Nel 90.mo del Partito Popolare Italiano - STURZO PIU’ VIVO CHE MAI
di Gianfranco Morra
I novant’anni dell’appello “A tutti gli uomini liberi e forti” si compiono in una situazione storica e in un clima politico del tutto diversi da quell’anno 1919, in cui nasceva il Partito Popolare Italiano. Tra quella data e noi si sono succeduti due diversi regimi: quello del fascismo e quello della Prima Repubblica, che, per diverse ragioni, furono entrambi ostili a Sturzo. Il fuoco nemico di Mussolini fu infatti seguito dal fuoco amico della Dc di sinistra. Quando Sturzo muore, nel 1959, c’è un partito che detiene il potere e lo deterrà ancora per trent’anni, con una politica che sempre più lo allontanerà dallo spirito del popolarismo. Sino alla sua totale scomparsa.
Oltre al fascismo, Sturzo ebbe come avversari tre partiti, quelli liberale e socialista nei primi anni e quello che avrebbe dovuto essere il suo erede negli ultimi. Oggi di quelle tre formazioni politiche non c’è più traccia. E i loro eredi sono presenti e dispersi un po’ in tutte le nuove formazioni politiche, ma quei partiti, che avevano segnato la storia d’Italia, in senso proprio non esistono più. Dapprima cancellate dalla tirannia fascista , si sono estinte per meno mobili motivi. Sturzo aveva fondato il suo partito, non cristiano, ma di cristiani, proprio in antitesi con i due maggiori partiti dell’epoca: quello liberale, che poi di liberale non aveva molto, e quello socialista, il cui appello alla lotta di classe non era ammissibile per un cristiano. Ora i tre contendenti riposano insieme, anche se non in pace.
Ciò che accadde all’Albergo Santa Chiara di Roma in quel gennaio 1919 ha tutti gli aspetti, se non del miracoloso, almeno della straordinario. Il processo di unificazione dell’Italia, che pur era stato inizialmente sollecitato da un giovane papa “liberale” e al quale non pochi cattolici avevano partecipato, si era concluso nella totale frattura tra laici e cattolici, con un re scomunicato e un papa “di se stesso antico prigionier” (Carducci). Nella nazione più cattolica del mondo la Chiesa proibiva ai credenti di partecipare alla vita politica di uno Stato, che riteneva illegittimo. Il dissidio, purtroppo, non era soltanto tra laicismo oltranzista e massonico da un lato e il clericalesimo intransigente e papalino dall’altro – era, soprattutto, interno alla coscienza popolare, tra il cittadino e il credente.
Non poteva durare. Il nuovo papa, Leone XIII, aprì nuove vie, soprattutto con l’enciclica “Rerum novarum” (1891), che Sturzo seppe intuire e tradurre nei fatti. Già nel 1905, nel famoso “Discorso di Caltagirone” definì la linee generali di un nuovo partito, capace di inserire i cattolici nella vita politica. Questo progetto fu ostacolato da un papa poco aperto al sociale, poi bloccato dalla guerra mondiale. Ma si realizzò potentemente nel 1919 con la fondazione del Partito Popolare Italiano.
Per i quale, come è noto, Sturzo non poteva, ma soprattutto non voleva usare l’aggettivo “cristiano”, che gli appariva strumentale e anche un po’ blasfemo. Un partito, anche se, come sicuramente il suo, era ispirato dal cristianesimo, è sempre laico, non dipende dalle gerarchie ecclesiastiche, ma dalla coscienza dei cittadini, che deve essere cristiana, non clericale. Non, dunque, un partito, tout court, cristiano, ma un partito laico a ispirazione cristiana. Ogni subordinazione alla politica delle gerarchie ecclesiastiche andava rifiutata. Egli intuì acutamente che proprio l’Azione cattolica, da cui proveniva allora la classe dirigente della Dc, così come più tardi sarà per l’Ulivo e la Margherita, avrebbe portato al governo prima i socialisti, poi i comunisti.
La nuova formazione politica rispondeva ad una esigenza sentita e le elezioni dello stesso anno lo mostrarono: per la prima volta i liberali divennero minoranza e i due partiti egemoni furono il socialista (156 deputati su 508) e il popolare (100 eletti). Sarebbe potuto nascere il bipolarismo tipico delle democrazie europee, ma il “ribaltone” del fascismo, con la complicità della monarchia, condusse alla dittatura. E Sturzo dovette lasciare l’Italia, con quel passaporto donatogli dalla diplomazia vaticana, che già prevedeva un possibile dialogo con Mussolini. Si fece 22 anni di esilio. Non tornò, come avrebbe potuto, nel 1944, in quanto gli amici della Dc chiesero al repubblicano Sturzo di ritardare il suo ritorno sino allo svolgimento del referendum istituzionale.
