Se il pendolo spinge vero il sociale
di Raffaele Iannuzzi
La crisi apre sempre nuove opportunità. Parola di Obama. Con mille “se, ma, però”, anche da parte del team di “esperti” che viaggiano a tutta manetta sui conti e sulle strategie. Qualcosa dice, però, che il carico di sostegno da parte della macchina pubblica, quando diventa eccessivo, cioè supera una certa soglia, produce effetti inintenzionali, cioè grossi casini a livello mondiale, uno potrebbe essere l’iper-inflazione e una recessione mondiale non più contenibile con l’acquisto dei buoni del Tesoro americani da parte dei cinesi. Si è rotto il giocattolino, questa è la verità, e varrebbe la pena riflettere su un contributo di Manuel Castells, tradotto e pubblicato nell’ultimo numero di Internazionale. Titolo perfetto: Niente sarà più come prima. Inutile giocare coi “coriandoli a Natale” e con la “coriandolizzazione della società”, che pure c’è, la questione e la dimensione del problema è strutturale. Questi sono fatti, Pil col segno meno, disoccupazione al 16% in Spagna, la Francia di Sarkozy in affanno perché la macchina pubblica non può reggere tutta la ripresa, perché la crisi non si sa quando finirà, nazionalizzazioni delle banche inglesi, prima ancora di quelle americane (qualcuno ricorda ancora la Northern Rock?), e via su questa impervia e difficile strada. A questo punto si impone la svolta culturale e strategica di chi ha gli strumenti per analizzare meglio le cose, metterle in fila, decifrarle e, quindi, prendere le giuste, ancorché imperfette e sempre perfettibili, decisioni. Conoscere per deliberare, come diceva il vecchio Einaudi e come dicono oggi i nuovi sostenitori dell’economia sociale di mercato. Il libretto, definito da Buttiglione in un convegno alla Lateranense, l’“aureo libretto” del Prof. Flavio Felice, L’economia sociale di mercato (Rubbettino, Soveria Mannelli, pp. 108, € 8,00), aiuta a capire perché la Soziale Marktwirschaft, appunto l’economia sociale di mercato, possa essere, se non “la” soluzione, almeno il criterio di affronto della crisi in corso più adeguato. La faccio breve, perché vorrei far “reagire”, come in un composto chimico, altri reagenti, in modo da definire un giudizio politico-culturale sullo “stato dell’arte” della politica, in questa prima, durissima fase, della crisi. L’economia sociale di mercato ha un problema: l’aggettivo “sociale”. Nel ‘900, dopo i collettivismi e i giacobinismi, già stigmatizzati nei suoi scritti del 1939-1940 da Drieu la Rochelle, (Le radici giacobine dei totalitarismi.Bolscevismo,Nazismo e Fascismo, a cura di Calogero Carlo Lo Re, Tabula Fati, Chieti, 1998, pp.63, € 10,00), l’aggettivo qualificativo “sociale” ha prodotto ancoraggi memorialistici ed emotivi di vario e spesso opposto genere. Dunque, Francesco Forte ricorda che il sistema teorizzato da Röpke, Eucken ed Erhard, nonché dagli altri esponenti dell’economia sociale di mercato, mettono a fuoco ed usano il principio di sussidiarietà, già divulgato, nel 1931, dalla Quadragesimo anno di Pio XI, n.80 ( “E’ vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle”), non conduce affatto al paternalismo statalista ed allo statalismo corporativistico e organicistico, bensì al trasversale adattamento della sussidiarietà a tutti i livelli della sfera pubblica, interessando, così, anche le relazioni sindacali. Di conseguenza, la contrattazione viene interpretata in forma decentrata e non si mette in moto la famosa “concertazione”. Il sindacato, così, è autonomo e vive in un contesto sociale pluralista. E’ l’adattamento socioeconomico della poliarchia del politologo Dahl e del sociologo americani Barrington Moore, almeno per certi aspetti. Molti analisti si avvicinano, oggi, all’economia sociale di mercato, contaminandola con vari aspetti, spesso legati ai loro desiderata. Non c’è niente di male in ciò, ma, a mio avviso, neanche molto di bene, nel senso dello sguardo sulla realtà socioeconomica, che non si lascia facilmente addomesticare dagli schemi giocoforza ideologici. Manuel Castells, nel suo articolo sopra citato, conclude: “Speriamo