La vera battaglia culturale è quella per il capitalismo
di Arthur C. Brooks su The Wall Street Journal
In America siamo di fronte ad un grave scisma culturale: non si tratta dell’aborto, delle unioni omosessuali o della possibilità di istruire i propri figli tra le mura domestiche -per quanto non si voglia negare l’importanza di questi temi. La nuova frattura riguarda il principio fondante di libera impresa alla base della cultura americana.
Al di là dell’iniziale popolarità del Presidente Barack Obama, si iniziano a notare i prodromi di tale scisma nei cosiddetti “tea parties” che si stanno diffondendo nel paese. Durante questi momenti di protesta proletaria, centinaia di migliaia di ordinari cittadini americani si sono dati appuntamento per rendere pubblica la propria opposizione ai debiti del governo, ai poteri burocratici inaffidabili ed al sentire generale secondo il quale le autorità sono fin troppo disposte a sostenere chi si è reso complice di malcostumi aziendali e di frodi immobiliari.
Le statistiche confermano le preoccupazioni dei manifestanti. In una pubblicazione dal titolo ironico “Una nuova era di responsabilità”, l’ufficio bilanci del Presidente prospetta un deficit medio del 4,7%, nei cinque anni successivi al concludersi della recessione. L’Ufficio Bilanci del Congresso prevede nuovi debiti pari a 9,3 trilioni di dollari nella prossima decade.
E quali sono gli investimenti tali da giustificare un conto da pagare così pantagruelico per i nostri figli e nipoti? Secondo molti, si tratta di assurdità –dal intervento a favore di General Motors e dell’United Auto Workers, alla costruzione del campo da golf ecologicamente sostenibile “Frisbee” ad Austin, Texas. A causa degli aiuti alle aziende, della munificità della politica e di potenti interessi particolari, la percentuale di spesa governativa nel settore economico continuerà a crescere nei prossimi anni, così come le tasse.
Ciò nonostante, i “tea parties” non si basano su stantie minuziosità statistiche; hanno origine dal populismo etico. I manifestanti sono proprietari di immobili che pagano regolarmente il proprio mutuo, piccoli imprenditori che non approvano i finanziamenti concessi alle industrie, e banchieri che hanno mantenuto la calma durante la crisi e non hanno bisogno di essere salvati. Sono le persone che hanno fatto bene le cose importanti, e che ora vedono i politici da loro eletti ricompensare coloro che le cose le hanno fatte male.
I media, gli intellettuali e il governo tratteranno il populismo etico come un movimento marginale –forse persino come un pericoloso estremismo. Tuttavia, il libero mercato, il governo minimo e l’impresa sono ancora valori reali per la maggioranza. Nel marzo 2009, il Pew Research Center ha chiesto ai cittadini se credono ancora che sia meglio “un’economia di libero mercato, sebbene questo implichi severe oscillazioni di quando in quando”. Più del 70% si è dichiarato d’accordo, mentre solo il 20% non approvava.
L’idea di libera impresa ha il sostegno della maggioranza dei cittadini, per il momento. In un sondaggio Rasmussen condotto nel mese di aprile per valutare il miglior sistema tra capitalismo e socialismo, il 13% (rispetto al 40%) preferiva il socialismo. Per i giovani sotto i 30 anni, la percentuale saliva al 33%. I Repubblicani preferivano il capitalismo al socialismo 11 a 1, mentre i Democratici erano mediamente ripartiti tra i due sistemi.
Per anni il governo ha incentivato questa tendenza aumentando gradualmente il numero di esenzioni fiscali a livello federale. Lo scorso anno, il mio collega Adam Lerrick scriveva che negli Stati Uniti la percentuale di adulti che non era in grado di raggiungere un reddito sufficiente ad essere tassato sarebbe aumentata dal 40% al 49%, con il piano tasse di Obama. Un ulteriore 11% avrebbe versato meno del 5% del proprio reddito per le federal income taxes, in totale meno di mille dollari.
Per ridare modernità alla vecchia massima, un uomo che non è socialista a 20 anni non ha cuore; un uomo che è ancora socialista a 40 anni non ha cervello, o non paga le tasse. I social Democrats lavorano per costruire una società dove la maggioranza riceve al netto i benefici dell’“economia della condivisione”; combattono una battaglia culturale di dissenso con strumenti economici. I difensori del capitalismo rischiano di venire colti alla sprovvista con la loro argomentazione sempre più antiquata secondo la quale la libera impresa è un manuale per l’uso a disposizione di tutti. I progressisti stanno lavorando sodo per far sì che non sia così.
