Il Paese di Bush c’è ancora

di Alia K. Nardini

In un suo recente articolo, lo scienziato politico conservatore Mark Gerson ha tracciato sul Washington Post un bilancio dei primi mesi dell’Amministrazione Obama. Se sul piano delle politiche nazionali il Presidente ha adottato provvedimenti non particolarmente originali di stampo tipicamente left- wing, nota lo studioso, in politica estera Obama non ha fatto altro che riproporre i contenuti dell’era Bush, seppur edulcorati da note costanti di buonismo e diplomazia.

A fronte della crisi economica, il messaggio di Obama è chiaro: i ricchi sono i veri responsabili della difficile situazione in cui versa oggi l’America, e per questo saranno chiamati a finanziare le politiche redistributive del nuovo governo che “investirà” a favore delle classi meno abbienti. È bene tuttavia ricordare che i governi in realtà spendono, non investono: sono gli imprenditori che, a fronte degli inevitabili rischi legati alla loro attività, producono ricchezza e creano nuovi posti di lavoro. Il mero aiuto economico a chi non riesce a far fronte alle spese, per quanto rappresenti un rimedio temporaneo che va a “tamponare” una situazione di per sé difficile, andrà prima o poi ad esaurirsi senza vantaggi aggiunti lasciando immutato lo scenario odierno (questo vale anche per gli incentivi alle banche ed all’industria automobilistica). Anche per tale ragione il debito pubblico che Obama si appresta ad accumulare, al di là di qualsiasi considerazione morale sulla natura della spesa in questione o sulla sua utilità, non solo andrà inevitabilmente a pesare sul futuro degli americani; ma colpirà -attraverso la revoca dei tagli fiscali introdotti dai Repubblicani- i settori realmente produttivi dell’economia, rallentandone la ripresa.

Stupiscono tra l’altro le lodi tributate alla politica estera del neopresidente: apertura, distensione, multilateralismo i termini più sovente associati al suo approccio internazionale. Nonostante l’enfasi posta sull’immagine degli Stati Uniti ed il rapporto con gli alleati, nonché le attente operazioni di marketing nei confronti della stampa, il Presidente sembra avere ben chiare le priorità del suo ruolo di commander in chief: la sicurezza nazionale viene prima di tutto. Per questo, la proposta di Obama in politica estera resta essenzialmente coerente con la linea già in vigore: un piano di ritiro dall’Iraq che ricalca la surge di Petraeus e McCain; la guerra al terrorismo, giustificata negli stessi termini posti dal neoconservatorismo (fino a pochi mesi fa accusato di intransigentismo ed eccessiva bellicosità); ed il progetto di condurre il mondo verso un futuro migliore attraverso l’esempio e la levatura morale dell’America, proprio come sosteneva il tanto vituperato Gorge W. Bush.

Con buona pace dei media, che si ostinano a vedere in Barack Obama l’incarnazione della novità che avanza.