che dalla crisi economica nasca una nuova cultura”. Ora, da quel che vedo, ogni proposta teorica ed analisi di “laboratorio” riflette la condizione sociale e l’appartenenza perfino antropologica di chi la porta avanti, il che può apparire banale, ma le conseguenze di questo approccio non sono banali. Riflettendo a fondo sullo schema analitico dell’economia sociale di mercato, si comprende come la realtà superi di gran lunga questa scuola, come ha già fatto con le cosiddette “scuole”, i Chicago Boys & C. L’approccio alla crisi non fa parteggiare per questa o quella scuola, neanche per l’economia sociale di mercato che, così, rischierebbe di degenerare in ideologia pre-confezionata. Dobbiamo, invece, ripartire dalla realtà. Sacconi, nel suo intervento al convegno “Vero il Pdl”, organizzato dai gruppi parlamentari del centrodestra, ha lucidamente dispiegato la trama oggettiva dei fatti ed ha fornito delle risposte. Sono risposte politiche, dunque pragmatiche con una visione di fondo incorporata. Intanto, punto primo: durante crisi come queste, non si può che procedere, come diceva Mao, a zig-zag, proprio per avere una prospettiva luminosa. Lo ha spiegato molto bene Lodovico Festa, sul Foglio (La cassa del Cav., venerdì 6 marzo): “Proprio l’assenza di sbruffonaggine innanzi tutto in Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, e, al di là di qualche esuberanza, in Renato Brunetta trasmettono un senso di concretezza non trascurabile. Certo, man mano che la crisi globale diventerà più acuta si arriverà a nuove durissime prove. Ma, al momento, le cose funzionano”. Ecco, questo non è pragmatismo spicciolo o politique politici enne, ma metodo empirico-sperimentale, il costume razionale dei trials and errors, tentativi ed errori, per aggiustare la linea, sapendo dove e come arrivare alla meta. Allora, dopo aver incamerato questa visione, c’è un secondo punto, sottolineato da Sacconi: i liberal “de noantri” pretenderebbero chissà quali soluzioni liberiste, salvo che, poi, le banche vengono nazionalizzate e la liquidità non c’è, dunque, tutto va in vacca. Occorre evitare di subire effetti-rimbalzo devastanti per il sistema socioeconomico. E questo perché? Perché, terzo punto, la crisi è una crisi di fiducia, dunque dobbiamo aggiungere certezze, non sottrarle: gli ammortizzatori sociali sono decisivi per i lavoratori di mezza età che, uscendo dal mercato del lavoro, oggi, domani potrebbero rimanere stabilmente a casa. E poi ci sono le famiglie da sostenere con nuovi ed agili accessi al credito. Dunque, no ad un percorso riformatore lungo ed accidentato e misure che anche la Merkel ha approvato. Misure che non si trovano nell’economia sociale di mercato, perché è la politica, la leva pubblica che deve orientare le scelte e la sussidiarietà può tornare ad agire se e solo se la strada dell’offerta tornerà a diventare il motore della società. La società è in crisi, l’economia sta nel corpo di quest’ultima, non può ingoiarla come se fosse la scienza della realtà e della vita. Dunque, alla fine, è il ritorno alla realtà, sottolineato da Gustave Thibon, quello che andrà incontro ai problemi concreti del nostro popolo e della società in crisi. Più che Einaudi, ci vuole Polany, con la sua critica del laissez faire e del totalitarismo economico. Più comunità solidali e mutualità razionalmente indirizzata che strategie costruttivisti che, perché, come sottolinea Zarelli su queste colonne (Prendiamo le distanze dal mercatismo globale, domenica 8 marzo), “cresce giorno dopo giorno una solidarietà orizzontale che si radica per cerchi concentrici, dalla comunità naturale, la famiglia, al vicinato, alla comunità territoriale, fino ai grandi spazi schmittiani”. La mutualità spontanea che si auto-organizza, come pensava Castoriadis e oggi riprende un libertario come Michea (legandosi ad Orwell). Procedere a zig-zag per avere un luminoso avvenire. Dopo la crisi. Ma, soprattutto, oltre la crisi. Scomporre il ‘900, anche l’economia sociale di mercato, con un certo nomadismo intellettuale. Può dare frutti, anche senza “guerre di posizione”.
