Da Antiseri a Infantino, ecco chi salva il pensiero liberale

di Flavio Felice

Con riferimento alla denuncia sollevata dal senatore Pera in ordine alla stato della discussione filosofica nel nostro Paese, credo si possa convenire che ciascuno discute di ciò che sa e di ciò che intende far sapere agli altri. È una vexata questio quella che riguarda la rilevanza pubblica di prospettive culturali diverse da quelle che dal secondo dopoguerra avrebbero assunto la cosiddetta “egemonia”. Il senatore Pera parla esplicitamente di temi “alla moda” che la sinistra monterebbe a dispetto di altri, non meno interessanti e altamente richiesti dall’opinione pubblica, ma che i detentori dell’egemonia manterrebbero ad arte al di fuori della pubblica arena. Evidentemente il senatore Pera non ha tutti i torti ed è sotto gli occhi di tutti la consistenza di una egemonia che ha toccato tutti i gangli del “sapere”: dalle pagine culturali dei principali quotidiani, alle cattedre universitarie; dalle sceneggiature delle fiction, fino alle incipienti serate canzonettiere sanremesi in salsa conigliette playboy. Dalle interviste leggere leggere di Fabio Fazio ai talk-show faziosi e sempre fin troppo politicamente corretti; dall’oligopolio di alcune storiche case editrici, alla tendenziosa e culturalmente vincente volgarità dei reality. Ebbene, il quadro che appare è sconfortante, ma non per questo irreversibile.

Negli ultimi anni sono sorti giornali, riviste e case editrici che hanno promosso una cultura alternativa rispetto alla vulgata corrente. Penso in modo particolare, per averne condiviso l’esperienza, al grande lavoro che l’editore Florindo Rubbettino sta svolgendo per portare in Italia la ricca tradizione del liberalismo della Scuola austriaca e quella del cattolicesimo liberale (soprattutto di marca statunitense), dopo decenni di responsabile silenzio di gran parte dei nostri intellettuali, accademici e sedicenti mètre à penser. Tra gli intellettuali italiani che hanno maggiormente contribuito allo sviluppo di questa rivoluzione culturale ricordiamo il prof. Dario Antiseri. Grazie al suo impegno e a quello di altri intellettuali come Lorenzo Infantino, Sergio Ricossa, Rocco Pezzimenti e del compianto Massimo Baldini, da qualche anno gli italiani possono leggere le grandi opere di autori come K. Popper (in questo caso il merito va all’editore Armando), F. A. von Hayek, L.v. Mises, C. Menger, E.v. Böhm-Bawerk. Sono autori che hanno segnato in epoche diverse della storia una svolta decisiva nel modo di concepire le scienze e, nel caso degli autori della Scuola austriaca dell’economia, in modo particolare la scienza economica. Ebbene, se non fosse stato per l’impegno dei suddetti pochi intellettuali italiani e per la lungimiranza e per il coraggio di un piccolo editore calabrese: Rubbettino, oggi non avremmo traccia in Italia di questa gloriosa tradizione.

Sul versante dei rapporti tra fede, democrazia e valori, in Italia non mancherebbe l’interesse nei confronti di quei temi e di quegli autori che, ad esempio, negli Stati Uniti, dall’inizio degli anni Settanta ad oggi hanno segnato un’autentica rivoluzione, nel campo della politica, dell’economia e della cultura. In quegli anni, un ristretto gruppo di intellettuali, emarginati dall’accademia, realizzarono che negli Stati Uniti si stava sviluppando una nuova ideologia, quella della “nuda piazza pubblica”, ed il loro vecchio Partito democratico ne stava diventato il vessillo. L’esito di una miscela culturalmente esplosiva, scaturita da una serie di dottrine e di pratiche politiche, tese ad escludere la religione dalla vita civile. Una simile ideologia avrebbe intaccato nel profondo il Dna degli Stati Uniti. In definitiva, da Paese sorto su un’esperienza ed un’eccezionalità che rimandano al tema del riconoscimento di alcune verità “di per se stesse evidenti”, gli USA, per autori quali M. Novak, G. Weigel e R. J. Neuhaus (il pastore luterano successivamente convertitosi al cattolicesimo e di recente scomparso) stavano scivolando pericolosamente verso la più “indifferentista” e “ludica” delle derive ideologiche, violentemente antireligiosa e cristofobica, ben espressa dai prodotti culturalmente più imbarazzanti che sfornano gli studios di Hollywood.

Dall’elaborazione del pensiero di questi autori, oggi in gran parte presenti nel mercato editoriale italiano, è possibile rintracciare i tratti di una filosofia politica che assume dalla tradizione del liberalismo classico i temi del costituzionalismo, del governo della legge, della sovranità limitata: l’idea di governo come dominio della legge e non degli uomini. Strumenti che i nostri autori hanno saputo mettere in relazione con i concetti classici della tradizione cattolica, quali la dignità umana, la libertà integrale ed indivisibile, la conseguente responsabilità della persona e l’ineludibile limitatezza della sua costituzione fisica e morale. Una filosofia della politica che si presenta come un’inedita teoria critica della società, universalmente riconoscibile come tipicamente statunitense – liberale in senso classico ed anglosassone – e, nello stesso tempo, in modo del tutto originale, proiettata verso un rapporto sempre più stretto con la storia del pensiero cattolico e con la sua moderna dottrina sociale: qui il nesso ci è fornito dall’opera di L. Sturzo e del padre conciliare J. Courtney Murray, S.J.

Il senatore Pera probabilmente ha ragione, ma negli ultimi anni anche in Italia qualcosa sta cambiando, forse non siamo ancora nelle condizioni di influire sui palinsesti televisivi e neppure sui programmi editoriali delle grandi case editrici. Ad ogni modo, i maestri non mancano, piccoli editori crescono, giovani studiosi maturano e qualcosa di nuovo appare nel panorama culturale italiano. È legittimo che chi detiene l’egemonia l’eserciti, ma altrettanto legittimo che qualcuno la insidi.