Terremoto, Stato e Chiesa. Lo «scandalo» di amore e verità

di Diotallevi Luca

Caro Direttore, con garbo, e con uno stile che è già una indicazione di soluzione, Michele Salvati su questo giornale (martedì scorso) si è chiesto: «Perché la Chiesa non accentua questa sua missione di carità più di quanto, o almeno quanto, essa sottolinea la sua intransigenza in materia di procreazione assistita o di testamento biologico?» Salvati si era appena riferito alle iniziative assunte da tante diocesi italiane e dalla Cei in risposta agli effetti della crisi economica e più recentemente a quelli del terremoto d' Abruzzo. Sarebbe un peccato non dedicare attenzione a questa che l' autore definisce una «modesta proposta» (e all' altra - poi non così slegata - di imitare in altri settori della pubblica amministrazione l' esempio positivo dato dalla nostra Protezione civile quando è alle prese con l' immediato post emergenza). Ovviamente, non ho risposte alla domanda di Salvati, semplicemente gli affianco un' altra domanda. Non credo che Salvati riproponga il vecchio schema dell' illuminismo francese: lo Stato vigila sulla verità e la legge, mentre per la Chiesa e i preti c' è spazio se si occupano dell' elemosina e dei semplici. Tuttavia, la sua domanda suppone uno schema secondo il quale amore e verità possono essere dosati a piacimento e riequilibrati quando serve, come si fa con le quantità di due sostanze differenti: acqua e vino, sale e pepe. Dunque, l' agire della Chiesa cattolica in Italia lascia trasparire l' intralcio, o lo scandalo, di un certo legame tra amore e verità, di una loro non indipendenza reciproca. Ora, mi chiedo se la comunità civile trarrebbe vantaggio dalla scomparsa di questo scandalo, scandalo di verità e di amore non reciprocamente indipendenti. Quest' ultima, mi sembra una domanda più facile, per la quale è forse possibile reperire una risposta. Se pensiamo a tanti illustri esponenti del pensiero liberal degli ultimi decenni, basti citare Rorty e Rawls, ci accorgiamo quale coraggioso cammino hanno intrapreso per liberare la loro iniziale idea di ragione, di ragione pubblica, da ogni patina di necessaria secolarità, da ogni implicazione di laicismo. I loro testi più recenti rivendicano per le verità che affermano una qualità anche morale. In questo modo, il cammino teologico del Novecento (von Balthasar, Rahner, Congar, ma anche Paolo VI, Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI) in un certo senso converge con larga parte del cammino del pensiero filosofico: la riscoperta del grande valore della dignità della persona umana e della sua libertà. In tutto ciò c' è davvero una lezione comune: non ce la si fa a praticare un pensiero rigoroso ma eticamente agnostico, non ce la si fa a riconoscere come amore una prassi che non accetti il vaglio dalla critica. A me pare questa la direzione nella quale dobbiamo cercare tutti, cercare ancora. Tanto certa scolastica - è il Papa a dirlo - quanto certo laicismo sono ormai alle nostre spalle. O meglio sono alle spalle degli specialisti, ma nella società circolano ancora i miti (o gli spettri) dell' amore pura passione e della verità neutra ed oggettiva. Mi chiedo e me lo chiedo da cittadino: quale vantaggio potremmo trarre dalla scomparsa dello scandalo che la Chiesa produce di fronte al grande pubblico praticando e predicando un amore e una verità che in qualche misura si implicano? E quando è in ballo la scrittura di leggi? Che ne è allora di questa confortante convergenza? Per opera dei due ultimi presidenti della Repubblica (Ciampi e Napolitano), siedono oggi nella Corte costituzionale due scienziati del diritto, di diversissima estrazione anche disciplinare, che con i loro studi e la loro azione ci indicano allo stesso tempo un passaggio storico ed un nodo che appare visibile e cruciale dall' una e dall' altra delle due prospettive appena citate. Il tempo che viviamo è testimone della fine di una parentesi, che nelle regioni dell' Europa a sud del Canale della Manica a volte sembrava destinata a durare un' eternità. Ciò che sta finendo è la parentesi dello «Stato», dello Stato assoluto, quello che pretendeva di ridurre il diritto alla legge (a differenza di quanto è avvenuto nei secoli precedenti e di quanto non ha mai smesso di verificarsi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti). Se non contrastiamo il declino dello «Stato», se lasciamo che tra legge e diritto diminuiscano le distanze ed aumentino le differenze, se anche in Europa accettiamo di tornare «società aperta» in cui pubblico non è sinonimo di «Stato», riduciamo la minaccia di una verità (atea o religiosa, poco importa) che brandisce la legge e quella speculare di una legge che si sbarazza del diritto e di ogni istanza veritativa esterna. Ma, in fondo, quale era la prima «modesta proposta» di Salvati? Portare un pò più di specializzazione e di responsabilità nei singoli comparti della pubblica amministrazione. (Anche i bambini sanno che Bertolaso è il responsabile della Protezione civile. Ma chi di noi conosce i nomi dei responsabili di altri e non meno importanti poteri pubblici?) Ma, del resto, aumentare informazione e potere di scelta dei cittadini-elettori e aumentare definizione ed imputabilità personale dei poteri pubblici, è un altro nome per la fine dello «Stato», dello stato ab solutus, di una macchina enorme e pervasiva sciolta da ogni responsabilità, che possiede la legge e privatizza la carità.