La crisi apre sempre nuove opportunità. Parola di Obama. Con mille “se, ma, però”, anche da parte del team di “esperti” che viaggiano a tutta manetta sui conti e sulle strategie. Qualcosa dice, però, che il carico di sostegno da parte della macchina pubblica, quando diventa eccessivo, cioè supera una certa soglia, produce effetti inintenzionali, cioè grossi casini a livello mondiale, uno potrebbe essere l’iper-inflazione e una recessione mondiale non più contenibile con l’acquisto dei buoni del Tesoro americani da parte dei cinesi. Si è rotto il giocattolino, questa è la verità, e varrebbe la pena riflettere su un contributo di Manuel Castells, tradotto e pubblicato nell’ultimo numero di Internazionale. Titolo perfetto: Niente sarà più come prima. Inutile giocare coi “coriandoli a Natale” e con la “coriandolizzazione della società”, che pure c’è, la questione e la dimensione del problema è strutturale. Questi sono fatti, Pil col segno meno, disoccupazione al 16% in Spagna, la Francia di Sarkozy in affanno perché la macchina pubblica non può reggere tutta la ripresa, perché la crisi non si sa quando finirà, nazionalizzazioni delle banche inglesi, prima ancora di quelle americane (qualcuno ricorda ancora la Northern Rock?), e via su questa impervia e difficile strada. A questo punto si impone la svolta culturale e strategica di chi ha gli strumenti per analizzare meglio le cose, metterle in fila, decifrarle e, quindi, prendere le giuste, ancorché imperfette e sempre perfettibili, decisioni. Conoscere per deliberare, come diceva il vecchio Einaudi e come dicono oggi i nuovi sostenitori dell’economia sociale di mercato. Il libretto, definito da Buttiglione in un convegno alla Lateranense, l’“aureo libretto” del Prof. Flavio Felice, L’economia sociale di mercato (Rubbettino, Soveria Mannelli, pp. 108, € 8,00), aiuta a capire perché la Soziale Marktwirschaft, appunto l’economia sociale di mercato, possa essere, se non “la” soluzione, almeno il criterio di affronto della crisi in corso più adeguato. La faccio breve, perché vorrei far “reagire”, come in un composto chimico, altri reagenti, in modo da definire un giudizio politico-culturale sullo “stato dell’arte” della politica, in questa prima, durissima fase, della crisi. L’economia sociale di mercato ha un problema: l’aggettivo “sociale”. Nel ‘900, dopo i collettivismi e i giacobinismi, già stigmatizzati nei suoi scritti del 1939-1940 da Drieu la Rochelle, (Le radici giacobine dei totalitarismi.Bolscevismo,Nazismo e Fascismo, a cura di Calogero Carlo Lo Re, Tabula Fati, Chieti, 1998, pp.63, € 10,00), l’aggettivo qualificativo “sociale” ha prodotto ancoraggi memorialistici ed emotivi di vario e spesso opposto genere. Dunque, Francesco Forte ricorda che il sistema teorizzato da Röpke, Eucken ed Erhard, nonché dagli altri esponenti dell’economia sociale di mercato, mettono a fuoco ed usano il principio di sussidiarietà, già divulgato, nel 1931, dalla Quadragesimo anno di Pio XI, n.80 ( “E’ vero certamente e ben dimostrato dalla storia, che, per la mutazione delle circostanze, molte cose non si possono più compiere se non da grandi associazioni, laddove prima si eseguivano anche delle piccole. Ma deve tuttavia restare saldo il principio importantissimo nella filosofa sociale: che siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle”), non conduce affatto al paternalismo statalista ed allo statalismo corporativistico e organicistico, bensì al trasversale adattamento della sussidiarietà a tutti i livelli della sfera pubblica, interessando, così, anche le relazioni sindacali. Di conseguenza, la contrattazione viene interpretata in forma decentrata e non si mette in moto la famosa “concertazione”. Il sindacato, così, è autonomo e vive in un contesto sociale pluralista. E’ l’adattamento socioeconomico della poliarchia del politologo Dahl e del sociologo americani Barrington Moore, almeno per certi aspetti. Molti analisti si avvicinano, oggi, all’economia sociale di mercato, contaminandola con vari aspetti, spesso legati ai loro desiderata. Non c’è niente di male in ciò, ma, a mio avviso, neanche molto di bene, nel senso dello sguardo sulla realtà socioeconomica, che non si lascia facilmente