatività, sono operazioni parziali che ledono diritto a essere uomo pienamente.

Il Sud va rappresentato, raccontato e vissuto per quello che è. Con l'augurio che la corsa di quel guagliò non sia solo il pretesto per fuggire da un poliziotto o per emigrare, ma il segno di una rinascita rapida, che parta dai suoi uomini e dalle sue donne, che nel petto, per citare ancora i 99 Posse, hanno quel calore “che brucia, arde e freme, che trasforma la tua vita, che non puoi spiegare, che è una sorta di apparente illogicità e ti fa vivere una vita che per altri è assurdità; quel calore che ti brucia in petto e che è odio mosso da amore”.