Lo capirono più i suoi avversari che i suoi amici. Il liberale Gobetti lo definirà “il messianico del riformismo” e il comunista Gramsci, a proposito della fondazione del Ppi, dirà che fu “una riforma italiana equivalente a quella germanica”. E il socialista Salvemini, che insieme con Sturzo fu esule a Londra negli anni del fascismo, nella sue “Memorie di un fuoruscito” ci ha lasciato di Sturzo un ritratto di grande efficacia: “Fa sempre quello che ritiene essere il suo dovere, non transige mai. Non è un clericale, ha fede nel metodo della libertà per tutti e per sempre”.
Purtroppo queste doti eminenti ne avrebbero fatto un esule anche in patria, proprio nel momento in cui il mondo cattolico avrebbe, invece, avuto bisogno di una autorità intellettuale da contrapporre alla ideologia di Gramsci, che stava divenendo dominatrice nella società civile italiana, perduta dalla Dc, alla quale interessava soprattutto il potere economico e politico. Anche se era inevitabile che, perduto il potere culturale, divenuta da classe dirigente semplice classe dominante, avrebbe finito poi col perdere anche il potere politico.
Quando, nell’autunno 1946, fece ritorno in Patria, il suo partito era rinato sotto altro nome ed era guidato da uno dei segretari del Ppi, Alcide De Gasperi. La cui linea politica, ostile alle sinistre e pienamente inserita nel blocco occidentale, continuava appieno lo tradizione del popolarismo, di cui realizzò due obiettivi fondamentali: benessere esteso alle classi inferiori e difesa della libertà contro il comunismo. Ma già agivano, nella Dc di De Gasperi, i sicari del popolarismo, quelli ch’egli chiamava “professorini” (La Pira, Dossetti, Fanfani, Moro) e quei “tecnocrati (come Mattei), che ne avrebbero fatto un partito non solo aperto, ma ben presto succubo della sinistra.
Il ritorno in Italia coincise per Sturzo con l’ultima battaglia. Che fu rivolta anche contro la degenerazione della Dc rispetto al popolarismo, ma soprattutto nella critica, davvero profetica, dei mali che si stavano addensando sul nostro Paese. Egli disvelò quali fossero le “tre malabestie” che uccidendo la democrazia: lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del danaro pubblico, che più tardi verrà chiamato “tangentopoli”. Si stava formando, in Italia, una sorta di democrazia totalitaria, gestita dai partiti e dai gruppi economici. Per evitare la quale Sturzo avanzò molte proposte, che furono tutte bocciare, ma che oggi rivelano la sua lungimiranza: Basti un semplice riferimento telegrafico:
1. la limitazione del potere dei partiti, semplici strumenti della vita politica, la cui funzione ”si ferma alla soglia del parlamento”;
2. l’esclusione di ogni finanziamento pubblico ai partiti politici, secondo il modello americano del reperimento di fondi attraverso le donazioni, dichiarate e controllate;
3. la eliminazione del voto segreto per argomenti attinenti alla cosa pubblica e non alla privatezza delle persone;
4. l’indipendenza del governo dal sistema dei partiti, anche nella scelta dei ministri da parte del premier;
5. la semplificazione del pluralismo dei partiti correggendo il proporzionale con l’introduzione di una soglia di rappresentanza;
6. la battaglia contro l’industria di stato, ingiusta e improduttiva; nel 1957 Sturzo (che, come è noto, era senatore a vita) chiese lo scioglimento dell’Iri;
7. l’intervento deciso contro il monopolio statale della scuola, per creare un sistema misto, pubblico e privato, in modo da consentire ai genitori, anche economicamente, la scelta del tipo di educazione da impartire ai loro figli.
Si tratta di proposte concrete, la cui mancata realizzazione nel nostro Paese ha accentuato la crisi attuale del politico. Ripeto: del “politico”, non della politica, la quale continua ad esserci e si è tinta di managerialità, di audiovisivo, di pragmatismo alla giornata e di decisionismo. L’insegnamento di Sturzo, a novant’anni dalla sua creazione politica, va a fondo del problema e ci suggerisce dei rimedi, perché ci indica tre percorsi ideali necessari per rianimare un politico oppresso dalla politica.
Parliamo del suo insegnamento, non del suo partito. Sia il Ppi, sia la Dc non sono certo riproponibili nel nostro momento storico. I partiti nascono e muoiono, ma talvolta lasciano una eredità ideale. Lo aveva capito Sturzo, il quale, nel 1948, così scriveva: “L’amore e la fratellanza predicati dal Cristianesimo sono l’elemento fondamentale che rende possibile la democrazia, che la preserva dal cadere in demagogia o in dittatura. Sotto questo aspetto anche la democrazia può e deve appellarsi cristiana, indipendentemente dal fatto che ci possano essere e ci siano dei partiti che si ispirano alla democrazia cristiana, ne portino o no il nome”. Eredità, dunque, del popolarismo.
