Il futuro di Chrysler
di Alia K. Nardini
Mentre in Italia i media celebrano entusiasticamente l’accordo tra Fiat ed il colosso automobilistico Chrysler, in America i toni sono tutt’altro che ottimisti. Gli Stati Uniti si mostrano cauti sul futuro di Chrysler; non mancano numerose dimostrazioni di aperta sfiducia nei confronti di quella che viene ritenuta un’eccessiva e soprattutto dannosa ingerenza dello Stato nei meccanismi autoregolatori del libero mercato.
In occasione della crisi che ha colpito il settore automobilistico, gli accordi per risanare Chrysler saranno appena sufficienti a coprire i debiti con gli investitori, e non potranno comunque protrarsi a tempo indefinito. Urge pensare a come reperire altri fondi, necessari a rilanciare la ricerca, produrre modelli all’avanguardia di auto potenti e solide in linea con la grande tradizione americana (come Dodge e Jeep) e pubblicizzarle a dovere.
Maryann Keller, economista e da tempo direttrice di una delle maggiori compagnie di autonoleggio americane, concorda dalle pagine del Detroit News: non sarà l’accordo con Fiat a salvare Chrysler. La promessa di immettere auto più piccole e dai consumi contenuti sul mercato statunitense non farà la differenza: gli americani hanno già provato in passato a percorrere la strada dei veicoli a consumo ridotto, ma restano da ultimo fedeli ai SUV, alle spaziose berline per famiglie ed alle grandi auto di lusso. Le piccole auto (oltretutto già disponibili sul mercato americano) seguiteranno a languire nei concessionari, a meno che il Congresso non intenda investire in una campagna che prospetti come inevitabile l’aumento delle tasse sul carburante nei prossimi anni -strategia che ora, con la recessione economica, appare piuttosto improbabile.
Così come non è mai accaduto che una determinata compagnia dell’industria automobilistica statunitense superasse le proprie difficoltà finanziarie vendendo modelli di un’altra marca, nemmeno quando in partnership con soci europei (esempi emblematici furono le perdite riportate dai modelli Mitsubishi, e più recentemente da Pontiac e dalla Volkswagen Routan), gli americani non credono che Fiat possa rappresentare una svolta. A meno che non vengano intrapresi nuovi progetti nell’ambito pubblicitario e del design -progetti che soffrirebbero comunque dei tagli nel settore ricerca e sviluppo che la compagnia ha apportato ai bilanci negli ultimi 10 anni- il futuro di quella che negli Stati Uniti viene percepita come una manovra di quasi-nazionalizzazione di uno dei suoi colossi automobilistici (per la massiccia presenza nell’accordo del sindacato United Auto Workers) resterà incerto. Aggiungendo allo scenario il tiepido giudizio dell’opinione pubblica, la speranza è che Fiat abbia adottato i necessari meccanismi di tutela nell’intraprendere questa esperienza, che potrebbe rivelarsi rischiosa anche per il mercato italiano.
Mentre in Italia i media celebrano entusiasticamente l’accordo tra Fiat ed il colosso automobilistico Chrysler, in America i toni sono tutt’altro che ottimisti. Gli Stati Uniti si mostrano cauti sul futuro di Chrysler; non mancano numerose dimostrazioni di aperta sfiducia nei confronti di quella che viene ritenuta un’eccessiva e soprattutto dannosa ingerenza dello Stato nei meccanismi autoregolatori del libero mercato.
In occasione della crisi che ha colpito il settore automobilistico, gli accordi per risanare Chrysler saranno appena sufficienti a coprire i debiti con gli investitori, e non potranno comunque protrarsi a tempo indefinito. Urge pensare a come reperire altri fondi, necessari a rilanciare la ricerca, produrre modelli all’avanguardia di auto potenti e solide in linea con la grande tradizione americana (come Dodge e Jeep) e pubblicizzarle a dovere.
Maryann Keller, economista e da tempo direttrice di una delle maggiori compagnie di autonoleggio americane, concorda dalle pagine del Detroit News: non sarà l’accordo con Fiat a salvare Chrysler. La promessa di immettere auto più piccole e dai consumi contenuti sul mercato statunitense non farà la differenza: gli americani hanno già provato in passato a percorrere la strada dei veicoli a consumo ridotto, ma restano da ultimo fedeli ai SUV, alle spaziose berline per famiglie ed alle grandi auto di lusso. Le piccole auto (oltretutto già disponibili sul mercato americano) seguiteranno a languire nei concessionari, a meno che il Congresso non intenda investire in una campagna che prospetti come inevitabile l’aumento delle tasse sul carburante nei prossimi anni -strategia che ora, con la recessione economica, appare piuttosto improbabile.
Così come non è mai accaduto che una determinata compagnia dell’industria automobilistica statunitense superasse le proprie difficoltà finanziarie vendendo modelli di un’altra marca, nemmeno quando in partnership con soci europei (esempi emblematici furono le perdite riportate dai modelli Mitsubishi, e più recentemente da Pontiac e dalla Volkswagen Routan), gli americani non credono che Fiat possa rappresentare una svolta. A meno che non vengano intrapresi nuovi progetti nell’ambito pubblicitario e del design -progetti che soffrirebbero comunque dei tagli nel settore ricerca e sviluppo che la compagnia ha apportato ai bilanci negli ultimi 10 anni- il futuro di quella che negli Stati Uniti viene percepita come una manovra di quasi-nazionalizzazione di uno dei suoi colossi automobilistici (per la massiccia presenza nell’accordo del sindacato United Auto Workers) resterà incerto. Aggiungendo allo scenario il tiepido giudizio dell’opinione pubblica, la speranza è che Fiat abbia adottato i necessari meccanismi di tutela nell’intraprendere questa esperienza, che potrebbe rivelarsi rischiosa anche per il mercato italiano.
