Tra logica del profitto e bene comune. Il ruolo dei mass media durante le emergenze

di Massimiliano Padula

Commentare un terremoto significa penetrare il caleidoscopio infinito di drammi e sofferenze e provare a raccontarlo. Non sempre ci si riesce perché una volta avvenuta la catastrofe, ogni cosa assume le sembianze di altro. Sembrano le lacrime a prevalere, lo sdegno, la vicinanza emozionale con le vittime che non siamo noi e che eppure sentiamo prossime come non mai.

Questo contatto non è mai fisico. Il più delle volte è identitario, fatto cioè di cultura, di senso di appartenenza, di esperienze comuni, di abitudini e comportamenti. Nel caso della tragedia abruzzese sta succedendo questo. Il dramma è avvenuto ma è già passato. Adesso ne vediamo i segni, le memorie attraverso i calcinacci, le case distrutte, i morti e i feriti. Tuttavia ci pare di essere lì. Viviamo il susseguirsi degli eventi, osserviamo il quadro che cambia ora dopo ora, ascoltiamo i ricordi dei sopravvissuti, impariamo accenni di geofisica e sismologia dagli scienziati intervistati.

Sembra impossibile trovare in questo puzzle di devastazione qualcosa che lega i vari tasselli. Eppure il collante ci pare di trovarlo proprio in coloro che dovrebbero essere informatori del reale ma che, durante le emergenze, assumono una veste completamente diversa: i mass media.

I mezzi di comunicazione sono, insieme a organizzazioni colpite, comunità vittime e apparato dei soccorsi, il quarto lato del quadrato attraverso cui è possibile provare a rappresentare l’emergenza.

Pensiamo al terremoto che sconvolgendo L’Aquila e la sua provincia. Cosa sarebbe successo se dopo poche ore centinaia di cronisti non si fossero precipitati nei luoghi dell’accaduto? Oppure se su Facebook e su tutta la Rete non continuassero a moltiplicarsi appelli, informazioni su come sostenere le popolazioni colpite?

Probabilmente le conseguenze sarebbero due. La prima riguarda la percezione della catastrofe. Non sapere o sapere parzialmente equivale a non innescare completamente nelle persone quel meccanismo di prossimità emozionale e di identificazione tipica delle sciagure. La seconda, diretta conseguenza della prima, è relativa all’azione concreta. Sapere vuol dire provare comprensione e partecipazione e quindi (re)agire attraverso una donazione, un aiuto concreto, una preghiera.

I media quindi sono una risorsa importante. Possono porsi a servizio del bene comune e «rappresentano – come ha ribadito Benedetto XVI nel messaggio per Giornata mondiale delle comunicazioni sociali dello scorso anno – una parte costitutiva delle relazioni e dei processi sociali, economici, politici e religiosi» in atto nella società.

Ma nello stesso tempo si trovano di fronte al rischio d’essere sottomessi alla logica del profitto, all’asservimento degli interessi dominanti, e alla ricerca a tutti i costi dell’audience per fini politici o ideologici. È quale altro evento vende paura, attenzione, morbosità, commozione se non una catastrofe ambientale? Questa “compravendita” di sentimenti e paure può essere veicolata dai media quando essi calpestano la dignità della persona, non rispettano lo sconforto delle vittime, indugiano su fragilità e tragedie personali. Ci sembra, guardando la televisione, leggendo i giornali e navigando sul web di intercettare entrambi gli aspetti.

L’auspicio è che prevalga un’informazione al servizio delle persone soprattutto durante un’emergenza dove ogni attore coinvolto direttamente o indirettamente, deve contribuire, per quanto possibile, a ristabilire quell’equilibrio che farà grande fatica a ritornare.