Aperture reali o presunte?/h2>
Considerazioni sulle dichiarazioni di Barack Obama sui rapporti con l’Iran
di Alia K. Nardini
Se i giornali e le televisioni italiane traboccano di notizie riguardanti l’“innovativa” e “decisa inversione di rotta” di Barack Obama nei confronti dell’Iran, in America si è dedicato ben poco spazio alle ultime dichiarazioni del Presidente, il quale in occasione del capodanno persiano ha invitato le massime autorità iraniane ad abbandonare la via della dittatura e dell’intransigentismo religioso, per intraprendere un cammino di democrazia e cooperazione con l’Occidente. Quello che in Italia è stato prontamente ribattezzato “un segnale di apertura e di buona volontà” è in realtà un mero brusio di sottofondo negli Stati Uniti oggi, dove la crisi economica occupa saldamente il posto d’onore nelle riflessioni degli esperti e degli analisti politici.
Pur non intendendo sottovalutare la gravità della difficile situazione economica statunitense, la ragione per cui l’America ha dato pochissimo spazio al discorso di Obama non è da attribuire all’attuale egemonia delle considerazioni economiche rispetto alle questioni internazionali nell’arena politica. Chi ha letto i discorsi del 44esimo Presidente degli Stati Uniti, dalla sua campagna elettorale ad oggi, sa piuttosto che la poca attenzione verso le ultime dichiarazioni di Obama sull’Iran negli USA è dovuta al fatto che il Presidente non ha alcuna intenzione di “cambiare rotta” rispetto alla linea politica di George W. Bush nelle questioni internazionali.
Nel concreto, la “novità” dell’era Obama che così tanto emoziona l’Europa sta nel ricorso alla diplomazia; nella disponibilità ai colloqui di pace; nella volontà di trattare all’interno del sempiterno baratto che revoca le sanzioni (o concede aiuti economici) in cambio di maggiore democrazia nei paesi mediorientali. Questa “apertura”, per restare con un termine caro alla stampa, non va però a compromettere l’impegno di Obama a difesa dei valori fondamentali dell’Occidente, incarnati dall’America. Gli Stati Uniti, ha affermato il Presidente, dovranno tornare ad essere una guida morale per il mondo; all’Iran non viene concesso il diritto al nucleare; né si tratta sulla legittima esistenza di Israele.
Posti questi capisaldi come linee guida della sua politica estera, la differenza tra la Dottrina Bush e l’approccio di Obama non sta nei contenuti, ma nei toni. La disponibilità alla distensione ed al dialogo appare come un’abile strategia politica per conquistare i Democratici al Congresso, nonché la benevolenza degli alleati europei, che dopo le due guerre mondiali hanno fatto della mediazione internazionale una scelta politica irrinunciabile.
Alla luce di tali considerazioni, il grande scienziato politico Zbigniew Brzezinski -non certo un uomo di destra- ha definito la strategia di Obama nei confronti dell’Iran una mossa politicamente astuta, anche se dagli improbabili risultati. La mediazione è efficace solo se ci si incontra a metà via: e questo con l’Iran difficilmente sarà possibile.
di Alia K. Nardini
Se i giornali e le televisioni italiane traboccano di notizie riguardanti l’“innovativa” e “decisa inversione di rotta” di Barack Obama nei confronti dell’Iran, in America si è dedicato ben poco spazio alle ultime dichiarazioni del Presidente, il quale in occasione del capodanno persiano ha invitato le massime autorità iraniane ad abbandonare la via della dittatura e dell’intransigentismo religioso, per intraprendere un cammino di democrazia e cooperazione con l’Occidente. Quello che in Italia è stato prontamente ribattezzato “un segnale di apertura e di buona volontà” è in realtà un mero brusio di sottofondo negli Stati Uniti oggi, dove la crisi economica occupa saldamente il posto d’onore nelle riflessioni degli esperti e degli analisti politici.
Pur non intendendo sottovalutare la gravità della difficile situazione economica statunitense, la ragione per cui l’America ha dato pochissimo spazio al discorso di Obama non è da attribuire all’attuale egemonia delle considerazioni economiche rispetto alle questioni internazionali nell’arena politica. Chi ha letto i discorsi del 44esimo Presidente degli Stati Uniti, dalla sua campagna elettorale ad oggi, sa piuttosto che la poca attenzione verso le ultime dichiarazioni di Obama sull’Iran negli USA è dovuta al fatto che il Presidente non ha alcuna intenzione di “cambiare rotta” rispetto alla linea politica di George W. Bush nelle questioni internazionali.
Nel concreto, la “novità” dell’era Obama che così tanto emoziona l’Europa sta nel ricorso alla diplomazia; nella disponibilità ai colloqui di pace; nella volontà di trattare all’interno del sempiterno baratto che revoca le sanzioni (o concede aiuti economici) in cambio di maggiore democrazia nei paesi mediorientali. Questa “apertura”, per restare con un termine caro alla stampa, non va però a compromettere l’impegno di Obama a difesa dei valori fondamentali dell’Occidente, incarnati dall’America. Gli Stati Uniti, ha affermato il Presidente, dovranno tornare ad essere una guida morale per il mondo; all’Iran non viene concesso il diritto al nucleare; né si tratta sulla legittima esistenza di Israele.
Posti questi capisaldi come linee guida della sua politica estera, la differenza tra la Dottrina Bush e l’approccio di Obama non sta nei contenuti, ma nei toni. La disponibilità alla distensione ed al dialogo appare come un’abile strategia politica per conquistare i Democratici al Congresso, nonché la benevolenza degli alleati europei, che dopo le due guerre mondiali hanno fatto della mediazione internazionale una scelta politica irrinunciabile.
Alla luce di tali considerazioni, il grande scienziato politico Zbigniew Brzezinski -non certo un uomo di destra- ha definito la strategia di Obama nei confronti dell’Iran una mossa politicamente astuta, anche se dagli improbabili risultati. La mediazione è efficace solo se ci si incontra a metà via: e questo con l’Iran difficilmente sarà possibile.