Anzitutto, nel nostro momento di sfacelo delle ideologie politiche e degli stessi partiti, occorre in primo luogo un recupero degli ideali, di cui le ideologie sono la traduzione nella attività politica. Non c’è politica vera senza ispirazione ideale e quando la politica, oggi come mai prima, perde di vista i princìpi per mettere in primo piano i prìncipi, decade a mero strumento di una lotta di potere e di predominio. I tempi nostri sono assai diversi da quelli di Sturzo e la democrazia è divenuta carismatica ed audiovisiva. Anche se sarà, anzi proprio perché sarà così ancora a lungo, occorre darle un supplemento di anima, desunto dalla nostra tradizione europea e cristiana.
In secondo luogo un recupero della moralità della politica. Machiavelli ha visto giusto, col suo realismo effettuale, Guicciardini ha indicato con acutezza i “particulari” che condizionano la politica, Croce ha sottolineato con forza gli interessi economici che la sottendono. Tutto vero, ma non basta. Il fondamento della politica è il bene comune, un concetto etico, come tutti gli altrui della politica: libertà, eguaglianza, solidarietà, giustizia. E’ sin troppo ovvio che non esiste una definizione di bene comune accettata da tutti e proprio per questo la democrazia garantisce una sostituzione pacifica della classe di governo. Se, però, al progetto, diversificato e anche conflittuale, del bene comune si sostituisce la semplice ricerca di interessi, la politica degenera in pragmatismo alla giornata, incapace di risolvere i drammatici problemi che ogni epoca presenta.
Infine (ed è insegnamento attualissimo nel nostro momento di gravissima crisi) il fondamento etico dell’economia. Sturzo sapeva bene che lo scopo dell’economia è l’utile e contro i funesti dissipatori della economia di stato avvertiva: “Prima di distribuire i soldi, bisogna produrli”. Per Sturzo la libertà economica è imprescindibile e, se essa cade, cadono insieme tutte le altre libertà. Nessun collettivismo economico. Ma neppure un uso disinvolto dell’economia, come avviene nel liberismo selvaggio. L’economia non è una forma della socialità, ma una condizione che tutte le accompagna. Dunque è un semplice mezzo, non un fine. Il compito della politica non è quello di mettersi al servizio dei potentati economici, ma di stabilire un equilibrio tra efficienza produttiva (principio di sussidiarietà) e distribuzione della ricchezza (principio di solidarietà).
Scusate se è poco. Ma Sturzo, del “poco”, era incapace. E tutta la sua vita, dalle lotte e dal carcere dell’età giolittiana, all’esilio durante il fascismo e all’ultima battaglia contro i dissolutori del popolarismo, è sempre stata ispirata a quelle che sono le virtù del politico, che Sturzo possedeva in maniera eminente: ispirazione ideale, intransigenza morale e realismo sociale. Sono quelle virtù di cui dobbiamo auspicare la rinascita, perché la politica vera, quella che ci consentì di ricostruire un paese distrutto e di difendere la libertà contro il comunismo, ritorni ad operare per la soluzione dei nostri attuali e drammatici problemi.
IL DODECALOGO DELLA POLITICA
(Sturzo dixit)
Popolarismo – Il popolarismo è democratico, ma differisce dalla democrazia liberale perché nega il sistema individualista e accentratore dello stato e vuole lo stato organico e decentrato; è liberale perché si basa sulle libertà civili e politiche. Che afferma uguali per tutti, senza monopoli di partiti e senza persecuzioni di religione, di razza e di classe; è sociale nel senso di una riforma a fondo del regime capitalista attuale, ma si distacca dal socialismo perché ammette la proprietà privata, pur rivendicandone la funzione sociale; afferma il suo carattere cristiano, perchè non vi può essere etica o civiltà che non sia cristiana.
Democrazia cristiana – Non è stata la Chiesa a creare i partiti democratici cristiani d’Europa, che sono nati malgrado la Chiesa. “Cristiana” significa che per un cattolico tutto è e deve essere cristiano, anche la democrazia. Se non significa questo, l’aggettivo “democristiano” perde senso è degenera in “demicristiano”. Il partito popolare italiano è nato come un partito non cattolico, aconfessionale, un partito a forte contenuto democratico, che si ispira alle idealità cristiane, ma non prende la religione come elemento di differenziazione politica. Un partito laico a ispirazione cristiana.
Libertà – La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca si muore. La libertà è come la vita; la vita è presente in tutti gli atti, in tutti i momenti; se non è presente, è la morte. La libertà è il dinamismo che si attua e si rinnova; se cessa l’attuazione e il rinnovamento, viene meno il dinamismo. La libertà si attua ogni giorno, si difende ogni giorno, si riconquista ogni giorno.
