Dalla Caritas in Veritate alla povertà francescana e ritorno, passando per il libero mercato
di Sergio Morisoli
Crisi e progresso. Sono queste le due parole che mi fanno caratterizzare il 2009. La crisi nel suo significato etimologico di momento di decisione, di valutazione e di ripensamento ha da noi purtroppo assunto un connotato solo negativo. Accade ciò che non si vuole, ciò che non si progetta, ciò che è inaspettato, è all’opposto di ciò che scriveva Montale “che è l’imprevisto a salvarci”; noi ci sentiamo traditi dalla sorte, attaccati da colpevoli e forze che ci sfuggono, colpiti da una ingiustizia amorfa e invisibile, siamo impauriti dal mistero. Questa è la percezione della crisi. Il progresso è l’opposto; pur essendo un’espressione altrettanto astratta vuol concretizzarsi in rimedio, fuga dal presente, scatto in avanti, abbandono e miglioramento progettuale da produrre, da conquistare e poi finalmente da gustare. Questi due aspetti, per noi inconciliabili o presi solo uno per scacciare l’altro, sono invece ri-messi in geniale positiva armonia grazie alla provvidenziale enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. Tutti eravamo intenti, e lo siamo tuttora, nel cercare i colpevoli della crisi (di tutte le crisi e non solo quella finanziaria); quelli che ci hanno barato, quelli che hanno polverizzato miliardi su miliardi ammesso e non concesso che esistessero davvero da polverizzare, vista la finanza virtuale e creativa. Tutti eravamo intenti, e lo siamo tuttora, nel capire quali sono i calcoli sbagliati perché il progresso presunto raggiunto, cioè il benessere economico, la scienza liberata, la tecnologia onnipotente non siano stati in grado di metterci al riparo di ciò che è successo; perché nonostante la potenza razionale raggiunta accade il disastro. A mezza estate esce un Papa e ci dice, in modo fermo che stiamo sbagliando ma con altrettanta dolcezza ci corregge e scrive che nulla è perso offrendoci una via per uscirne (Caritas in veritate). Basta avere una speranza riposta bene (Spe salvi) e riprendere risolutamente in mano il senso della nostra esistenza (Deus caritas est). La provvidenza ha fatto in modo che il “trittico” papale si concretizzasse e venisse in nostro soccorso paradossalmente proprio in questi ultimi anni in cui il progresso nelle forme dell’economia in crescita senza fine, della scienza che svela ogni segreto, della tecnologia che crea sé stessa, sembrava correre senza freni. Proprio quando ci sembrava di non dover più necessitare di “ispirazioni esterne” immateriali e irrazionali; proprio quando l’uomo è al massimo della convinzione che è diventato lui l’unica misura di tutto grazie al fatto di essere in contemporanea homo faber, homo oeconomicus e homo politicus ; proprio quando sta per riuscire a costruire “sistemi talmente perfetti che l’uomo non necessita più di essere buono” (T.Eliot) ecco che qualcuno con carità, misericordia, compassione e simpatia mette in guardia l’uomo post moderno da questa presunzione fatale. Tutti da settimane si aspettavano un’ Enciclica terribile che condannasse i cattivi da una parte ed elevasse i buoni dall’altra,ovviamente pensando che il cattivo è sempre l’altro. Le speculazioni erano infinite a riguardo se il Papa fosse oscurantista, smentisse le encicliche sociali precedenti, fosse più di destra o di sinistra. Poi, alla pubblicazione grande delusione degli stessi, né ghigliottine né roghi, la morbosità non è stata appagata; ha preso tutti in contropiede incentrando la riflessione sul fatto che non è vero progresso quello che aliena l’uomo e ne travolge la sua libertà. Non solo nella finanza, ultimo episodio di una successione di errori fatali, ma anche in altri campi e a tutto pieno nell’attività umana. Dopo 42 anni della Popolorum progressio di Paolo VI ha il coraggio di fare una verifica su cosa e su come l’uomo ha sfruttato questi anni di grazia, di opportunità e di benessere. Ci rilancia, ci stimola a continuare, a trarre i giusti insegnamenti da quello che abbiamo vissuto e sperimentato in questi decenni “vagliate tutto e trattene il buono” (S.Paolo) e ci sprona a mettere a frutto i talenti ricevuti e sfruttare la nostra “imago dei” ma ad operare nella verità ultima delle cose “tutto quello che l’uomo sa fare, non significa che è lecito che lo faccia” (R. Guardini). E’ un’enciclica che ridà la giusta connessione a scienza e tecnica, a economia e mercato, a politica e stato, a pluralità e globalizzazione; che promuove l’uomo attraverso un umanesimo integrale (J. Maritain) rendendo inseparabili spirito e materia, fede e ragione, sottraendolo dal pericolo di conquistare tutto ma di perdere sé stesso. Crisi e progresso. Sostantivi e significati che si presentavano, in forme diverse ma nella quasi identica intensità all’uomo di circa 800 anni fa, quello del tardo medioevo, dei secoli XII-XV. Altro che secoli bui, erano i tempi in cui nelle università, nelle corti, nei mercati, nei monasteri e nelle prediche in chiesa si dibatteva e si ragionava su come e se era possibile tenere unite le due più grandi aspirazioni dell’uomo: la salvezza e il benessere personale; e come questi desideri si conformavano con il “bene comune”. Esattamente come oggi ci rendiamo conto, grazie alla crisi, e non per colpa della crisi, che il punto cruciale è esattamente ancora quello di trovare questa unità. Solo che oggi la salvezza interessa meno perché è sostituita dal salutismo: una volta c’era la salvezza pubblica e la salute privata oggi c’è la salute pubblica e la salvezza privata (card. A. Scola), il benessere personale è tutto, l’anonimia una meta: nella società di massa si vive circondati da estranei (M.Fforde) , e il bene comune è casomai nella migliore delle ipotesi una risultante: una sommatoria invece che una moltiplica (S. Zamagni). Ecco allora il parallelismo e la profonda unione tra la lezione dell’Enciclica di Benedetto XVI e i trattati, le summe e le dispute delle menti francescane dell’ultima parte del medioevo. In quei tempi occorreva trovare delle ragioni profonde per giustificare cristianamente ciò che stava accadendo. La ricchezza esplodeva, i traffici nel continente si moltiplicavano, i commerci erano floridi, gli scambi commerciali “internazionali” intensi, fiumi di monete circolavano sul mercato, il divario tra ricchi e poveri si allargava costantemente, le possibilità di guadagno per i commercianti abili erano infinite, i cantieri per le costruzioni delle cattedrali enormi, le economie di scala a partire dal pannolana occupavano con la divisione del lavoro intere popolazioni dall’Inghilterra, alle Fiandre, alla Linguadoca, alla Lombardia, alla Toscana . In termini odierni diremmo che la globalizzazione era realtà quotidiana e il progresso irrefrenabile. La storia economica di Cambridge elenca 173 grandi banche italiane operative ovunque nel XIV secolo. Questa espansione economica fu possibile solo grazie al fatto che all’interno delle grandi proprietà monastiche, i monaci mutarono le loro economie di sussistenza rendendole altamente produttive, e loro stessi divennero protagonisti specializzati di reti di scambio commerciale. Attorno all’XI secolo si contavano oltre 850 abbazie c e monasteri benedettini in Europa, una forma di multinazionale di produzione di beni e servizi che dava a lavoro a oltre 100'000 monaci e nei secoli successivi ad un infinità di commercianti, artigiani, banchieri, cambisti, trasportatori ecc…Siccome il primato della salvezza sul commercio era indiscusso per la cultura e le leggi del tempo, era ovvio che si ponessero le questioni tipo: il mercato è legittimo, è il modo giusto e cristiano per trasmettere ciò di cui l’uomo ha bisogno? La moneta è un mezzo lecito per comprare non solo il prodotto ma anche il lavoro umano? Pagare per il lavoro è sfruttare chi lo produce? Cosa distingue il costo di un bene dal suo prezzo? Come si determina il valore? Prestare danaro è lecito? Dove finisce il giusto interesse e dove inizia l’usura? Quando si tratta di ingiusto arricchimento? Quale è il giusto profitto? Ogni commercio è lecito? Tutte domande che sono ancora aperte oggi e la crisi