Il mercato ha nemici anche a destra

di Flavio Felice

"Il conservatore si sente sicuro e soddisfatto solo se è certo che una saggezza superiore vigili sui cambiamenti, solo se sa che qualche autorità ha il compito di mantenere ‘disciplinato’ il cambiamento". Con queste parole, uno dei maggiori intellettuali liberali del Novecento, il premio Nobel per l’economia F.A.v. Hayek, in The Constitution of Liberty (1960), esponeva le ragioni per le quali un liberale non avrebbe potuto dirsi un "conservatore". Si tratta, per Hayek, della riluttanza tipica dei conservatori – di destra o di sinistra che siano – a considerare il mercato come il processo attraverso il quale risolvere problemi allocativi. Alla base dell’atteggiamento ostile al mercato da parte delle forze conservatrici, vi sarebbe un problema di ordine teorico che per Hayek si manifesta attraverso due caratteristiche: "la passione per l’autorità" e "l’incomprensione per le forze economiche". Il problema teorico consisterebbe nella sfiducia nei confronti delle teorie astratte e dei principi generali. Il conservatore, afferma Hayek: "non riconosce quelle forze spontanee cui una politica di libertà si affida, né dispone di una base per formulare principi politici".

Sulla base della definizione di Hayek, il mercato rappresenterebbe un processo ottimale per la raccolta e la trasmissione di informazioni. Tali informazioni sono gli elementi necessari affinché le centinaia, le migliaia e i milioni di economie individuali, aventi finalità proprie e portatrici di interessi imperscrutabili, siano coordinate tra di loro in modo spontaneo.

Nessuna singola economia sarebbe in grado di gestire un flusso di informazioni tali da conoscere le finalità, gli interessi e i piani altrui. Le informazioni sono diffuse e disperse, possedute in modo autonomo dai singoli individui, i quali le trasformano, le traducono, le alterano, le tramandano, le nascondono. Ciò significa che esse non potranno mai essere conosciute simultaneamente da tutti, ovvero raccolte in un unico centro di elaborazione: la supposta e presunta "saggezza superiore" dalla quale siamo partiti.

Una svolta importante nel contesto della cultura politica conservatrice si ebbe durante gli anni Settanta, quando un gruppo di intellettuali statunitensi ruppe con la sinistra liberal, individuando nel diffuso sentimento anticapitalistico un problema della politica americana e mondiale; si pensi al fronte anticapitalistico dei teorici della cosiddetta "decrescita", come ad esempio Serge Latouche, al movimento no-global fino alle proposte neocorporative. Da questa analisi sorse la cosiddetta "nuova destra", ed il conseguente tentativo di presentare argomenti convincenti a favore del mercato. Dall’opera di autori come I. Kristol, G. Gilder e M. Novak scaturisce la filosofia economica che sottende la cosiddetta supply-side economics, in seguito sviluppata dagli economisti J. Wannisky. A. Laffer e R. Mundell, che caratterizzerà in vario modo le politiche economiche reaganiane e thatcheriane. Se Kristol riconosce la parziale efficacia del sistema capitalistico, pur criticandone l’inadeguatezza morale e Novak ne evidenzia la complessità e la necessaria complementarietà con la democrazia ed il pluralismo, Gilder radicalizza la discussione, sostenendo che il capitalismo conterrebbe in sé i germi dell’altruismo.

Alla base della prospettiva liberale hayekiana troviamo una teoria della società civile nella quale il mercato assume le vesti della "civile piazza pubblica", che si contrappone alla cosiddetta "soluzione hobbesiana", in forza della quale dovremmo rassegnarci ad una presenza invasiva dello "Stato" che tutto regolamenta e disciplina. È in questo contesto che si inserisce il problematico rapporto tra Stato e mercato nella concezione tipicamente conservatrice. In questa prospettiva, il modello di società civile che emerge è quello di una realtà protesa alla ricerca di un "fine comune" omogeneizzato dal potere coercitivo dello Stato e da esso legittimato sotto il suo ombrello protettivo.

Una rappresentazione nostrana della prospettiva anticapitalistica di destra è stata la teoria del corporativismo. Con particolare riferimento a quello fascista, i capisaldi del corporativismo possono essere rinvenuti nelle opere di Ugo Spirito: la Critica dell’economia liberale (1930) e I fondamenti dell’economia corporativa (1932) e dalla riflessione dei cosiddetti "corporativisti integrali", tra i quali ricordiamo G. Arias, F. Carli, C.E. Ferri, M. Fovel. Spirito intendeva offrire un maggiore spessore teorico alla Carta del lavoro del 1927, la quale si prefiggeva di superare la visione liberale (capitalistica) e quella comunista: non al mercato, ma allo Stato fascista spettava il compito di regolare l'economia del paese e di anteporre all'interesse individuale quello nazionale, individuando una soluzione al conflitto capitale-lavoro attraverso la totale identificazione tra individuo e Stato. L’idea di Spirito, che permane in alcune componenti della destra sociale italiana, era che la piena attuazione del fascismo avrebbe dovuto comportare la critica radicale dell’economia liberale e del modello di produzione capitalistico-borghese, fondati entrambi sull’assunto individualista.

Sul versante dell’anticapitalismo cattolico, significativa è stata la posizione di coloro i quali, travisando in parte le teorizzazioni del Toniolo, vagheggiavano una sorta di ritorno dell’ordine medievale, considerato la golden age della Cristianità. Lo Stato che si fa imprenditore, lo Stato che pretende di organizzare capitale e lavoro, componendo gli inevitabili contrasti in una sintesi superiore che mortifica entrambi perché attuata secondo logiche esclusivamente autoritarie è la negazione dello stato democratico. Simile convinzione era condivisa dalla gran parte degli intellettuali cattolici dell’epoca i quali, pur manifestando apertamente il loro anti-socialismo, erano convinti che il capitalismo rappresentasse qualcosa di inaccettabile e che fosse carico di valenze negative. Personalità di spicco di questo filone furono in Francia Albert de Mun e René la Tour du Pin, in Italia Luigi Taparelli d'Azeglio, in Germania Wilhelm Ketteler. Fanfani, che segna il discrimine tra corporativismo cattolico e fascista, nella sua opera Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica dello spirito del capitalismo evidenzierà come il sistema morale del Cattolicesimo ed il capitalismo siano nel modo più assoluto incompatibili.

Al corporativismo fascista e a quello precedente di matrice cattolica, che continueranno ad influenzare la politica economica del secondo dopoguerra in un montante clima di statalismo, di partitocrazia e di abuso del denaro pubblico, si contrappongono la visione liberale di Einaudi e quella del cattolicesimo-liberale di Sturzo, per i quali la società civile non rappresenta lo strumento di legittimazione del potere politico, bensì la linea di confine e l’elemento critico che dall’esterno lo controlla e ne impedisce la tracimazione, fagocitando il pluralismo delle formazioni sociali; realtà sociali che svolgono l’ineludibile funzione di tenere a debita distanza, entro i propri argini, il potere politico, a difesa della "libertà integrale" della persona. In questa prospettiva – una sintesi tra la visione hayekiana, einaudiana e sturziana –, il mercato è dato dall’insieme delle relazioni mediante le quali persone fallibili ed ignoranti tentano di rispondere a problemi economici ricorrendo alla soddisfazioni delle aspettative altrui. Il mercato, in tal senso, è il frutto delicato, prezioso e non intenzionale di secoli di civilizzazione, durante i quali le donne e gli uomini hanno fatto propri i principi dell’autogoverno.