I sostenitori della libera impresa dovrebbero imparare dalle proteste populiste, ed elaborare una difesa morale per la libertà e per l’imprenditoria. Si deve dire apertamente che confiscare una percentuale di reddito maggiore dalle minoranze semplicemente perché il governo ha il potere di farlo è un problema morale –così come è un problema morale ridurre il margine di guadagno relativo al successo imprenditoriale, e spendere più di quanto si ha a disposizione senza tenere conto del futuro dei nostri figli.
Chi protegge l’impresa dovrà anche definire il concetto di “equità” in quanto tutela del merito e della libertà. Tale nozione è intuitivamente più congeniale agli americani di qualsiasi principio che preveda la redistribuzione forzata. Consideriamo ad esempio il giudizio dell’opinione pubblica sulla tassa di passaggio di proprietà, che solo pochi pagheranno mai (coloro che lasciano in eredità beni per milioni di dollari), ma che due terzi degli americani reputa “assolutamente ingiusta”, secondo un sondaggio Harris del 2009. Milioni di comuni cittadini sostengono sia ingiusto per il governo agire in modo “predatorio”, anche se le prede sono facoltose.
Al di là delle strategie politiche, i centri intellettuali come il mio hanno un ruolo costruttivo nella battaglia culturale che si prospetta all’orizzonte. Così come i politici offrono un futuro redistribuzionista ad una nazione spaventata, ed una nuova battaglia culturale ferve intorno a noi, è nostro dovere rispondere con alternative concrete e politiche rivolte alle imprese. Ad esempio, non è sufficiente sottolineare come un sistema sanitario nazionale renderebbe andare dal dottore divertente quanto una gita alla motorizzazione. Dobbiamo offrire specifiche riforme che guardano al mercato.
È un momento emozionante per i sostenitori della libertà e delle opportunità individuali. Gli ultimi anni hanno portato un malessere diffuso, dove i politici “conservatori” al potere non hanno fatto altro che blandire la libera impresa. Oggi, così come alla fine degli anni Settanta, abbiamo un’Amministrazione, un Congresso e un sistema accademico e mediatico complesso che operano alla luce del sole per modificare la cultura statunitense, secondo modalità che la maggior parte degli americani stessi non approverebbe. Così come nell’era Carter, queste avversità offrono dopo molto tempo la prima opportunità reale per un rinnovamento culturale.
In America siamo di fronte ad un grave scisma culturale: non si tratta dell’aborto, delle unioni omosessuali o della possibilità di istruire i propri figli tra le mura domestiche -per quanto non si voglia negare l’importanza di questi temi. La nuova frattura riguarda il principio fondante di libera impresa alla base della cultura americana.
Al di là dell’iniziale popolarità del Presidente Barack Obama, si iniziano a notare i prodromi di tale scisma nei cosiddetti “tea parties” che si stanno diffondendo nel paese. Durante questi momenti di protesta proletaria, centinaia di migliaia di ordinari cittadini americani si sono dati appuntamento per rendere pubblica la propria opposizione ai debiti del governo, ai poteri burocratici inaffidabili ed al sentire generale secondo il quale le autorità sono fin troppo disposte a sostenere chi si è reso complice di malcostumi aziendali e di frodi immobiliari.
Le statistiche confermano le preoccupazioni dei manifestanti. In una pubblicazione dal titolo ironico “Una nuova era di responsabilità”, l’ufficio bilanci del Presidente prospetta un deficit medio del 4,7%, nei cinque anni successivi al concludersi della recessione. L’Ufficio Bilanci del Congresso prevede nuovi debiti pari a 9,3 trilioni di dollari nella prossima decade.
E quali sono gli investimenti tali da giustificare un conto da pagare così pantagruelico per i nostri figli e nipoti? Secondo molti, si tratta di assurdità –dal intervento a favore di General Motors e dell’United Auto Workers, alla costruzione del campo da golf ecologicamente sostenibile “Frisbee” ad Austin, Texas. A causa degli aiuti alle aziende, della munificità della politica e di potenti interessi particolari, la percentuale di spesa governativa nel settore economico continuerà a crescere nei prossimi anni, così come le tasse.
Ciò nonostante, i “tea parties” non si basano su stantie minuziosità statistiche; hanno origine dal populismo etico. I manifestanti sono proprietari di immobili che pagano regolarmente il proprio mutuo, piccoli imprenditori che non approvano i finanziamenti concessi alle industrie, e banchieri che hanno mantenuto la calma durante la crisi e non hanno bisogno di essere salvati. Sono le persone che hanno fatto bene le cose importanti, e che ora vedono i politici da loro eletti ricompensare coloro che le cose le hanno fatte male.