dei subprime ha fatto riemergere. Se ve ne fosse bisogno per confermare che il mondo economico e in definitiva l’uomo rimangono uguali nei secoli ecco, a proposito della crisi che toccò invece quel mondo nel 1341, la descrizione dello storico dell’economia Carlo Cipolla: “ L’affollarsi agli sportelli condusse quasi tutte le ditte fiorentine, una dopo l’altra, a dichiarare fallimento e cancellò ogni illusione su un sistema che troppo si era affidato, e per decenni, a spericolate manovre finanziarie. La crisi degli anni Quaranta (ndr.1341-1347) segnò così una svolta nel modo di gestire i grandi traffici internazionali: essa aveva evidenziato una volta per tutte i limiti di uno sfruttamento delle occasioni offerte dai commerci e dalla finanza internazionali basato più sulla speculazione che su una esatta valutazione dei meccanismi dell’economia medievale. (…) Occorreva una pausa di riflessione, ridimensionare gli obiettivi,circoscrivere le aree geografiche di intervento, orientarsi verso una maggiore specializazione.” Pare un articolo del Wall Street Journal di qualche mese fa. L’Europa si salvò e ripartì poiché l’insegnamento degli ordini mendicanti fatti propri dalla chiesa e dal mercato grazie agli studi del secolo precedente e seguente di alcuni francescani (Pietro Giovanni Olivi 1248-1298; Giovanni Duns Scoto 1263-1308; Bonaventura 1221-1274; Alessandro di Alessandria 1270-1314; Guglielmo Ockham 1290-1349; Bernardino da Siena 1380-1444; Antonino da Firenze 1389-1459) diedero l’impulso al rilancio di quello che noi oggi chiameremmo “capitalismo”. La teologia morale di allora era composta da veri e propri trattati che oggi chiameremmo “dottrina sociale della chiesa” ma non solo. Il contenuto di queste tesi volte a rispondere alle domande elencate in precedenza a riguardo del mercato e del capitalismo furono la base per lo sviluppo della disciplina economica poi di Adam Smith e di quelli che oggi chiamiamo i classici del liberalismo economico, sfociato poi nella scuola austriaca di Vienna con von Mises e von Hayek. I francescani poterono sviluppare questo pensiero economico sempre alla ricerca della conformità con il messaggio cristiano grazie a due aspetti. Il primo, il loro voto e la loro scelta di povertà radicale li metteva al riparo della critica di sviluppare trattati e teorie per arricchirsi personalmente. Il secondo, la povertà scelta permetteva di vedere le cose del mondo con totale libertà e il giusto distacco per poterle indagare, spiegare, condannare o giustificare e correggere nella loro interezza. Con dolcezza e senso della realtà poi cercavano di divulgare le scoperte fatte, in modo da correggere la persona (mercante-banchiere-usuraio-prestatore-cambista) affinché il bene comune fosse la risultante della moltiplicazione delle buone azioni dei singoli. Ci ricongiungiamo con l’Enciclica di Benedetto XVI che oggi come allora mira alla salvezza dell’uomo e in materia economica non smentisce ma traduce in chiave attuale concetti e pensieri maturati lontani nei secoli. Ad esempio al numero 21 si può leggere: “(…) Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e di creare povertà” Oppure al numero 36 è sintetizzato il risultato in modo cristallino di oltre due secoli di dispute medievali: “la Chiesa ritiene da sempre che l’agire economico non sia da considerare antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole. la societä non dev proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. E’ certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. (…) Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale.” Per chiudere e a riconferma dell’esistenza, sebbene spesso messo al margine, di un forte pensiero economico cristiano-liberale ecco la rima di Wilhelm Röpke definito un ordoliberale, membro della Mount Pelerin Society (liberisti): “Se gli uomini che competono sul mercato- e nel mercato mirano a conseguire un profitto- non sono fortemente legati a vincoli morali e sociali alla comunità, anche la concorrenza degenera gravemente. Ciò significa, come ho avuto modo di dire più volte, che l’economia di mercato non è tutto.”