Stato – Lo stato non ha né spirito, né volontà propria; è la risultante politica e giuridica dello spirito e della volontà degli associati o cittadini. Non è il fine dell’uomo, ma solo un mezzo necessario. Nessuno stato come entità a sé, assoluta, deificata. Lo stato è solo la comunità politica organizzata, la convivenza umana nel suo aspetto politico-giuridico, per esigenze di ordine e di difesa. Lo stato non crea i diritti naturali, ma deve riconoscerli, armonizzarli, organizzarli, proteggerli.
Statalismo – Statalismo e libertà non sono un binomio, sono una antitesi. Dove arriva lo statalismo cessa la libertà; dove arriva la libertà cade lo statalismo. Lo statalismo non risolve mai i problemi economici nazionali e per di più impoverisce le risorse nazionali, complica le attività individuali, non solo nella vita materiale e degli affari, ma anche nella vita dello spirito. Sta accadendo in Italia, dove un invadente statalismo ha già di molto superato lo statalismo fascista.
Industria di stato – Un capitalismo irresponsabile, privo di rischi e di responsabilità, è divenuto il dirigente effettivo della vita economica del Paese. Se occorrono prestiti e se si avranno perdite, ci pensa lo stato. Ne deriva un aumento di disoccupazione, la distrazione di ingenti capitali dalla loro naturale destinazione, la necessità, da parte del tesoro, di pompare il risparmio per le imprese statali passive e per una occupazione poco o niente redditizia. Lo stato diventa un ospedale industriale. E dove va la libertà di mercato?
Federalismo – Io sono unitario, ma federalista impenitente. Regioni, province e comuni non sono semplici uffici burocratici o enti delegati, ma devono avere una vita propria, che corrisponda ai bisogni dell’ambiente, che sviluppi le iniziative popolari e dia impulso alla produzione ed al commercio locale. Per risolvere i mali dell’Italia e la questione meridionale ci vuole un sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federalizzazione delle varie regioni, che lasci intatta l’unità della nazione. Senza autonomia finanziaria la regione, anche dotata di larga potestà legislativa, sarebbe un ente senza reale autonomia, ridotto pari a qualsiasi altro ente che dipenda dallo stato.
Partito – I cattolici che entrano in partiti strettamente politici non solo perdono il senso dell’apostolato sociale e morale che si trova nei partiti di ispirazione cristiana, ma si attaccano troppo agli aspetti materiali e utilitari della politica e non distinguono più tra i mezzi onesti e quelli “discutibili”. Questi cattolici diventano spesso una minoranza isolata e senza influenza. Un partito, per i cattolici, non deve avere soltanto un programma politico, ma anche un programma ideale e morale.
Partitocrazia – L’errore dei partiti è quello di volersi inserire nell’andamento governativo e amministrativo. E dato che l’angolo visuale di un partito è ristretto al suo campo organizzativo e di clientele, ne deriva una naturale subordinazione degli interessi del Paese agli interessi del partito e dei suoi uomini: l’invadenza del partito con disciplina ferrea e con ingerenza diretta sulla legislazione e sull’amministrazione. Il direttorio del partito aggiunge, toglie, modifica, si sovrappone, per rispondere alle pressioni degli aspiranti. Occorre, invece, che i partiti finiscano alle soglie del parlamento.
Tangentopoli – Si sente parlare da tempo di finanziamenti diretti e indiretti, da parte delle imprese private e dell’Eni e dell’Iri, a partiti, gruppi e correnti. Occorre pulizia morale, politica e amministrativa: solo così i partiti potranno ripresentarsi agli elettori in modo degno: non fare mai valere i favori fatti a categorie e gruppi; non fare mai promesse di posti e promozioni; fare solo gli interessi della comunità nazionale , del popolo italiano. La moralizzazione della vita pubblica è il miglior servizio che si possa fare alla nostra Patria.
Politica e morale – Il divorzio della politica dalla morale è stato fatale all’umanità. La democrazia cristiana vuole porre la morale come base della politica. La morale è unica e indivisibile. Non vi sono due morali, una per i rapporti privati e una per quelli pubblici. Se una azione è immorale per l’individuo, è anche immorale per il sindaco della città, per il senatore dello stato, per il presidente della nazione, per tutti i cittadini uniti insieme.
Economia e morale – Tutta l’attività umana in quanto razionale è pervasa di eticità. Se l’economia indicasse l’utile individuale, astratto dalla coesistenza di altrui individui, si dovrebbe ammettere come economico qualsiasi mezzo di arricchimento individuale quale la frode, il furto, il peculato, il raggiro, l’appropriazione indebita. L’utilità postula sicurezza e ordine, che si basano sopra elementi etici fondamentali: il rispetto della libertà, della vita e della proprietà altrui. L’economia senza etica è diseconomia.
