I due paradossi della politica italiana

di Antonio Campati

La politica italiana è caratterizzata al suo interno da due (grandi) paradossi. Il primo. Si continua a ripetere che le appartenenze non sono più stabili come potevano essere venti o trent’anni fa, ma allo stesso tempo ci si affanna a avvolgere di identità «forti» partiti «nuovi» capaci di attrarre, proprio per le identità, il numero più grande di cittadini attorno ad essi. Il secondo paradosso, invece, riguarda nello specifico proprio le identità. Forse perché privi di quella cultura politica creatrice che dovrebbe produrle, con sempre maggiore disinvoltura, ci si affretta a pescare nella storia passata spezzoni di idee (inconciliabili qualche decennio fa e probabilmente ancora oggi) per creare una combinazione indistinta da adattare alle contingenze attuali, trasformando le idee politiche in calamite utili solamente alla ricerca di un (certamente non stabile) consenso.

Un partito politico è tale perché propone una piattaforma di valori, idee e progetti che si pone, in maniera più o meno marcata, in alternativa ad altre presenti nell’arena politica. Ebbene, vittime, forse inconsapevoli, di una nuova teoria di fine secolo che sosteneva (e sostiene) la «leggerezza» dei partiti sia nella struttura organizzativa sia nel bagaglio culturale e valoriale, si è creduto, troppo frettolosamente, che la strada migliore fosse quella di abbandonare strutture e idee «pesanti» per lasciare spazio al mercato delle idee dove il più astuto acquista quella più buona al prezzo più conveniente. Questo modo di procedere è andato bene (e probabilmente lo sarà anche in futuro) per le occasioni nelle quali non è stato necessario un progetto chiaro, vincolante, diverso da altri. Ma in una situazione opposta, la struttura fragile dimostra tutta la sua debolezza.

È evidente che qui non si vuole esaltare la prospettiva di formazioni politiche talmente rigide nel loro apparato e nella loro costruzione ideale da richiedere un’appartenenza strettamente vincolante come è avvenuto in alcuni periodi durante la cosiddetta Prima Repubblica. Ma certamente si vuole porre l’accento sulla stringente necessità di poter contare su partiti politici dai chiari riferimenti valoriali. Si badi, l’invito non è rivolto solo ad una delle «parti» politiche esistenti; è rivolto a tutti, certamente più ad alcuni (coloro che ritengono di costruire partiti-blocchi che inevitabilmente contengono differenze) che ad altri (coloro che, pur partendo da una base di consenso evidentemente minore, hanno, però, come collante un preciso e non equivoco riferimento valoriale). Il ragionamento può apparire peregrino, ma non lo è, soprattutto per un aspetto fondamentale per il futuro della classe politica italiana. Davanti a partiti con confini valoriali non ben definiti, i potenziali aderenti si trovano in difficoltà quando devono scegliere, ma non per una loro incertezza nella preferenza, bensì per una confusione dei partiti che, nonostante tutto, pena la loro scomparsa, chiedono l’adesione. Quindi la non-scelta si traduce in un progressivo allontanamento dalla politica che, in una delle peggiori delle ipotesi, si trasforma in astensione dal voto. E quindi il cittadino si adatta al solito e retorico ritornello: se sono tutti uguali, perché dargli ancora fiducia?

E veniamo quindi al secondo paradosso. Proprio questa indeterminatezza dei partiti politici, conduce non solo nel deserto delle incertezze l’elettore, ma manifesta tutta la sua debolezza quando i partiti devono proporre le politiche necessarie per governare. Probabilmente, qualche anno fa, a questa constatazione si sarebbe potuto rispondere scrivendo che la presenza di una leadership forte avrebbe risolto il problema. Abbiamo potuto constatare che non è sempre così. Soprattutto se ci si concentra a formare partiti ad includendum, dove la posizione «radicale» è costretta a convivere con la sua opposta «moderata», le diversità, talmente nette, non riusciranno a partorire soluzioni politiche chiare e incisive. È certo che solo a valori dichiarati è possibile intavolare un programma chiaro capace di giustificare anche le scelte future. Proprio per questa ragione, se sono richieste idee diverse e figlie dell’attualità, ma con necessaria visione del futuro, queste non possono essere rintracciate nel passato, casomai amalgamando tradizioni differenti e distanti. Il passato ci fornisce la base naturale per cogliere l’evoluzione del pensiero politico, ma non rappresenta la soluzione dei mali presenti.

L’ «eterna transizione» della politica italiana si sta avviando verso la conclusione? Non si può ancora rispondere con certezza a questa domanda. La risposta sarà positiva solamente se, in fretta, si riusciranno a dipanare, oltre ai problemi strettamente istituzionali, anche le incertezze di un quadro politico che dovrà sicuramente rimanere in costante evoluzione, ma che, inevitabilmente, dovrà assumere contorni più chiari.