Il dittatore che sale in cattedra
di Alia K. Nardini
Stupore e meraviglia: questa la reazione con cui il Dipartimento di Stato americano ha appreso i particolari della recente visita di Muhammar Gheddafi a Roma. Le perplessità degli Stati Uniti sono peraltro totalmente condivisibili, se si considerano le provocazioni rivolte dal leader della Libia al mondo occidentale in occasione del suo ultimo viaggio in Italia.
Con uno sguardo al colloquio tra Silvio Berlusconi e Barack Obama, in agenda per il 15 giugno a Washington, la reazione ufficiale della Casa Bianca alle dichiarazioni di Gheddafi è stata un diplomatico no comment; lo sgomento di Foggy Bottom è tuttavia divenuto palese non appena le trascrizioni ufficiali delle dichiarazioni sono giunte a Washington. È poco rilevante la pur lodevole presa di posizione del Ministro degli Esteri Frattini, che ha provveduto a dissociarsi dalle affermazioni del leader di Tripoli che equiparano la condotta internazionale degli Stati Uniti a quella di Osama Bin Laden, che auspicano la riforma del sistema politico occidentale sul modello dell’autarchia libica, e che più generalmente offendono il cammino intrapreso dall’Italia negli ultimi secoli verso modelli politici, economici e sociali più liberi attraverso accuse di ignoranza e manipolazione delle fonti storiche.
Ciò che maggiormente sconcerta l’America è in realtà l’imbarazzante accondiscendenza diplomatica nel quale l’intera vicenda si è svolta. Qualche flebile protesta non compensa certo la mancanza di un contraddittorio reale ed aperto da parte delle istituzioni nei confronti di un dittatore che ha approfittato per dare lezioni di democrazia all’Occidente da un palcoscenico fin troppo generosamente concesso -lo stesso, per inciso, che nel caso specifico dell’Università La Sapienza era stato negato persino al Papa.
Con l’elezione di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, molto si è scritto riguardo all’abbandono della linea intransigentista di George W. Bush in politica estera, accusata in passato di dividere il mondo in amici e nemici, e tacciata di eccessiva durezza nel rapportarsi ai rivali di regimi illiberali ed antidemocratici.
Ciò nonostante, per quanto moderato, neppure Obama ha mancato di sottolineare come il desiderio dell’Italia di conquistare maggior peso politico all’interno dello scenario internazionale non può prescindere dai valori sui quali si fonda il suo legame di appartenenza all’Occidente, che nessun interesse di tipo economico potrà mai offuscare.
Pur restando l’impegno del governo italiano a riaffermarsi come mediatore privilegiato nei rapporti tra l’Occidente ed i suoi antagonisti, la risposta degli Stati Uniti alla visita di Muhammar Gheddafi in Italia ricorda che in alcune circostanze è necessario prendere posizioni decise. Per questo Washington ha espresso disappunto, ma ancor più incomprensione, verso quello che dovrebbe rappresentare uno dei suoi più solidi alleati. Un’incomprensione che è nostro preciso dovere andare a rettificare al più presto.
Stupore e meraviglia: questa la reazione con cui il Dipartimento di Stato americano ha appreso i particolari della recente visita di Muhammar Gheddafi a Roma. Le perplessità degli Stati Uniti sono peraltro totalmente condivisibili, se si considerano le provocazioni rivolte dal leader della Libia al mondo occidentale in occasione del suo ultimo viaggio in Italia.
Con uno sguardo al colloquio tra Silvio Berlusconi e Barack Obama, in agenda per il 15 giugno a Washington, la reazione ufficiale della Casa Bianca alle dichiarazioni di Gheddafi è stata un diplomatico no comment; lo sgomento di Foggy Bottom è tuttavia divenuto palese non appena le trascrizioni ufficiali delle dichiarazioni sono giunte a Washington. È poco rilevante la pur lodevole presa di posizione del Ministro degli Esteri Frattini, che ha provveduto a dissociarsi dalle affermazioni del leader di Tripoli che equiparano la condotta internazionale degli Stati Uniti a quella di Osama Bin Laden, che auspicano la riforma del sistema politico occidentale sul modello dell’autarchia libica, e che più generalmente offendono il cammino intrapreso dall’Italia negli ultimi secoli verso modelli politici, economici e sociali più liberi attraverso accuse di ignoranza e manipolazione delle fonti storiche.
Ciò che maggiormente sconcerta l’America è in realtà l’imbarazzante accondiscendenza diplomatica nel quale l’intera vicenda si è svolta. Qualche flebile protesta non compensa certo la mancanza di un contraddittorio reale ed aperto da parte delle istituzioni nei confronti di un dittatore che ha approfittato per dare lezioni di democrazia all’Occidente da un palcoscenico fin troppo generosamente concesso -lo stesso, per inciso, che nel caso specifico dell’Università La Sapienza era stato negato persino al Papa.
Con l’elezione di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, molto si è scritto riguardo all’abbandono della linea intransigentista di George W. Bush in politica estera, accusata in passato di dividere il mondo in amici e nemici, e tacciata di eccessiva durezza nel rapportarsi ai rivali di regimi illiberali ed antidemocratici.
Ciò nonostante, per quanto moderato, neppure Obama ha mancato di sottolineare come il desiderio dell’Italia di conquistare maggior peso politico all’interno dello scenario internazionale non può prescindere dai valori sui quali si fonda il suo legame di appartenenza all’Occidente, che nessun interesse di tipo economico potrà mai offuscare.
Pur restando l’impegno del governo italiano a riaffermarsi come mediatore privilegiato nei rapporti tra l’Occidente ed i suoi antagonisti, la risposta degli Stati Uniti alla visita di Muhammar Gheddafi in Italia ricorda che in alcune circostanze è necessario prendere posizioni decise. Per questo Washington ha espresso disappunto, ma ancor più incomprensione, verso quello che dovrebbe rappresentare uno dei suoi più solidi alleati. Un’incomprensione che è nostro preciso dovere andare a rettificare al più presto.
