Il Papa si oppone a soluzioni totalitar-hobbesiane e al paternalismo statolatrico

Perché c’è l’humus dell’economia sociale di mercato.

di Flavio Felice su Il Foglio

Il Messaggio per la giornata mondale della pace del 2009 di Benedetto XVI cade in un momento di grande fervore per la Dottrina sociale della Chiesa. Dai documenti magisteriali la DSC emerge come prassi sociale relazionale: un agire con gli altri e per gli altri. Sullo sfondo c’è la consapevolezza che le ragioni delle persone siano sovraordinate alle ragioni delle strutture sociali: Stati, imprese, classi, partiti. Il cuore della DSC è racchiuso tutto in questa rivendicazione del primato della persona; un personalismo che diventa strumento metodologico conoscitivo, ma anche strumento volto alla prassi sociale per contribuire a rendere più umano il mondo in cui viviamo.

In molti hanno colto nel Messaggio di Benedetto XVI gli spunti di un’imminente enciclica sociale. In tal senso, egli non si discosta dai cardini “classici” del magistero sociale dei suoi predecessori: il principio di solidarietà e quello di sussidiarietà. In particolare, è stato merito di Giovanni Paolo II aver mostrato la complementarietà di questi due principi, concepibili e comprensibili solo alla luce l’uno dell’altro.

Oggi il Messaggio di Benedetto XVI riprende e riattualizza questa eredità “personalista-relazionale”, incontrando il principio di solidarietà sul terreno liberale del principio di sussidiarietà. E lo fa opponendosi a quella soluzione “totalitaria-hobbesiana”, in cui il tema della solidarietà veniva invece ricondotto nell’ambito del “paternalismo di Stato”. Piuttosto, il plauso deve andare a quelle attività poste in essere da persone libere e responsabili che danno vita ad organizzazioni sociali per rispondere alle domande provenienti dalla società civile. Di questo si sostanzia una pratica della “giustizia sociale” cristianamente intesa – forma e prassi che superino la pur acuta critica di Hayek alla “giustizia sociale” come arcaico richiamo alla “società servile” generata dallo Stato paternalista, che impedisce agli uomini di emanciparsi per organizzare liberamente la propria vita sociale.

Ancora, Benedetto XVI specifica che l’illusione di politiche redistributive deve lasciare il campo ad una coerente comprensione della natura e delle cause della ricchezza economica. È stato Giovanni Paolo II a mostrare, sotto il profilo morale e teologico, l’inconsistenza dell’interpretazione marxiana. Così come è stato ancora Papa Wojtyla ad evidenziare gli elementi distorcenti, sia sul fronte economico sia sul fronte spirituale, di una male intesa idea di welfare state, paternalisticamente inteso, offrendo spunti interessanti all’elaborazione della cosiddetta “welfare society”.

Continuando su questo percorso, Benedetto XVI oggi ci addita opportunamente il problema della giusta articolazione tra gli operatori politici, economici e culturali, da risolversi alla luce di una retta comprensione del significato di espressioni quali “ordine” e “ordinamento”; in definitiva, al loro essere una variabile per la definizione di un dato mercato, nella consapevolezza che il motore dello sviluppo sia un habitat civile (capitale sociale) adeguato ad accogliere l’innesto del capitale umano.

È, questa, una visione che rifiuta ogni ideologismo della sterile disputa tra Stato o mercato. Il mercato è il sistema di relazioni mediante le quali uomini imperfetti ma perfettibili cercano di soddisfare le proprie aspettative, tentando di rispondere alle aspettative altrui; e lo Stato non è una realtà sui generis, una ipostatizzazione vivente alla quale inchinarsi e a cui sacrificare il bene personale. La visione della DSC di Benedetto XVI in tema di rapporto tra Stato e mercato risulta essere così molto simile alla tradizionale teoria dell’economia sociale di mercato, di matrice “ordoliberale”. Essa chiede allo Stato – l’administration – di far rispettare le regole del gioco; di promuovere la formazione di associazioni; di intervenire, conformemente al mercato, in maniera sussidiaria e temporanea, per rispondere alla domanda di assistenza proveniente dalla società civile, quando gli organismi che sono più prossimi al bisogno abbiano fallito, ovvero non siano più nelle condizioni di porgere il proprio aiuto.