Il discorso di Obama al Cairo
di Alia K. Nardini
Nei primi sei mesi di governo di Barack Obama, “apertura” è sicuramente il termine al quale più spesso si è ricorso per descrivere la politica estera del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti. Il vocabolo in sé resta tuttavia un mero simulacro, che la stampa all’occorrenza si è affretta a riempire di contenuti variegati. Secondo molti, Obama avrebbe sinora abbracciato una linea di distensione (il ritiro dall’Iraq, l’impegno a risolvere la questione palestinese, la volontà di chiudere la prigione speciale di Guantànamo, la disponibilità ad un dialogo con l’Iran) che avrebbe radicalmente invertito la rotta tracciata dall’America nell’era Bush nell’ambito delle relazioni internazionali. Secondo altri, Obama ha usato piuttosto le proprie prodigiose capacità oratorie per promettere ogni cosa ed il suo contrario, alimentando speranze di molti, ma portando all’elettorato statunitense ancora pochi risultati concreti.
In realtà, andando oltre i proclami degli entusiasti e degli scettici ed osservando meglio quelli che nel concreto sono stati i passi effettivamente mossi dall’Amministrazione Obama negli scorsi mesi, la grande stella del Presidente sembra più che altro brillare di una luce nuova per quanto riguarda lo stile, piuttosto che i contenuti, della politica estera statunitense. In tal senso, le “aperture” di Barack Obama in ambito internazionale sembrano ancor più riconfermarsi come -seppur lodevoli- buone intenzioni, piuttosto che svolte radicali nell’azione politica americana.
In tale contesto si inserisce il discorso di Barack Obama tenutosi all’Università del Cairo lo scorso 5 giugno 2009; ancor più del Discorso Inaugurale con cui ebbe ufficialmente inizio il suo mandato, il discorso del Cairo rappresenta il fulcro di quella che sarebbe corretto definire la Dottrina Obama. Si tratta della ferma volontà del Presidente di promuovere il dialogo, la distensione -in altri termini, l’“apertura”, per ricorrere ad un termine alquanto appropriato- degli USA nei confronti di realtà talvolta molto diverse da quella statunitense, in totale controtendenza con l’era di Gorge W. Bush, che invece privilegiava la collaborazione con gli alleati democratici appartenenti al mondo occidentale. Tramite l’indubbia capacità oratoria che lo ha da subito contraddistinto, Obama ha di fatto teso -e seguita a tendere- la mano ad alcuni dei nemici storici dell’America. Ciò nonostante, sarebbe errato attribuire ad una mano tesa all’avversario la volontà di piegarsi o soccombere ad esso.
Associando l’osservazione del cammino intrapreso in politica estera nei primi mesi dell’Amministrazione Obama ad una lettura attenta del discorso del Presidente all’Università del Cairo, si nota come le “aperture” di Obama verso la complessa realtà internazionale odierna dimostrino una volontà di intento che il Presidente è pronto a rivedere all’occorrenza: una disponibilità manifesta ad intraprendere alcune vie piuttosto che altre, eventualmente un calcolo politico che mira alla mediazione come mezzo (e non fine) per conquistare consenso politico. Dunque, non certo una determinazione inappellabile ad acconsentire ad ogni richiesta avanzata agli USA, bensì una tensione a guardare alla realtà in modo ottimista e benaugurale, contrariamente alle Amministrazioni Repubblicane precedenti che solevano rimarcare puntualmente le differenze tra l’America ed i regimi autoritari e illiberali nel mondo.