I media, gli intellettuali e il governo tratteranno il populismo etico come un movimento marginale –forse persino come un pericoloso estremismo. Tuttavia, il libero mercato, il governo minimo e l’impresa sono ancora valori reali per la maggioranza. Nel marzo 2009, il Pew Research Center ha chiesto ai cittadini se credono ancora che sia meglio “un’economia di libero mercato, sebbene questo implichi severe oscillazioni di quando in quando”. Più del 70% si è dichiarato d’accordo, mentre solo il 20% non approvava.
L’idea di libera impresa ha il sostegno della maggioranza dei cittadini, per il momento. In un sondaggio Rasmussen condotto nel mese di aprile per valutare il miglior sistema tra capitalismo e socialismo, il 13% (rispetto al 40%) preferiva il socialismo. Per i giovani sotto i 30 anni, la percentuale saliva al 33%. I Repubblicani preferivano il capitalismo al socialismo 11 a 1, mentre i Democratici erano mediamente ripartiti tra i due sistemi.
Per anni il governo ha incentivato questa tendenza aumentando gradualmente il numero di esenzioni fiscali a livello federale. Lo scorso anno, il mio collega Adam Lerrick scriveva che negli Stati Uniti la percentuale di adulti che non era in grado di raggiungere un reddito sufficiente ad essere tassato sarebbe aumentata dal 40% al 49%, con il piano tasse di Obama. Un ulteriore 11% avrebbe versato meno del 5% del proprio reddito per le federal income taxes, in totale meno di mille dollari.
Per ridare modernità alla vecchia massima, un uomo che non è socialista a 20 anni non ha cuore; un uomo che è ancora socialista a 40 anni non ha cervello, o non paga le tasse. I social Democrats lavorano per costruire una società dove la maggioranza riceve al netto i benefici dell’“economia della condivisione”; combattono una battaglia culturale di dissenso con strumenti economici. I difensori del capitalismo rischiano di venire colti alla sprovvista con la loro argomentazione sempre più antiquata secondo la quale la libera impresa è un manuale per l’uso a disposizione di tutti. I progressisti stanno lavorando sodo per far sì che non sia così.
I sostenitori della libera impresa dovrebbero imparare dalle proteste populiste, ed elaborare una difesa morale per la libertà e per l’imprenditoria. Si deve dire apertamente che confiscare una percentuale di reddito maggiore dalle minoranze semplicemente perché il governo ha il potere di farlo è un problema morale –così come è un problema morale ridurre il margine di guadagno relativo al successo imprenditoriale, e spendere più di quanto si ha a disposizione senza tenere conto del futuro dei nostri figli.
Chi protegge l’impresa dovrà anche definire il concetto di “equità” in quanto tutela del merito e della libertà. Tale nozione è intuitivamente più congeniale agli americani di qualsiasi principio che preveda la redistribuzione forzata. Consideriamo ad esempio il giudizio dell’opinione pubblica sulla tassa di passaggio di proprietà, che solo pochi pagheranno mai (coloro che lasciano in eredità beni per milioni di dollari), ma che due terzi degli americani reputa “assolutamente ingiusta”, secondo un sondaggio Harris del 2009. Milioni di comuni cittadini sostengono sia ingiusto per il governo agire in modo “predatorio”, anche se le prede sono facoltose.
Al di là delle strategie politiche, i centri intellettuali come il mio hanno un ruolo costruttivo nella battaglia culturale che si prospetta all’orizzonte. Così come i politici offrono un futuro redistribuzionista ad una nazione spaventata, ed una nuova battaglia culturale ferve intorno a noi, è nostro dovere rispondere con alternative concrete e politiche rivolte alle imprese. Ad esempio, non è sufficiente sottolineare come un sistema sanitario nazionale renderebbe andare dal dottore divertente quanto una gita alla motorizzazione. Dobbiamo offrire specifiche riforme che guardano al mercato.
È un momento emozionante per i sostenitori della libertà e delle opportunità individuali. Gli ultimi anni hanno portato un malessere diffuso, dove i politici “conservatori” al potere non hanno fatto altro che blandire la libera impresa. Oggi, così come alla fine degli anni Settanta, abbiamo un’Amministrazione, un Congresso e un sistema accademico e mediatico complesso che operano alla luce del sole per modificare la cultura statunitense, secondo modalità che la maggior parte degli americani stessi non approverebbe. Così come nell’era Carter, queste avversità offrono dopo molto tempo la prima opportunità reale per un rinnovamento culturale.