Crisi e progresso. Sono queste le due parole che mi fanno caratterizzare il 2009. La crisi nel suo significato etimologico di momento di decisione, di valutazione e di ripensamento ha da noi purtroppo assunto un connotato solo negativo. Accade ciò che non si vuole, ciò che non si progetta, ciò che è inaspettato, è all’opposto di ciò che scriveva Montale “che è l’imprevisto a salvarci”; noi ci sentiamo traditi dalla sorte, attaccati da colpevoli e forze che ci sfuggono, colpiti da una ingiustizia amorfa e invisibile, siamo impauriti dal mistero. Questa è la percezione della crisi. Il progresso è l’opposto; pur essendo un’espressione altrettanto astratta vuol concretizzarsi in rimedio, fuga dal presente, scatto in avanti, abbandono e miglioramento progettuale da produrre, da conquistare e poi finalmente da gustare. Questi due aspetti, per noi inconciliabili o presi solo uno per scacciare l’altro, sono invece ri-messi in geniale positiva armonia grazie alla provvidenziale enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. Tutti eravamo intenti, e lo siamo tuttora, nel cercare i colpevoli della crisi (di tutte le crisi e non solo quella finanziaria); quelli che ci hanno barato, quelli che hanno polverizzato miliardi su miliardi ammesso e non concesso che esistessero davvero da polverizzare, vista la finanza virtuale e creativa. Tutti eravamo intenti, e lo siamo tuttora, nel capire quali sono i calcoli sbagliati perché il progresso presunto raggiunto, cioè il benessere economico, la scienza liberata, la tecnologia onnipotente non siano stati in grado di metterci al riparo di ciò che è successo; perché nonostante la potenza razionale raggiunta accade il disastro. A mezza estate esce un Papa e ci dice, in modo fermo che stiamo sbagliando ma con altrettanta dolcezza ci corregge e scrive che nulla è perso offrendoci una via per uscirne (Caritas in veritate). Basta avere una speranza riposta bene (Spe salvi) e riprendere risolutamente in mano il senso della nostra esistenza (Deus caritas est). La provvidenza ha fatto in modo che il “trittico” papale si concretizzasse e venisse in nostro soccorso paradossalmente proprio in questi ultimi anni in cui il progresso nelle forme dell’economia in crescita senza fine, della scienza che svela ogni segreto, della tecnologia che crea sé stessa, sembrava correre senza freni. Proprio quando ci sembrava di non dover più necessitare di “ispirazioni esterne” immateriali e irrazionali; proprio quando l’uomo è al massimo della convinzione che è diventato lui l’unica misura di tutto grazie al fatto di essere in contemporanea homo faber, homo oeconomicus e homo politicus ; proprio quando sta per riuscire a costruire “sistemi talmente perfetti che l’uomo non necessita più di essere buono” (T.Eliot) ecco che qualcuno con carità, misericordia, compassione e simpatia mette in guardia l’uomo post moderno da questa presunzione fatale. Tutti da settimane si aspettavano un’ Enciclica terribile che condannasse i cattivi da una parte ed elevasse i buoni dall’altra,ovviamente pensando che il cattivo è sempre l’altro. Le speculazioni erano infinite a riguardo se il Papa fosse oscurantista, smentisse le encicliche sociali precedenti, fosse più di destra o di sinistra. Poi, alla pubblicazione grande delusione degli stessi, né ghigliottine né roghi, la morbosità non è stata appagata; ha preso tutti in contropiede incentrando la riflessione sul fatto che non è vero progresso quello che aliena l’uomo e ne travolge la sua libertà. Non solo nella finanza, ultimo episodio di una successione di errori fatali, ma anche in altri campi e a tutto pieno nell’attività umana. Dopo 42 anni della Popolorum progressio di Paolo VI ha il coraggio di fare una verifica su cosa e su come l’uomo ha sfruttato questi anni di grazia, di opportunità e di benessere. Ci rilancia, ci stimola a continuare, a trarre i giusti insegnamenti da quello che abbiamo vissuto e sperimentato in questi decenni “vagliate tutto e trattene il buono” (S.Paolo) e ci sprona