La Dottrina Obama si esplicita emblematicamente nella politica che gli USA hanno adottato in Iraq: se nel corso di tutta la campagna elettorale, dalle primarie sino allo scontro presidenziale, Barack Obama ha affermato di volere fermamente il ritiro delle truppe statunitensi, per lasciare Baghdad agli iracheni in segno di rispetto e riconoscimento della loro rinnovata capacità di gestire la propria autonomia politica e territoriale, in realtà il tanto sospirato ritorno in patria non sarà così rapido come molti si aspettavano. Le truppe americane sono ancora oggi in Iraq; il Presidente ha commissionato studi approfonditi prima di ordinare ogni ritiro di contingenti, e -come Obama ha inequivocabilmente ribadito al Cairo- non si prospetta un abbandono definitivo del fronte iracheno almeno fino al 2012. Questa, sarebbe opportuno ricordare, era la data che si prefiggeva anche il piano di controinsorgenza (surge) del Generale Petraeus, studiato da quegli stessi neoconservatori che influirono massicciamente sulla politica estera di Bush, e difeso strenuamente da John McCain nell’ultimo anno al Senato. Sarebbe perciò opportuno guardare alle continuità, non alle svolte, della politica estera americana in Iraq con la nuova Presidenza Obama.
Anche in merito alla prigione speciale di Guantànamo, dopo l’iniziale volontà del Presidente di abolire le torture, chiudere la prigione di Cuba e modificare gli attuali canoni che regolano interrogatorio e detenzione dei sospetti di terrorismo per allinearli ai dettami della Convenzione di Ginevra., è seguita una battuta d’arresto che vedrà posticipare a seguito di indagini più approfondite qualsiasi strategia riguardante la tanto auspicata nuova gestione in grado di creare disposizioni per gestire detenuti presumibilmente pericolosi. Le prigioni speciali in quanto istituzioni per il controllo dei sospetti di terrorismo restano difatti in attività, come testimonia la poco conosciuta -ma non per questo meno importante- prigione di Bagram, presso l’omonima base americana in Afghanistan.
Anche riguardo al tanto celebrato dialogo verso l’Iran, è opportuno sottolineare come il termine “apertura” vada rigorosamente usato per sottolineare la volontà del Presidente degli Stati Uniti di essere il primo a tendere la mano al rivale. “Apertura” non è di per sé necessariamente sinonimo di “debolezza”, se si ribadiscono i punti fermi dai quali la mediazione non può prescindere: ed Obama ha dimostrato di conoscere bene i cardini su cui ruota la tradizione statunitense. L’apertura verso l’Iran, ha dichiarato il Presidente al Cairo, non ritratta la condanna al terrorismo; riafferma l’universalità dei diritti umani, tra tutti l’uguaglianza tra uomo e donna, sostenendone l’applicabilità in ogni luogo e cultura; e ribadisce le inalienabili libertà dell’individuo. I toni conciliatori di Obama verso l’Islam sono, per l’appunto, “toni”: in realtà la Dottrina Obama è tutt’altro che disponibile a rinegoziare i principi sui quali l’Occidente è fondato -libertà, uguaglianza, democrazia, pace, prosperità. Il Presidente si dichiara pronto al dialogo, sebbene nel concreto non intenda abbandonare -proprio come affermava il suo predecessore George W. Bush- l’idea secondo la quale l’America debba ergersi a guida morale per tutto il mondo.
Nei rapporti con la Russia, ancora una volta la Dottrina Obama differisce più nei modi che nei contenuti da quanto sperimentato nell’era Bush. La volontà di aprire un dialogo proficuo con Mosca per un fronte unico nella guerra al terrorismo, ed a vantaggio di comuni interessi economici, non prevede certo che gli Stati Uniti rinuncino alla ricerca, né che abbandonino i progetti già in corso (in particolar modo in ambito spaziale e della difesa) che il paese reputa fondamentali per la tutela della propria sicurezza. A tale riguardo, va rilevato come l’impegno di Obama verso il disarmo nucleare sia totalmente conciliabile con l’approntamento del cosiddetto Terzo Sito (la stazione radar nella Repubblica Ceca e il silos di lancio per 10 missili intercettori in Polonia) previsto in completamento nel 2012. Il progetto, noto anche come scudo europeo, rientra infatti tra le capacità difensive, non offensive, degli Stati Uniti; ed in quanto tale, Obama non intende rinunciarvi. Il Presidente americano ha difatti ribadito che la Russia dovrà accettare che un cammino comune all’insegna della collaborazione e della pacifica convivenza non può prescindere dalla fiducia reciproca, e dunque dalla libertà degli USA di intraprendere iniziative vantaggiose per la sicurezza del proprio paese e dell’Europa alle quali Mosca è stata comunque sin dall’inizio invitata a partecipare.
