Medvedev e Obama
di Alia K. Nardini
Al G-20 appena conclusosi a Londra, Barack Obama e Dmitry Medvedev hanno espresso la volontà comune di collaborare a varie iniziative riguardanti il conflitto in Afghanistan e la gestione del programma nucleare iraniano, ed hanno accettato di sottoscrivere un nuovo trattato per il controllo degli armamenti. Seppur all’indomani del summit i rapporti tra Stati Uniti e Russia appaiano più distesi, è d’obbligo avanzare alcune considerazioni in merito all’adozione aprioristica di tali politiche di mediazione.
In primo luogo, è curioso osservare come i proclami che annunciavano “la volontà di andare oltre agli schemi della guerra fredda” si siano concretizzati proprio nel recupero di uno dei principi chiave di quel periodo: la fiducia in un meccanismo negoziale e diplomatico che porterà alla firma di un trattato per il controllo degli armamenti, dove il fine da perseguire è il sottile equilibrio tra gli arsenali nucleari di America e Russia.
In secondo luogo, la mediazione è una strategia che frutterà ben poco all’Occidente, mentre porterà unicamente vantaggi al Presidente Medvedev: a fronte di un vago impegno ad una maggiore collaborazione nella lotta al terrorismo in politica estera, ed all’abbandono del protezionismo in termini di economia nazionale, la Russia potrà proseguire indisturbata la vendita di armi convenzionali al regime di Tehran nonché la costruzione del reattore nucleare di Bushehr. Mosca potrà perfino approvare le sanzioni contro l’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, oramai obsolete in seguito al continuo ampliamento della definizione di ciò che costituisce “uso consentito del nucleare a scopi civili”.
Persino l’impegno americano per il dispiegamento dei 10 missili intercettori in Polonia e di un sistema radar nella Repubblica Ceca -il cosiddetto Terzo Sito di difesa missilistica, pensato dagli Stati Uniti per difendere l’Europa dall’Iran e dalla Corea del Nord- potrebbe essere ridiscusso. I russi continuano a sostenere di sentirsi minacciati dal progetto (alquanto incomprensibilmente in realtà, a fronte delle quasi 3000 testate esplosive di cui dispone Mosca); ed è realistico pensare che, per evitare altri attriti con la Russia, Barack Obama scelga per il momento di posticipare qualsiasi decisione in merito.
Ora, è difficile credere che i neoimperialismi di Mosca, diretti a conquistare un’influenza sempre maggiore in Asia e in Europa orientale, siano naturalmente decaduti con la fine del mandato di George W. Bush. È altrettanto improbabile, e decisamente poco prudente, ritenere che le velleità di potenza russe verranno accantonate a seguito di una maggiore disponibilità dell’America ad affrontare le divergenze comuni tramite la diplomazia. Per questo, quanto una strategia basata sulla mediazione e sulla conciliazione possa giovare all’Occidente è ancora tutto da dimostrare.
Al G-20 appena conclusosi a Londra, Barack Obama e Dmitry Medvedev hanno espresso la volontà comune di collaborare a varie iniziative riguardanti il conflitto in Afghanistan e la gestione del programma nucleare iraniano, ed hanno accettato di sottoscrivere un nuovo trattato per il controllo degli armamenti. Seppur all’indomani del summit i rapporti tra Stati Uniti e Russia appaiano più distesi, è d’obbligo avanzare alcune considerazioni in merito all’adozione aprioristica di tali politiche di mediazione.
In primo luogo, è curioso osservare come i proclami che annunciavano “la volontà di andare oltre agli schemi della guerra fredda” si siano concretizzati proprio nel recupero di uno dei principi chiave di quel periodo: la fiducia in un meccanismo negoziale e diplomatico che porterà alla firma di un trattato per il controllo degli armamenti, dove il fine da perseguire è il sottile equilibrio tra gli arsenali nucleari di America e Russia.
In secondo luogo, la mediazione è una strategia che frutterà ben poco all’Occidente, mentre porterà unicamente vantaggi al Presidente Medvedev: a fronte di un vago impegno ad una maggiore collaborazione nella lotta al terrorismo in politica estera, ed all’abbandono del protezionismo in termini di economia nazionale, la Russia potrà proseguire indisturbata la vendita di armi convenzionali al regime di Tehran nonché la costruzione del reattore nucleare di Bushehr. Mosca potrà perfino approvare le sanzioni contro l’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, oramai obsolete in seguito al continuo ampliamento della definizione di ciò che costituisce “uso consentito del nucleare a scopi civili”.
Persino l’impegno americano per il dispiegamento dei 10 missili intercettori in Polonia e di un sistema radar nella Repubblica Ceca -il cosiddetto Terzo Sito di difesa missilistica, pensato dagli Stati Uniti per difendere l’Europa dall’Iran e dalla Corea del Nord- potrebbe essere ridiscusso. I russi continuano a sostenere di sentirsi minacciati dal progetto (alquanto incomprensibilmente in realtà, a fronte delle quasi 3000 testate esplosive di cui dispone Mosca); ed è realistico pensare che, per evitare altri attriti con la Russia, Barack Obama scelga per il momento di posticipare qualsiasi decisione in merito.
Ora, è difficile credere che i neoimperialismi di Mosca, diretti a conquistare un’influenza sempre maggiore in Asia e in Europa orientale, siano naturalmente decaduti con la fine del mandato di George W. Bush. È altrettanto improbabile, e decisamente poco prudente, ritenere che le velleità di potenza russe verranno accantonate a seguito di una maggiore disponibilità dell’America ad affrontare le divergenze comuni tramite la diplomazia. Per questo, quanto una strategia basata sulla mediazione e sulla conciliazione possa giovare all’Occidente è ancora tutto da dimostrare.
