Ci vorrebbe del buon vecchio capitalismo!

di Sergio Morisoli

La crisi non demorde. Situazione. I rimedi presi a livello globale negli ultimi sedici mesi sono enormi e soprattutto stanno facendo saltare tutti i dogmi delle scuole di pensiero economico che entrarono in azione nelle crisi del XX secolo. In pochi mesi si sono prese e mescolate misure assolutamente di ogni specie (una volta erano definite inconciliabili): quelle di carattere monetaristico (intervento delle banche centrali sul costo del danaro e sulla massa monetaria), quelle keynesiane (deficit spending, investimenti pubblici e tagli fiscali), quelle socialiste (statizzazione delle banche, creazione di „bad bank“, intromissione diretta nel management), quelle protezionistiche (salvataggio statale delle proprie industrie, rottamazioni forzate, consumo interno a priori e garanzia della piena occupazione locale). Nonostante la cura da cavallo i risultati economici, a parte aver evitato per ora il collasso del sistema finanziario ( e non è poco), sono evanescenti. Costi. Purtroppo, invece, l’unico dato certo è la fattura che presto o tardi arriverà per queste imponenti miscelazioni di rimedi: l’inflazione, il cosiddetto „regalo del demonio“ come la definiva Wilhelm Röpke che tra l’altro affermava:“A differenza dei terremoti e dei cattivi raccolti, l’inflazione appartiene a quelle piaghe dell’umanità che non accadono senza l’intervento dell’uomo. Sono gli uomini a fare l’inflazione, sia pure soltanto omettendo di fare ciò che sarebbe opportuno.E’ però necessaria una precisazione: responsabili dell’inflazione non sono nè singoli nè determinati gruppi, bensì certe determinate persone, e cioè coloro i quali decidono, nella loro qualità di dirigenti della politica valutaria, della quantità di denaro immessa o sottratta alla circolazione“. Perimetri. La globalizzazione, con l’accelerazione della crisi, ha fatto saltare anche i confini ideologici delle teorie economiche così come le avevamo studiate e viste all’opera per oltre un secolo. E’ la prima volta che la crisi è davvero globale, una crisi in cui si sovrappongono in contemporanea tre tipi di crisi non necessariamente solo negative: congiunturale (recessione in occidente), strutturale (salto di qualità nella crescita nei paesi emergenti) e bolla speculativa (extraterritoriale). Eravamo abituati a vederle sequenzialmente in un sol punto del globo e mai in parallelo su più continenti. Non esistono manuali prescritti e non ci sono nemmeno dei dottor House a portata di mano. Chi dice di sapere cosa ci vuole mente: in verità siamo pionieri senza mappe. Fortunatamente, grazie alla globalizzazione, siamo tornati ad un mondo multipolare per ciò che riguarda la localizzazione della ricchezza e della crescita economica. Questo è un vantaggio: l’economia non imploderà su sè stessa solo perché l’occidente è in serie difficoltà. Questo attenua un po’ l’ansia. Capitalismo. Di fronte al caos dei ricettari economici e del super mercato delle soluzioni, bisognerebbe che i grandi decisori riacquistassero loro stessi alcuni punti fermi molto classici, quelle verità empiriche che non hanno nè tempo nè confini. Una di queste sarebbe la riscoperta del valore del sano e vecchio capitalismo, il cui motore è: il profitto, la leale concorrenza, il fallimento degli incapaci, il primato della proprietà privata. Quello che abbiamo visto negli ultimi anni non è profitto, ma arricchimento veloce ed esponenziale tramite scorciatoie finanziarie ( lecite e oggi sappiamo anche non lecite). Non era concorrenza leale: alcuni concorrenti erano dopati e le regole del gioco erano ondivaghe. Al mercato è stato impedito il suo corso naturale: concorrenti decotti e truffaldini non sono falliti perché salvati dallo Stato. Quanto alla proprietà privata ( fatta di decisione e responsabilità riunite) è sfumata, a scapito della „democratizzazione“ della borsa che ha condotto alla la frammentazione millesimale degli azionisti e favorito l’anominato assoluto delle imprese. Quindi era tutto, meno che capitalismo. Condizioni.Per il ritorno del capitalismo è innanzitutto da auspicare che i bilanci (espressione veramente patrimoniale e capitalistica) diventino di nuovo più importanti dei conti economici trimestrali; vale per banche, imprese, piccoli risparmiatori/investitori, non profit, comuni e parrocchie: tutti indistintamente attratti dalle rese a brevissimo termine anziché dall’aumento del capitale e della proprietà. Il capitalismo sarà pure un sistema che distribuisce iniquamente la ricchezza, ma il comunismo distribuisce certamente equamente la miseria (Winston Churchill). Umiltà. Un altro punto è quello di accettare la realtà economica per quello che è: un processo ciclico e continuo di distruzione creativa (Alois Schumpeter), che è meglio lasciar procedere con la propria naturale dinamica, incanalandone solo il corso anziché doparlo dall’esterno tramite lo Stato per aumentarne o rallentarne la velocità di crociera ( in finanza: battere l’indice). Stato.Un altro auspicio ancora, se rivogliamo il capitalismo, è che lo Stato non si metta a fare il „buon“ capitalista (economia di guerra o pianificata o di salvezza), rispettivamente non si chieda per legge all’impresa di essere una „buona“ agenzia sociale (promotrice di crescita sostenibile, ecologica, sociale). Neogenetica. Siccome le ricette economiche classiche non ingranano più nè singolarmente nè miscelate, a qualcuno viene la tentazione di agire direttamente sui „prodotti sottostanti“: Stato e impresa. Mescolando il loro DNA nel laboratorio politico come molti vorrebbero, avremmo dei prodotti strutturati peggiori di quelli tossici della finanza e vi sarebbero le premesse per il disastro certo. I loro, sono ruoli naturali non invertibili: produrre profitto e ricchezza spetta all’azienda, mentre creare condizioni generali affinché ne possa prourre molta per impiegarla al meglio spetta allo Stato. Aridità. Infine stiamo attenti che l’uso insistente di terapie brutali per curare un ramo malato e deviante del capitalismo non annienti per anni il suo habitat naturale: il libero mercato. Concretezza. Margaret Thatcher ebbe a dire che il buon samaritano, nella parabola bibblica, oltre che essere esemplarmente buono, ha potuto fare ciò che ha fatto perché era anche ricco (aveva proprietà, commerciava e traeva profitti). Speriamo che a chi ha potere, dopo averle provate tutte, venga ora in mente di prendere quelle misure per riottenere del buon vecchio capitalismo.