L’unico reale mutamento di tendenza rispetto alle precedenti Amministrazioni Repubblicane si rileva nei confronti di Israele. Sebbene Obama al Cairo abbia ancora una volta ribadito l’innegabilità dell’olocausto e l’inviolabile diritto di Israele ad esistere, il Presidente non si è dichiarato disposto a riconoscere la legittimità degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori occupati, ha auspicato un maggiore rispetto dell’autonomia politica dei palestinesi da parte israeliana, ed ha riproposto la necessità di una soluzione a due Stati per il conflitto tra i due paesi. Seppur Obama non sembri nel concreto aver sottoscritto progetti che penalizzino esageratamente Israele a scapito delle altre realtà del mondo arabo, è comunque opportuno ricordare che le divergenze di vedute tra il Presidente ed il premier Netanyahu sono più marcate oggi rispetto all’era Bush. Ciò nondimeno, il fatto è da attribuire primariamente alla maggiore influenza della destra intransigentista sul governo israeliano, ed è corretto ipotizzare che le discordanze sarebbero alquanto ridotte se l’interlocutore dell’America fosse Kadima, piuttosto che il Likud.
Nel complesso, il discorso di Barack Obama al Cairo ha evidenziato un cambiamento importante nell’approccio degli Stati Uniti alla politica internazionale. La Dottrina Obama sarà la dottrina del dialogo, della mano tesa, di quell’“apertura” che dove possibile cercherà di privilegiare gli aspetti comuni dei rapporti internazionali. Questo non implica certo una disponibilità a negoziare sui principi fondamentali dell’Occidente. Tuttavia è evidente che in tutto il discorso Obama non accenna in alcun caso a come l’America intenderà gestire quegli scenari in cui al dialogo ed alla conciliazione si opporranno posizioni intransigentiste che propugnano valori opposti a quelli dell’America. Sotto questo aspetto, la Dottrina Obama è carente e dovrà fornire ancora molte risposte.
Nei primi sei mesi di governo di Barack Obama, “apertura” è sicuramente il termine al quale più spesso si è ricorso per descrivere la politica estera del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti. Il vocabolo in sé resta tuttavia un mero simulacro, che la stampa all’occorrenza si è affretta a riempire di contenuti variegati. Secondo molti, Obama avrebbe sinora abbracciato una linea di distensione (il ritiro dall’Iraq, l’impegno a risolvere la questione palestinese, la volontà di chiudere la prigione speciale di Guantànamo, la disponibilità ad un dialogo con l’Iran) che avrebbe radicalmente invertito la rotta tracciata dall’America nell’era Bush nell’ambito delle relazioni internazionali. Secondo altri, Obama ha usato piuttosto le proprie prodigiose capacità oratorie per promettere ogni cosa ed il suo contrario, alimentando speranze di molti, ma portando all’elettorato statunitense ancora pochi risultati concreti.
In realtà, andando oltre i proclami degli entusiasti e degli scettici ed osservando meglio quelli che nel concreto sono stati i passi effettivamente mossi dall’Amministrazione Obama negli scorsi mesi, la grande stella del Presidente sembra più che altro brillare di una luce nuova per quanto riguarda lo stile, piuttosto che i contenuti, della politica estera statunitense. In tal senso, le “aperture” di Barack Obama in ambito internazionale sembrano ancor più riconfermarsi come -seppur lodevoli- buone intenzioni, piuttosto che svolte radicali nell’azione politica americana.