addomesticare dagli schemi giocoforza ideologici. Manuel Castells, nel suo articolo sopra citato, conclude: “Speriamo che dalla crisi economica nasca una nuova cultura”. Ora, da quel che vedo, ogni proposta teorica ed analisi di “laboratorio” riflette la condizione sociale e l’appartenenza perfino antropologica di chi la porta avanti, il che può apparire banale, ma le conseguenze di questo approccio non sono banali. Riflettendo a fondo sullo schema analitico dell’economia sociale di mercato, si comprende come la realtà superi di gran lunga questa scuola, come ha già fatto con le cosiddette “scuole”, i Chicago Boys & C. L’approccio alla crisi non fa parteggiare per questa o quella scuola, neanche per l’economia sociale di mercato che, così, rischierebbe di degenerare in ideologia pre-confezionata. Dobbiamo, invece, ripartire dalla realtà. Sacconi, nel suo intervento al convegno “Vero il Pdl”, organizzato dai gruppi parlamentari del centrodestra, ha lucidamente dispiegato la trama oggettiva dei fatti ed ha fornito delle risposte. Sono risposte politiche, dunque pragmatiche con una visione di fondo incorporata. Intanto, punto primo: durante crisi come queste, non si può che procedere, come diceva Mao, a zig-zag, proprio per avere una prospettiva luminosa. Lo ha spiegato molto bene Lodovico Festa, sul Foglio (La cassa del Cav., venerdì 6 marzo): “Proprio l’assenza di sbruffonaggine innanzi tutto in Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, e, al di là di qualche esuberanza, in Renato Brunetta trasmettono un senso di concretezza non trascurabile. Certo, man mano che la crisi globale diventerà più acuta si arriverà a nuove durissime prove. Ma, al momento, le cose funzionano”. Ecco, questo non è pragmatismo spicciolo o politique politici enne, ma metodo empirico-sperimentale, il costume razionale dei trials and errors, tentativi ed errori, per aggiustare la linea, sapendo dove e come arrivare alla meta. Allora, dopo aver incamerato questa visione, c’è un secondo punto, sottolineato da Sacconi: i liberal “de noantri” pretenderebbero chissà quali soluzioni liberiste, salvo che, poi, le banche vengono nazionalizzate e la liquidità non c’è, dunque, tutto va in vacca. Occorre evitare di subire effetti-rimbalzo devastanti per il sistema socioeconomico. E questo perché? Perché, terzo punto, la crisi è una crisi di fiducia, dunque dobbiamo aggiungere certezze, non sottrarle: gli ammortizzatori sociali sono decisivi per i lavoratori di mezza età che, uscendo dal mercato del lavoro, oggi, domani potrebbero rimanere stabilmente a casa. E poi ci sono le famiglie da sostenere con nuovi ed agili accessi al credito. Dunque, no ad un percorso riformatore lungo ed accidentato e misure che anche la Merkel ha approvato. Misure che non si trovano nell’economia sociale di mercato, perché è la politica, la leva pubblica che deve orientare le scelte e la sussidiarietà può tornare ad agire se e solo se la strada dell’offerta tornerà a diventare il motore della società. La società è in crisi, l’economia sta nel corpo di quest’ultima, non può ingoiarla come se fosse la scienza della realtà e della vita. Dunque, alla fine, è il ritorno alla realtà, sottolineato da Gustave Thibon, quello che andrà incontro ai problemi concreti del nostro popolo e della società in crisi. Più che Einaudi, ci vuole Polany, con la sua critica del laissez faire e del totalitarismo economico. Più comunità solidali e mutualità razionalmente indirizzata che strategie costruttivisti che, perché, come sottolinea Zarelli su queste colonne (Prendiamo le distanze dal mercatismo globale, domenica 8 marzo), “cresce giorno dopo giorno una solidarietà orizzontale che si radica per cerchi concentrici, dalla comunità naturale, la famiglia, al vicinato, alla comunità territoriale, fino ai grandi spazi schmittiani”. La mutualità spontanea che si auto-organizza, come pensava Castoriadis e oggi riprende un libertario come Michea (legandosi ad Orwell). Procedere a zig-zag per avere un luminoso avvenire. Dopo la crisi. Ma, soprattutto, oltre la crisi. Scomporre il ‘900, anche l’economia sociale di mercato, con un certo nomadismo intellettuale. Può dare frutti, anche senza “guerre di posizione”.