a mettere a frutto i talenti ricevuti e sfruttare la nostra “imago dei” ma ad operare nella verità ultima delle cose “tutto quello che l’uomo sa fare, non significa che è lecito che lo faccia” (R. Guardini). E’ un’enciclica che ridà la giusta connessione a scienza e tecnica, a economia e mercato, a politica e stato, a pluralità e globalizzazione; che promuove l’uomo attraverso un umanesimo integrale (J. Maritain) rendendo inseparabili spirito e materia, fede e ragione, sottraendolo dal pericolo di conquistare tutto ma di perdere sé stesso. Crisi e progresso. Sostantivi e significati che si presentavano, in forme diverse ma nella quasi identica intensità all’uomo di circa 800 anni fa, quello del tardo medioevo, dei secoli XII-XV. Altro che secoli bui, erano i tempi in cui nelle università, nelle corti, nei mercati, nei monasteri e nelle prediche in chiesa si dibatteva e si ragionava su come e se era possibile tenere unite le due più grandi aspirazioni dell’uomo: la salvezza e il benessere personale; e come questi desideri si conformavano con il “bene comune”. Esattamente come oggi ci rendiamo conto, grazie alla crisi, e non per colpa della crisi, che il punto cruciale è esattamente ancora quello di trovare questa unità. Solo che oggi la salvezza interessa meno perché è sostituita dal salutismo: una volta c’era la salvezza pubblica e la salute privata oggi c’è la salute pubblica e la salvezza privata (card. A. Scola), il benessere personale è tutto, l’anonimia una meta: nella società di massa si vive circondati da estranei (M.Fforde) , e il bene comune è casomai nella migliore delle ipotesi una risultante: una sommatoria invece che una moltiplica (S. Zamagni). Ecco allora il parallelismo e la profonda unione tra la lezione dell’Enciclica di Benedetto XVI e i trattati, le summe e le dispute delle menti francescane dell’ultima parte del medioevo. In quei tempi occorreva trovare delle ragioni profonde per giustificare cristianamente ciò che stava accadendo. La ricchezza esplodeva, i traffici nel continente si moltiplicavano, i commerci erano floridi, gli scambi commerciali “internazionali” intensi, fiumi di monete circolavano sul mercato, il divario tra ricchi e poveri si allargava costantemente, le possibilità di guadagno per i commercianti abili erano infinite, i cantieri per le costruzioni delle cattedrali enormi, le economie di scala a partire dal pannolana occupavano con la divisione del lavoro intere popolazioni dall’Inghilterra, alle Fiandre, alla Linguadoca, alla Lombardia, alla Toscana . In termini odierni diremmo che la globalizzazione era realtà quotidiana e il progresso irrefrenabile. La storia economica di Cambridge elenca 173 grandi banche italiane operative ovunque nel XIV secolo. Questa espansione economica fu possibile solo grazie al fatto che all’interno delle grandi proprietà monastiche, i monaci mutarono le loro economie di sussistenza rendendole altamente produttive, e loro stessi divennero protagonisti specializzati di reti di scambio commerciale. Attorno all’XI secolo si contavano oltre 850 abbazie c e monasteri benedettini in Europa, una forma di multinazionale di produzione di beni e servizi che dava a lavoro a oltre 100'000 monaci e nei secoli successivi ad un infinità di commercianti, artigiani, banchieri, cambisti, trasportatori ecc…Siccome il primato della salvezza sul commercio era indiscusso per la cultura e le leggi del tempo, era ovvio che si ponessero le questioni tipo: il mercato è legittimo, è il modo giusto e cristiano per trasmettere ciò di cui l’uomo ha bisogno? La moneta è un mezzo lecito per comprare non solo il prodotto ma anche il lavoro umano? Pagare per il lavoro è sfruttare chi lo produce? Cosa distingue il costo di un bene dal suo prezzo? Come si determina il valore? Prestare danaro è lecito? Dove finisce il giusto interesse e dove inizia l’usura? Quando si tratta di ingiusto arricchimento? Quale è il giusto profitto? Ogni commercio è lecito? Tutte domande che sono ancora aperte oggi e la crisi dei subprime ha fatto riemergere. Se ve ne fosse bisogno