In tale contesto si inserisce il discorso di Barack Obama tenutosi all’Università del Cairo lo scorso 5 giugno 2009; ancor più del Discorso Inaugurale con cui ebbe ufficialmente inizio il suo mandato, il discorso del Cairo rappresenta il fulcro di quella che sarebbe corretto definire la Dottrina Obama. Si tratta della ferma volontà del Presidente di promuovere il dialogo, la distensione -in altri termini, l’“apertura”, per ricorrere ad un termine alquanto appropriato- degli USA nei confronti di realtà talvolta molto diverse da quella statunitense, in totale controtendenza con l’era di Gorge W. Bush, che invece privilegiava la collaborazione con gli alleati democratici appartenenti al mondo occidentale. Tramite l’indubbia capacità oratoria che lo ha da subito contraddistinto, Obama ha di fatto teso -e seguita a tendere- la mano ad alcuni dei nemici storici dell’America. Ciò nonostante, sarebbe errato attribuire ad una mano tesa all’avversario la volontà di piegarsi o soccombere ad esso.
Associando l’osservazione del cammino intrapreso in politica estera nei primi mesi dell’Amministrazione Obama ad una lettura attenta del discorso del Presidente all’Università del Cairo, si nota come le “aperture” di Obama verso la complessa realtà internazionale odierna dimostrino una volontà di intento che il Presidente è pronto a rivedere all’occorrenza: una disponibilità manifesta ad intraprendere alcune vie piuttosto che altre, eventualmente un calcolo politico che mira alla mediazione come mezzo (e non fine) per conquistare consenso politico. Dunque, non certo una determinazione inappellabile ad acconsentire ad ogni richiesta avanzata agli USA, bensì una tensione a guardare alla realtà in modo ottimista e benaugurale, contrariamente alle Amministrazioni Repubblicane precedenti che solevano rimarcare puntualmente le differenze tra l’America ed i regimi autoritari e illiberali nel mondo.
La Dottrina Obama si esplicita emblematicamente nella politica che gli USA hanno adottato in Iraq: se nel corso di tutta la campagna elettorale, dalle primarie sino allo scontro presidenziale, Barack Obama ha affermato di volere fermamente il ritiro delle truppe statunitensi, per lasciare Baghdad agli iracheni in segno di rispetto e riconoscimento della loro rinnovata capacità di gestire la propria autonomia politica e territoriale, in realtà il tanto sospirato ritorno in patria non sarà così rapido come molti si aspettavano. Le truppe americane sono ancora oggi in Iraq; il Presidente ha commissionato studi approfonditi prima di ordinare ogni ritiro di contingenti, e -come Obama ha inequivocabilmente ribadito al Cairo- non si prospetta un abbandono definitivo del fronte iracheno almeno fino al 2012. Questa, sarebbe opportuno ricordare, era la data che si prefiggeva anche il piano di controinsorgenza (surge) del Generale Petraeus, studiato da quegli stessi neoconservatori che influirono massicciamente sulla politica estera di Bush, e difeso strenuamente da John McCain nell’ultimo anno al Senato. Sarebbe perciò opportuno guardare alle continuità, non alle svolte, della politica estera americana in Iraq con la nuova Presidenza Obama.
Anche in merito alla prigione speciale di Guantànamo, dopo l’iniziale volontà del Presidente di abolire le torture, chiudere la prigione di Cuba e modificare gli attuali canoni che regolano interrogatorio e detenzione dei sospetti di terrorismo per allinearli ai dettami della Convenzione di Ginevra., è seguita una battuta d’arresto che vedrà posticipare a seguito di indagini più approfondite qualsiasi strategia riguardante la tanto auspicata nuova gestione in grado di creare disposizioni per gestire detenuti presumibilmente pericolosi. Le prigioni speciali in quanto istituzioni per il controllo dei sospetti di terrorismo restano difatti in attività, come testimonia la poco conosciuta -ma non per questo meno importante- prigione di Bagram, presso l’omonima base americana in Afghanistan.