I novant’anni dell’appello “A tutti gli uomini liberi e forti” si compiono in una situazione storica e in un clima politico del tutto diversi da quell’anno 1919, in cui nasceva il Partito Popolare Italiano. Tra quella data e noi si sono succeduti due diversi regimi: quello del fascismo e quello della Prima Repubblica, che, per diverse ragioni, furono entrambi ostili a Sturzo. Il fuoco nemico di Mussolini fu infatti seguito dal fuoco amico della Dc di sinistra. Quando Sturzo muore, nel 1959, c’è un partito che detiene il potere e lo deterrà ancora per trent’anni, con una politica che sempre più lo allontanerà dallo spirito del popolarismo. Sino alla sua totale scomparsa.
Oltre al fascismo, Sturzo ebbe come avversari tre partiti, quelli liberale e socialista nei primi anni e quello che avrebbe dovuto essere il suo erede negli ultimi. Oggi di quelle tre formazioni politiche non c’è più traccia. E i loro eredi sono presenti e dispersi un po’ in tutte le nuove formazioni politiche, ma quei partiti, che avevano segnato la storia d’Italia, in senso proprio non esistono più. Dapprima cancellate dalla tirannia fascista , si sono estinte per meno mobili motivi. Sturzo aveva fondato il suo partito, non cristiano, ma di cristiani, proprio in antitesi con i due maggiori partiti dell’epoca: quello liberale, che poi di liberale non aveva molto, e quello socialista, il cui appello alla lotta di classe non era ammissibile per un cristiano. Ora i tre contendenti riposano insieme, anche se non in pace.
Ciò che accadde all’Albergo Santa Chiara di Roma in quel gennaio 1919 ha tutti gli aspetti, se non del miracoloso, almeno della straordinario. Il processo di unificazione dell’Italia, che pur era stato inizialmente sollecitato da un giovane papa “liberale” e al quale non pochi cattolici avevano partecipato, si era concluso nella totale frattura tra laici e cattolici, con un re scomunicato e un papa “di se stesso antico prigionier” (Carducci). Nella nazione più cattolica del mondo la Chiesa proibiva ai credenti di partecipare alla vita politica di uno Stato, che riteneva illegittimo. Il dissidio, purtroppo, non era soltanto tra laicismo oltranzista e massonico da un lato e il clericalesimo intransigente e papalino dall’altro – era, soprattutto, interno alla coscienza popolare, tra il cittadino e il credente.
Non poteva durare. Il nuovo papa, Leone XIII, aprì nuove vie, soprattutto con l’enciclica “Rerum novarum” (1891), che Sturzo seppe intuire e tradurre nei fatti. Già nel 1905, nel famoso “Discorso di Caltagirone” definì la linee generali di un nuovo partito, capace di inserire i cattolici nella vita politica. Questo progetto fu ostacolato da un papa poco aperto al sociale, poi bloccato dalla guerra mondiale. Ma si realizzò potentemente nel 1919 con la fondazione del Partito Popolare Italiano.
Per i quale, come è noto, Sturzo non poteva, ma soprattutto non voleva usare l’aggettivo “cristiano”, che gli appariva strumentale e anche un po’ blasfemo. Un partito, anche se, come sicuramente il suo, era ispirato dal cristianesimo, è sempre laico, non dipende dalle gerarchie ecclesiastiche, ma dalla coscienza dei cittadini, che deve essere cristiana, non clericale. Non, dunque, un partito, tout court, cristiano, ma un partito laico a ispirazione cristiana. Ogni subordinazione alla politica delle gerarchie ecclesiastiche andava rifiutata. Egli intuì acutamente che proprio l’Azione cattolica, da cui proveniva allora la classe dirigente della Dc, così come più tardi sarà per l’Ulivo e la Margherita, avrebbe portato al governo prima i socialisti, poi i comunisti.
La nuova formazione politica rispondeva ad una esigenza sentita e le elezioni dello stesso anno lo mostrarono: per la prima volta i liberali divennero minoranza e i due partiti egemoni furono il socialista (156 deputati su 508) e il popolare (100 eletti). Sarebbe potuto nascere il bipolarismo tipico delle democrazie europee, ma il “ribaltone” del fascismo, con la complicità della monarchia, condusse alla dittatura. E Sturzo dovette lasciare l’Italia, con quel passaporto donatogli dalla diplomazia vaticana, che già prevedeva un possibile dialogo con Mussolini. Si fece 22 anni di esilio. Non tornò, come avrebbe potuto, nel 1944, in quanto gli amici della Dc chiesero al repubblicano Sturzo di ritardare il suo ritorno sino allo svolgimento del referendum istituzionale.
