La teoria del "tassa e spendi" e la realtà degli sgravi fiscali

di Sergio Morisoli

L’astuzia, dei fautori del “tassa e spendi”, starebbe nel concentrare l’attenzione su sole due dimensioni di lettura della politica finanziaria, ma entrambe destinate ad avere poco successo visto il nostro sistema proporzionale e consociativo: l’aumento delle imposte e la revisione dei compiti. L’alibi per il fallimento dell’esercizio è già scritto prima di iniziare: il popolo non vuole altri aggravi fiscali (per fortuna e come è giusto) e la politica a rimorchio dell’amministrazione pubblica non sa da che parte girarsi per la revisione dei compiti, visto che è ostaggio del concetto vacuo della “simmetria dei sacrifici”. Sacrifici che sono poi sempre assimmetrici poiché sono solo i contribuenti che pagano a farli, visto che a chi beneficia di sussidi e di aiuti statali è impossibile togliere qualche cosa. Per esperienza, di simmetrico finora ho soltanto visto la crescita anno per anno, questa sì veramente simmetrica, delle spese nei budget dei singoli dipartimenti. C’è chi mette le mani avanti sostenendo che si sarebbero sgravati troppo i cittadini negli scorsi anni e che quindi sarà giusto ed equo aumentare le imposte del 15% ai 165'000 lavoratori del Canton Ticino; colpevoli e correi di aver svuotato le casse pubbliche non rifiutando i vari pacchetti fiscali della politica di Marina Masoni. En passant, a questi cittadini sono stati aumentati i premi di casse malati e altri balzelli pubblici e cartellari obbligatori annullando spesso l’effetto dello sgravio per il loro portamonete. Altri politici preferiscono dire che basta lo status quo (né aumenti né sgravi), ben sapendo che in politica fiscale lo status quo è la peggior ricetta mentre una dozzina di cantoni si armano per abbassare le imposte, e soprattutto se nello status quo resteremo per otto anni (quattro passati e i prossimi quattro). Correggono però il tiro dicendo: almeno fino alla revisione dei compiti (campa cavallo…). Queste proposte sono tatticismi da imbarazzo perché le casse non sono vuote, non nonostante ma anzi grazie agli sgravi fiscali. Procedo nel rilevare alcune storture di ragionamento, colte qua e la tra i simpatizzanti di un forse già ma non ancora PD Ticinese. Come disse FrédericBastiat a metà XIX secolo, “Lo Stato, non dimentichiamolo mai, non possiede risorse sue. Lo Stato ha nulla, non possiede nulla al di fuori di ciò che toglie ai lavoratori.” (in Proprieté et loi, Journal des économistes 1848). Infatti non è possibile parlare di casse vuote se vale il pricipio di proprietà naturale (tardo scolastica XIV sec.) rafforzato dal diritto positivo moderno di proprietà privata in cui la ricchezza prodotta appartiene a chi l’ha prodotta (lavoratori e imprese) e non allo Stato. E’ perverso far credere il contrario, ovvero che allo Stato apparterrebbe tutto e che solo grazie alla sua generosità lascerebbe ai cittadini qualche parte della ricchezza da loro stessi prodotta. In virtù del pricipio di proprietà privata innanzitutto, ma anche sulla base delle speculazioni recenti sul probabile Consuntivo 2007 e degli anni precedenti, le casse dello Stato non sono mai vuote e non lo sono mai state. Ad esempio il gettito di imposta delle imprese è raddoppiato in 12 anni ( da circa 180 a 360 mio all’anno) favorito da una politica mirata di sgravi, attuando misure che incentivassero l’innovazione delle imprese esistenti e la creazione di nuovi posti di lavoro e nuove imprese, la valorizzazione della piazza finanziaria e del turismo. Come dire poi che le casse sono vuote e che la colpa è dei cittadini-contribuenti (circa 180'000) quando le imposte pagate da tutti loro non sono sufficienti per coprire i salari degli 8'000 dipendenti dello Stato (gettito persone fisiche 700 mio circa e costi del personale 820 mio circa all’anno). Inoltre, come si può parlare di casse vuote o di politica fiscale irresponsabile e di necessità di aumentare le imposte quando avendo ridotto la pressione fiscale mediamente del 30% soprattutto per i ceti medio bassi, i proventi fiscali sono aumentati globalmente del 30%, dimostrando appieno una legge questa sì scientifica: quella di Laffer; oppure quando l’8% dei contribuenti paga il 50% del gettito fiscale delle persone fisiche. Tanto per ricordare val la pena citare un grande teorico del liberalismo moderno, il prof. Pascal Salin: “Per il vero liberale, le imposte sono a priori sospette. Infatti, come indica lo stesso nome, le imposte sono imposte. Rappresentano un prelievo sulla proprietà dei contribuenti, reso possibile dall’esercizio della coercizione e non dal consenso esplicito del proprietario legittimo.” ( in Liberalismo, ed. Rubbettino). Forse sarebbe meglio ricalibrare la spesa su ciò che entra (comunque sempre in aumento) invece che proporre nuove spese senza abolirne di quelle vecchie, invocando aumenti di imposte per coprirle, con pena in caso contrario del taglio di servizi pubblici essenziali (ricatto che purtroppo ha funzionato parecchie volte). Nell’ambito del federalismo fiscale, e della sussidiarità verticale serve a poco giustificare un eventuale aumento di imposte dicendo che si è tra i Cantoni con la pressione più bassa. Questo ragionamento porta solo a concludere che ci vorrebbe un armonizzazione fiscale federale non solo formale ma anche materiale, il che sarebbe prima di tutto un aumento delle imposte per tutti ma soprattututto la fine del federalismo istituzionale e fiscale svizzero. Cioè la fine della responsabilità e della libertà locale per determinare sia la spesa che le imposte nonché dei rimedi di democrazia diretta per controllare la politica. Questo per sottolineare che la politica fiscale in quanto a significato e incidenza sulla realtà va ben oltre ai paragoni numerici e alla banalizzazione demagogica delle casse vuote. Per non rimanere con un pugno di mosche in mano, non andrebbero comunque scartati a priori i vecchi strumenti di controllo finanziari. Quegli approcci e interventi già dimostratitisi efficaci, se ben miscelati, fatti di diminuzione di imposte pianificate e di controllo attivo della crescita della spesa. E volendo osare, tentare l’introduzione della legge sul freno alla spesa e perché non anche del referendum finanziario obbligatorio. Concludo con le parole di Wilhelm Röpke: “Anche lo Stato più sano, ripetiamo, anche la morale più resistente e la società più robusta sopportano una misura massima di attività statale e di investimenti statali. Oltrepassata questa misura, il disgusto dello Stato, il disprezzo della legge e la corruzione si propagheranno sempre più e finiranno per avvelenare tutte le arterie della società.” (in Civitas humana, Parte II cap 18, 1944)