Anche riguardo al tanto celebrato dialogo verso l’Iran, è opportuno sottolineare come il termine “apertura” vada rigorosamente usato per sottolineare la volontà del Presidente degli Stati Uniti di essere il primo a tendere la mano al rivale. “Apertura” non è di per sé necessariamente sinonimo di “debolezza”, se si ribadiscono i punti fermi dai quali la mediazione non può prescindere: ed Obama ha dimostrato di conoscere bene i cardini su cui ruota la tradizione statunitense. L’apertura verso l’Iran, ha dichiarato il Presidente al Cairo, non ritratta la condanna al terrorismo; riafferma l’universalità dei diritti umani, tra tutti l’uguaglianza tra uomo e donna, sostenendone l’applicabilità in ogni luogo e cultura; e ribadisce le inalienabili libertà dell’individuo. I toni conciliatori di Obama verso l’Islam sono, per l’appunto, “toni”: in realtà la Dottrina Obama è tutt’altro che disponibile a rinegoziare i principi sui quali l’Occidente è fondato -libertà, uguaglianza, democrazia, pace, prosperità. Il Presidente si dichiara pronto al dialogo, sebbene nel concreto non intenda abbandonare -proprio come affermava il suo predecessore George W. Bush- l’idea secondo la quale l’America debba ergersi a guida morale per tutto il mondo.
Nei rapporti con la Russia, ancora una volta la Dottrina Obama differisce più nei modi che nei contenuti da quanto sperimentato nell’era Bush. La volontà di aprire un dialogo proficuo con Mosca per un fronte unico nella guerra al terrorismo, ed a vantaggio di comuni interessi economici, non prevede certo che gli Stati Uniti rinuncino alla ricerca, né che abbandonino i progetti già in corso (in particolar modo in ambito spaziale e della difesa) che il paese reputa fondamentali per la tutela della propria sicurezza. A tale riguardo, va rilevato come l’impegno di Obama verso il disarmo nucleare sia totalmente conciliabile con l’approntamento del cosiddetto Terzo Sito (la stazione radar nella Repubblica Ceca e il silos di lancio per 10 missili intercettori in Polonia) previsto in completamento nel 2012. Il progetto, noto anche come scudo europeo, rientra infatti tra le capacità difensive, non offensive, degli Stati Uniti; ed in quanto tale, Obama non intende rinunciarvi. Il Presidente americano ha difatti ribadito che la Russia dovrà accettare che un cammino comune all’insegna della collaborazione e della pacifica convivenza non può prescindere dalla fiducia reciproca, e dunque dalla libertà degli USA di intraprendere iniziative vantaggiose per la sicurezza del proprio paese e dell’Europa alle quali Mosca è stata comunque sin dall’inizio invitata a partecipare.
L’unico reale mutamento di tendenza rispetto alle precedenti Amministrazioni Repubblicane si rileva nei confronti di Israele. Sebbene Obama al Cairo abbia ancora una volta ribadito l’innegabilità dell’olocausto e l’inviolabile diritto di Israele ad esistere, il Presidente non si è dichiarato disposto a riconoscere la legittimità degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori occupati, ha auspicato un maggiore rispetto dell’autonomia politica dei palestinesi da parte israeliana, ed ha riproposto la necessità di una soluzione a due Stati per il conflitto tra i due paesi. Seppur Obama non sembri nel concreto aver sottoscritto progetti che penalizzino esageratamente Israele a scapito delle altre realtà del mondo arabo, è comunque opportuno ricordare che le divergenze di vedute tra il Presidente ed il premier Netanyahu sono più marcate oggi rispetto all’era Bush. Ciò nondimeno, il fatto è da attribuire primariamente alla maggiore influenza della destra intransigentista sul governo israeliano, ed è corretto ipotizzare che le discordanze sarebbero alquanto ridotte se l’interlocutore dell’America fosse Kadima, piuttosto che il Likud.
Nel complesso, il discorso di Barack Obama al Cairo ha evidenziato un cambiamento importante nell’approccio degli Stati Uniti alla politica internazionale. La Dottrina Obama sarà la dottrina del dialogo, della mano tesa, di quell’“apertura” che dove possibile cercherà di privilegiare gli aspetti comuni dei rapporti internazionali. Questo non implica certo una disponibilità a negoziare sui principi fondamentali dell’Occidente. Tuttavia è evidente che in tutto il discorso Obama non accenna in alcun caso a come l’America intenderà gestire quegli scenari in cui al dialogo ed alla conciliazione si opporranno posizioni intransigentiste che propugnano valori opposti a quelli dell’America. Sotto questo aspetto, la Dottrina Obama è carente e dovrà fornire ancora molte risposte.