Lo capirono più i suoi avversari che i suoi amici. Il liberale Gobetti lo definirà “il messianico del riformismo” e il comunista Gramsci, a proposito della fondazione del Ppi, dirà che fu “una riforma italiana equivalente a quella germanica”. E il socialista Salvemini, che insieme con Sturzo fu esule a Londra negli anni del fascismo, nella sue “Memorie di un fuoruscito” ci ha lasciato di Sturzo un ritratto di grande efficacia: “Fa sempre quello che ritiene essere il suo dovere, non transige mai. Non è un clericale, ha fede nel metodo della libertà per tutti e per sempre”.
Purtroppo queste doti eminenti ne avrebbero fatto un esule anche in patria, proprio nel momento in cui il mondo cattolico avrebbe, invece, avuto bisogno di una autorità intellettuale da contrapporre alla ideologia di Gramsci, che stava divenendo dominatrice nella società civile italiana, perduta dalla Dc, alla quale interessava soprattutto il potere economico e politico. Anche se era inevitabile che, perduto il potere culturale, divenuta da classe dirigente semplice classe dominante, avrebbe finito poi col perdere anche il potere politico.
Quando, nell’autunno 1946, fece ritorno in Patria, il suo partito era rinato sotto altro nome ed era guidato da uno dei segretari del Ppi, Alcide De Gasperi. La cui linea politica, ostile alle sinistre e pienamente inserita nel blocco occidentale, continuava appieno lo tradizione del popolarismo, di cui realizzò due obiettivi fondamentali: benessere esteso alle classi inferiori e difesa della libertà contro il comunismo. Ma già agivano, nella Dc di De Gasperi, i sicari del popolarismo, quelli ch’egli chiamava “professorini” (La Pira, Dossetti, Fanfani, Moro) e quei “tecnocrati (come Mattei), che ne avrebbero fatto un partito non solo aperto, ma ben presto succubo della sinistra.
Il ritorno in Italia coincise per Sturzo con l’ultima battaglia. Che fu rivolta anche contro la degenerazione della Dc rispetto al popolarismo, ma soprattutto nella critica, davvero profetica, dei mali che si stavano addensando sul nostro Paese. Egli disvelò quali fossero le “tre malabestie” che uccidendo la democrazia: lo statalismo, la partitocrazia e lo sperpero del danaro pubblico, che più tardi verrà chiamato “tangentopoli”. Si stava formando, in Italia, una sorta di democrazia totalitaria, gestita dai partiti e dai gruppi economici. Per evitare la quale Sturzo avanzò molte proposte, che furono tutte bocciare, ma che oggi rivelano la sua lungimiranza: Basti un semplice riferimento telegrafico:
1. la limitazione del potere dei partiti, semplici strumenti della vita politica, la cui funzione ”si ferma alla soglia del parlamento”;
2. l’esclusione di ogni finanziamento pubblico ai partiti politici, secondo il modello americano del reperimento di fondi attraverso le donazioni, dichiarate e controllate;
3. la eliminazione del voto segreto per argomenti attinenti alla cosa pubblica e non alla privatezza delle persone;
4. l’indipendenza del governo dal sistema dei partiti, anche nella scelta dei ministri da parte del premier;
5. la semplificazione del pluralismo dei partiti correggendo il proporzionale con l’introduzione di una soglia di rappresentanza;
6. la battaglia contro l’industria di stato, ingiusta e improduttiva; nel 1957 Sturzo (che, come è noto, era senatore a vita) chiese lo scioglimento dell’Iri;
7. l’intervento deciso contro il monopolio statale della scuola, per creare un sistema misto, pubblico e privato, in modo da consentire ai genitori, anche economicamente, la scelta del tipo di educazione da impartire ai loro figli.
Si tratta di proposte concrete, la cui mancata realizzazione nel nostro Paese ha accentuato la crisi attuale del politico. Ripeto: del “politico”, non della politica, la quale continua ad esserci e si è tinta di managerialità, di audiovisivo, di pragmatismo alla giornata e di decisionismo. L’insegnamento di Sturzo, a novant’anni dalla sua creazione politica, va a fondo del problema e ci suggerisce dei rimedi, perché ci indica tre percorsi ideali necessari per rianimare un politico oppresso dalla politica.
Parliamo del suo insegnamento, non del suo partito. Sia il Ppi, sia la Dc non sono certo riproponibili nel nostro momento storico. I partiti nascono e muoiono, ma talvolta lasciano una eredità ideale. Lo aveva capito Sturzo, il quale, nel 1948, così scriveva: “L’amore e la fratellanza predicati dal Cristianesimo sono l’elemento fondamentale che rende possibile la democrazia, che la preserva dal cadere in demagogia o in dittatura. Sotto questo aspetto anche la democrazia può e deve appellarsi cristiana, indipendentemente dal fatto che ci possano essere e ci siano dei partiti che si ispirano alla democrazia cristiana, ne portino o no il nome”. Eredità, dunque, del popolarismo.
