Una storia di sicurezza e diritti
di Alia K. Nardini
Il 9 gennaio Barack Obama ha annunciato le nomine ai vertici della squadra di intelligence che tutelerà la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nei prossimi anni. In tale occasione, i media e l’opinione pubblica hanno chiesto chiarimenti sul futuro delle prigioni speciali, tra cui quella presso la base navale statunitense a Guantánamo Bay, Cuba, in attività da quasi sette anni.
Negli USA la costituzione di luoghi di detenzione per presunti combattenti e militanti, catturati nella guerra contro il terrorismo in Afghanistan e in Iraq, è legittima secondo il Patriot Act approvato il 24 ottobre 2001 dall’Amministrazione Bush. Le prigioni speciali si propongono di operare da punizione e deterrente per gli atti di terrorismo perpetrati negli Stati Uniti e nel mondo, interrogando e trattenendo i sospettati di azioni, legami o assistenza verso organizzazioni che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale statunitense.
Le tecniche talvolta brutali con le quali vengono condotti gli interrogatori, le difficoltà per i sospetti ad ottenere un rapido ed equo processo che rispetti il principio di presunta innocenza, e le condizioni di isolamento estremamente rigide in cui vengono tenuti i prigionieri hanno suscitato lo sdegno da parte di vari gruppi internazionali per la difesa dei diritti umani e di numerosi personaggi appartenenti al mondo della politica, della stampa e dello spettacolo; ciò nonostante molti negli USA difendono ancora oggi tali iniziative, sostenendone la legittimità su basi utilitaristiche: si dichiara dunque lecita la sospensione dell’habeas corpus da parte delle autorità militari statunitensi -anche senza necessariamente disporre di prove certe- date le circostanze eccezionali della guerra al terrorismo, per prevenire piuttosto che rischiare di subire una strage terroristica con milioni di vittime.
Barack Obama ha specificato come nel suo mandato intenda abolire le torture, chiudere la prigione di Guantánamo e modificare gli attuali canoni che regolano interrogatorio e detenzione dei sospetti di terrorismo, per allinearli ai dettami della Convenzione di Ginevra. La volontà del futuro presidente di coniugare l’interesse nazionale statunitense con i diritti umani individuali e i trattati multilaterali che li tutelano rappresenta una svolta notevole nella politica estera statunitense. Obama sancisce da un lato l’imprescindibile legame tra politica e forme efficaci di intelligence che utilizzano strategie all’avanguardia e tecniche non convenzionali; d’altro canto, si dimostra disposto a seguire la linea già proposta da John McCain, il quale afferma che la lotta al terrorismo deve portare all’elaborazione di una "nuova comprensione internazionale" in grado di creare disposizioni per gestire detenuti presumibilmente pericolosi, che tuttavia non comprometta la difesa dei diritti inalienabili sui quali l’America è fondata.
Il 9 gennaio Barack Obama ha annunciato le nomine ai vertici della squadra di intelligence che tutelerà la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nei prossimi anni. In tale occasione, i media e l’opinione pubblica hanno chiesto chiarimenti sul futuro delle prigioni speciali, tra cui quella presso la base navale statunitense a Guantánamo Bay, Cuba, in attività da quasi sette anni.
Negli USA la costituzione di luoghi di detenzione per presunti combattenti e militanti, catturati nella guerra contro il terrorismo in Afghanistan e in Iraq, è legittima secondo il Patriot Act approvato il 24 ottobre 2001 dall’Amministrazione Bush. Le prigioni speciali si propongono di operare da punizione e deterrente per gli atti di terrorismo perpetrati negli Stati Uniti e nel mondo, interrogando e trattenendo i sospettati di azioni, legami o assistenza verso organizzazioni che mettono a repentaglio la sicurezza nazionale statunitense.
Le tecniche talvolta brutali con le quali vengono condotti gli interrogatori, le difficoltà per i sospetti ad ottenere un rapido ed equo processo che rispetti il principio di presunta innocenza, e le condizioni di isolamento estremamente rigide in cui vengono tenuti i prigionieri hanno suscitato lo sdegno da parte di vari gruppi internazionali per la difesa dei diritti umani e di numerosi personaggi appartenenti al mondo della politica, della stampa e dello spettacolo; ciò nonostante molti negli USA difendono ancora oggi tali iniziative, sostenendone la legittimità su basi utilitaristiche: si dichiara dunque lecita la sospensione dell’habeas corpus da parte delle autorità militari statunitensi -anche senza necessariamente disporre di prove certe- date le circostanze eccezionali della guerra al terrorismo, per prevenire piuttosto che rischiare di subire una strage terroristica con milioni di vittime.
Barack Obama ha specificato come nel suo mandato intenda abolire le torture, chiudere la prigione di Guantánamo e modificare gli attuali canoni che regolano interrogatorio e detenzione dei sospetti di terrorismo, per allinearli ai dettami della Convenzione di Ginevra. La volontà del futuro presidente di coniugare l’interesse nazionale statunitense con i diritti umani individuali e i trattati multilaterali che li tutelano rappresenta una svolta notevole nella politica estera statunitense. Obama sancisce da un lato l’imprescindibile legame tra politica e forme efficaci di intelligence che utilizzano strategie all’avanguardia e tecniche non convenzionali; d’altro canto, si dimostra disposto a seguire la linea già proposta da John McCain, il quale afferma che la lotta al terrorismo deve portare all’elaborazione di una "nuova comprensione internazionale" in grado di creare disposizioni per gestire detenuti presumibilmente pericolosi, che tuttavia non comprometta la difesa dei diritti inalienabili sui quali l’America è fondata.