per confermare che il mondo economico e in definitiva l’uomo rimangono uguali nei secoli ecco, a proposito della crisi che toccò invece quel mondo nel 1341, la descrizione dello storico dell’economia Carlo Cipolla: “ L’affollarsi agli sportelli condusse quasi tutte le ditte fiorentine, una dopo l’altra, a dichiarare fallimento e cancellò ogni illusione su un sistema che troppo si era affidato, e per decenni, a spericolate manovre finanziarie. La crisi degli anni Quaranta (ndr.1341-1347) segnò così una svolta nel modo di gestire i grandi traffici internazionali: essa aveva evidenziato una volta per tutte i limiti di uno sfruttamento delle occasioni offerte dai commerci e dalla finanza internazionali basato più sulla speculazione che su una esatta valutazione dei meccanismi dell’economia medievale. (…) Occorreva una pausa di riflessione, ridimensionare gli obiettivi,circoscrivere le aree geografiche di intervento, orientarsi verso una maggiore specializazione.” Pare un articolo del Wall Street Journal di qualche mese fa. L’Europa si salvò e ripartì poiché l’insegnamento degli ordini mendicanti fatti propri dalla chiesa e dal mercato grazie agli studi del secolo precedente e seguente di alcuni francescani (Pietro Giovanni Olivi 1248-1298; Giovanni Duns Scoto 1263-1308; Bonaventura 1221-1274; Alessandro di Alessandria 1270-1314; Guglielmo Ockham 1290-1349; Bernardino da Siena 1380-1444; Antonino da Firenze 1389-1459) diedero l’impulso al rilancio di quello che noi oggi chiameremmo “capitalismo”. La teologia morale di allora era composta da veri e propri trattati che oggi chiameremmo “dottrina sociale della chiesa” ma non solo. Il contenuto di queste tesi volte a rispondere alle domande elencate in precedenza a riguardo del mercato e del capitalismo furono la base per lo sviluppo della disciplina economica poi di Adam Smith e di quelli che oggi chiamiamo i classici del liberalismo economico, sfociato poi nella scuola austriaca di Vienna con von Mises e von Hayek. I francescani poterono sviluppare questo pensiero economico sempre alla ricerca della conformità con il messaggio cristiano grazie a due aspetti. Il primo, il loro voto e la loro scelta di povertà radicale li metteva al riparo della critica di sviluppare trattati e teorie per arricchirsi personalmente. Il secondo, la povertà scelta permetteva di vedere le cose del mondo con totale libertà e il giusto distacco per poterle indagare, spiegare, condannare o giustificare e correggere nella loro interezza. Con dolcezza e senso della realtà poi cercavano di divulgare le scoperte fatte, in modo da correggere la persona (mercante-banchiere-usuraio-prestatore-cambista) affinché il bene comune fosse la risultante della moltiplicazione delle buone azioni dei singoli. Ci ricongiungiamo con l’Enciclica di Benedetto XVI che oggi come allora mira alla salvezza dell’uomo e in materia economica non smentisce ma traduce in chiave attuale concetti e pensieri maturati lontani nei secoli. Ad esempio al numero 21 si può leggere: “(…) Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e di creare povertà” Oppure al numero 36 è sintetizzato il risultato in modo cristallino di oltre due secoli di dispute medievali: “la Chiesa ritiene da sempre che l’agire economico non sia da considerare antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole. la societä non dev proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani. E’ certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. (…) Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale.” Per chiudere e a riconferma dell’esistenza, sebbene spesso messo al margine, di un forte pensiero economico cristiano-liberale ecco la rima di Wilhelm Röpke definito un ordoliberale, membro della Mount Pelerin Society (liberisti): “Se gli uomini che competono sul mercato- e nel mercato mirano a conseguire un profitto- non sono fortemente legati a vincoli morali e sociali alla comunità, anche la concorrenza degenera gravemente. Ciò significa, come ho avuto modo di dire più volte, che l’economia di mercato non è tutto.”