Anzitutto, nel nostro momento di sfacelo delle ideologie politiche e degli stessi partiti, occorre in primo luogo un recupero degli ideali, di cui le ideologie sono la traduzione nella attività politica. Non c’è politica vera senza ispirazione ideale e quando la politica, oggi come mai prima, perde di vista i princìpi per mettere in primo piano i prìncipi, decade a mero strumento di una lotta di potere e di predominio. I tempi nostri sono assai diversi da quelli di Sturzo e la democrazia è divenuta carismatica ed audiovisiva. Anche se sarà, anzi proprio perché sarà così ancora a lungo, occorre darle un supplemento di anima, desunto dalla nostra tradizione europea e cristiana.
In secondo luogo un recupero della moralità della politica. Machiavelli ha visto giusto, col suo realismo effettuale, Guicciardini ha indicato con acutezza i “particulari” che condizionano la politica, Croce ha sottolineato con forza gli interessi economici che la sottendono. Tutto vero, ma non basta. Il fondamento della politica è il bene comune, un concetto etico, come tutti gli altrui della politica: libertà, eguaglianza, solidarietà, giustizia. E’ sin troppo ovvio che non esiste una definizione di bene comune accettata da tutti e proprio per questo la democrazia garantisce una sostituzione pacifica della classe di governo. Se, però, al progetto, diversificato e anche conflittuale, del bene comune si sostituisce la semplice ricerca di interessi, la politica degenera in pragmatismo alla giornata, incapace di risolvere i drammatici problemi che ogni epoca presenta.
Infine (ed è insegnamento attualissimo nel nostro momento di gravissima crisi) il fondamento etico dell’economia. Sturzo sapeva bene che lo scopo dell’economia è l’utile e contro i funesti dissipatori della economia di stato avvertiva: “Prima di distribuire i soldi, bisogna produrli”. Per Sturzo la libertà economica è imprescindibile e, se essa cade, cadono insieme tutte le altre libertà. Nessun collettivismo economico. Ma neppure un uso disinvolto dell’economia, come avviene nel liberismo selvaggio. L’economia non è una forma della socialità, ma una condizione che tutte le accompagna. Dunque è un semplice mezzo, non un fine. Il compito della politica non è quello di mettersi al servizio dei potentati economici, ma di stabilire un equilibrio tra efficienza produttiva (principio di sussidiarietà) e distribuzione della ricchezza (principio di solidarietà).
Scusate se è poco. Ma Sturzo, del “poco”, era incapace. E tutta la sua vita, dalle lotte e dal carcere dell’età giolittiana, all’esilio durante il fascismo e all’ultima battaglia contro i dissolutori del popolarismo, è sempre stata ispirata a quelle che sono le virtù del politico, che Sturzo possedeva in maniera eminente: ispirazione ideale, intransigenza morale e realismo sociale. Sono quelle virtù di cui dobbiamo auspicare la rinascita, perché la politica vera, quella che ci consentì di ricostruire un paese distrutto e di difendere la libertà contro il comunismo, ritorni ad operare per la soluzione dei nostri attuali e drammatici problemi.
IL DODECALOGO DELLA POLITICA
(Sturzo dixit)
Popolarismo – Il popolarismo è democratico, ma differisce dalla democrazia liberale perché nega il sistema individualista e accentratore dello stato e vuole lo stato organico e decentrato; è liberale perché si basa sulle libertà civili e politiche. Che afferma uguali per tutti, senza monopoli di partiti e senza persecuzioni di religione, di razza e di classe; è sociale nel senso di una riforma a fondo del regime capitalista attuale, ma si distacca dal socialismo perché ammette la proprietà privata, pur rivendicandone la funzione sociale; afferma il suo carattere cristiano, perchè non vi può essere etica o civiltà che non sia cristiana.
Democrazia cristiana – Non è stata la Chiesa a creare i partiti democratici cristiani d’Europa, che sono nati malgrado la Chiesa. “Cristiana” significa che per un cattolico tutto è e deve essere cristiano, anche la democrazia. Se non significa questo, l’aggettivo “democristiano” perde senso è degenera in “demicristiano”. Il partito popolare italiano è nato come un partito non cattolico, aconfessionale, un partito a forte contenuto democratico, che si ispira alle idealità cristiane, ma non prende la religione come elemento di differenziazione politica. Un partito laico a ispirazione cristiana.
Libertà – La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata, si soffre; se l’aria è insufficiente, si soffoca; se l’aria manca si muore. La libertà è come la vita; la vita è presente in tutti gli atti, in tutti i momenti; se non è presente, è la morte. La libertà è il dinamismo che si attua e si rinnova; se cessa l’attuazione e il rinnovamento, viene meno il dinamismo. La libertà si attua ogni giorno, si difende ogni giorno, si riconquista ogni giorno.
Stato – Lo stato non ha né spirito, né volontà propria; è la risultante politica e giuridica dello spirito e della volontà degli associati o cittadini. Non è il fine dell’uomo, ma solo un mezzo necessario. Nessuno stato come entità a sé, assoluta, deificata. Lo stato è solo la comunità politica organizzata, la convivenza umana nel suo aspetto politico-giuridico, per esigenze di ordine e di difesa. Lo stato non crea i diritti naturali, ma deve riconoscerli, armonizzarli, organizzarli, proteggerli.
Statalismo – Statalismo e libertà non sono un binomio, sono una antitesi. Dove arriva lo statalismo cessa la libertà; dove arriva la libertà cade lo statalismo. Lo statalismo non risolve mai i problemi economici nazionali e per di più impoverisce le risorse nazionali, complica le attività individuali, non solo nella vita materiale e degli affari, ma anche nella vita dello spirito. Sta accadendo in Italia, dove un invadente statalismo ha già di molto superato lo statalismo fascista.
Industria di stato – Un capitalismo irresponsabile, privo di rischi e di responsabilità, è divenuto il dirigente effettivo della vita economica del Paese. Se occorrono prestiti e se si avranno perdite, ci pensa lo stato. Ne deriva un aumento di disoccupazione, la distrazione di ingenti capitali dalla loro naturale destinazione, la necessità, da parte del tesoro, di pompare il risparmio per le imprese statali passive e per una occupazione poco o niente redditizia. Lo stato diventa un ospedale industriale. E dove va la libertà di mercato?
Federalismo – Io sono unitario, ma federalista impenitente. Regioni, province e comuni non sono semplici uffici burocratici o enti delegati, ma devono avere una vita propria, che corrisponda ai bisogni dell’ambiente, che sviluppi le iniziative popolari e dia impulso alla produzione ed al commercio locale. Per risolvere i mali dell’Italia e la questione meridionale ci vuole un sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federalizzazione delle varie regioni, che lasci intatta l’unità della nazione. Senza autonomia finanziaria la regione, anche dotata di larga potestà legislativa, sarebbe un ente senza reale autonomia, ridotto pari a qualsiasi altro ente che dipenda dallo stato.
Partito – I cattolici che entrano in partiti strettamente politici non solo perdono il senso dell’apostolato sociale e morale che si trova nei partiti di ispirazione cristiana, ma si attaccano troppo agli aspetti materiali e utilitari della politica e non distinguono più tra i mezzi onesti e quelli “discutibili”. Questi cattolici diventano spesso una minoranza isolata e senza influenza. Un partito, per i cattolici, non deve avere soltanto un programma politico, ma anche un programma ideale e morale.
Partitocrazia – L’errore dei partiti è quello di volersi inserire nell’andamento governativo e amministrativo. E dato che l’angolo visuale di un partito è ristretto al suo campo organizzativo e di clientele, ne deriva una naturale subordinazione degli interessi del Paese agli interessi del partito e dei suoi uomini: l’invadenza del partito con disciplina ferrea e con ingerenza diretta sulla legislazione e sull’amministrazione. Il direttorio del partito aggiunge, toglie, modifica, si sovrappone, per rispondere alle pressioni degli aspiranti. Occorre, invece, che i partiti finiscano alle soglie del parlamento.
Tangentopoli – Si sente parlare da tempo di finanziamenti diretti e indiretti, da parte delle imprese private e dell’Eni e dell’Iri, a partiti, gruppi e correnti. Occorre pulizia morale, politica e amministrativa: solo così i partiti potranno ripresentarsi agli elettori in modo degno: non fare mai valere i favori fatti a categorie e gruppi; non fare mai promesse di posti e promozioni; fare solo gli interessi della comunità nazionale , del popolo italiano. La moralizzazione della vita pubblica è il miglior servizio che si possa fare alla nostra Patria.
Politica e morale – Il divorzio della politica dalla morale è stato fatale all’umanità. La democrazia cristiana vuole porre la morale come base della politica. La morale è unica e indivisibile. Non vi sono due morali, una per i rapporti privati e una per quelli pubblici. Se una azione è immorale per l’individuo, è anche immorale per il sindaco della città, per il senatore dello stato, per il presidente della nazione, per tutti i cittadini uniti insieme.
Economia e morale – Tutta l’attività umana in quanto razionale è pervasa di eticità. Se l’economia indicasse l’utile individuale, astratto dalla coesistenza di altrui individui, si dovrebbe ammettere come economico qualsiasi mezzo di arricchimento individuale quale la frode, il furto, il peculato, il raggiro, l’appropriazione indebita. L’utilità postula sicurezza e ordine, che si basano sopra elementi etici fondamentali: il rispetto della libertà, della vita e della proprietà altrui. L’economia senza etica è diseconomia.
