Le elezioni presidenziali 2008 e la continuità dello spirito americano

Relazione di Alia K. Nardini al Seminario organizzato dal "Circolo Tocqueville – Università Cattolica", Martedì 9 dicembre 2008

Le elezioni presidenziali del 4 novembre 2008 si sono svolte in nome del cambiamento -la nozione profondamente innovativa di change. La novità più palese è quella che ha visto l’elezione di un candidato afroamericano alla Presidenza degli Stati Uniti, un risultato di portata epocale.

Si è trattato inoltre delle prime elezioni, sin dal 1952, senza un incumbent: né il presidente né il vice in carica si sono candidati alla Casa Bianca, poiché G.W. Bush è al termine del suo secondo mandato e dunque non in grado di ripresentarsi, mentre Dick Cheney aveva già da tempo preannunciato di non voler correre per la presidenza. Nemmeno Barack Obama, né Joe Biden, avevano fatto parte di un ticket presidenziale in precedenza. La presenza di quattro candidati completamente inediti all’esperienza presidenziale conferma pertanto la voglia di cambiamento nella società americana, ancor prima che si arrivasse alle urne.

Si è trattato inoltre di una campagna elettorale che ha portato un numero elevato di cittadini a votare. Queste volontà partecipativa ha incarnato la determinazione del popolo americano di farsi carico del futuro del proprio paese, di dimostrarsi in grado di valutare proposte politiche differenti ed infine di scegliere il futuro della propria nazione, e la direzione che gli Stati Uniti intenderanno percorrere nel terzo millennio. Tale volontà partecipativa è un altro, innegabile segno del desiderio di cambiamento degli americani.

Il trionfo del Partito Democratico nel complesso è stato quello di dimostrarsi leader in quelli che vengono ritenuti dagli analisti politici americani gli elementi fondamentali capaci di decidere il risultato elettorale: la party identification, ovvero la volontà degli elettori di riconoscersi in uno schieramento; e la perceived abililty, vale a dire la fiducia che gli elettori hanno nel proprio partito ritenendolo capace di agire efficacemente all’interno del quadro politico-amministrativo del paese. Inoltre nello scenario politico americano il Partito Democratico è da sempre percepito come maggiormente in grado di affrontare le difficoltà economiche.

All’interno del Grand Old Party, si è assistito all’ascesa di una figura originale: John McCain l’indipendente, il RINO (Republican in name only) che sembrava disposto in virtù del proprio spirito indomito e del proprio passato segnato da importanti collaborazioni bipartisan ad avversare la linea ufficiale del Partito su questioni importanti, promettendo di chiudere la prigione di Guantanamo Bay, approvando la ricerca sulle cellule staminali, giurando di combattere la corruzione ed impegnandosi a proteggere l’ambiente. Perché a proposte così innovative non è corrisposto un adeguato successo elettorale? Il problema è stato che McCain ha dovuto abbandonare il suo spirito maverick a favore di una linea più tradizionalmente conservatrice per conquistare lo zoccolo duro del proprio partito; una volta ottenuta la nomination, ha dovuto comunque lasciare in ombra le proprie convinzioni personali, condizionato dalla necessità di presentare un’immagine coerente e dal bisogno di mantenere coeso il partito. È da rilevare inoltre come in seguito ai successi riportati nel corso del surge -progetto fortemente voluto e strenuamente difeso dallo stesso McCain- la guerra in Iraq ha perso rilevanza nella corsa presidenziale, e con essa è diminuita l’importanza di eleggere alla Casa Bianca prima e sopra a tutto un autorevole commander in chief.

Nel complesso, il tema decisivo nella corsa alla Casa Bianca è stato la crisi economica; contrariamente alle previsioni formulate nel 2007, si sono rivelati meno importanti del previsto: la guerra in Iraq, in parte anche in seguito ai successi conseguiti dal surge del generale Petraeus; il cosiddetto effetto Bradley, secondo il quale molti sostenitori di Obama avrebbero poi nel segreto dell’urna votato per il candidato Repubblicano sulla base di pregiudizi razziali –d’ora in avanti, come ha affermato Massimo Teodori, la razza non sarà più un elemento distintivo negli USA, né un fattore da analizzare nel corso delle prossime elezioni presidenziali. Sono passati in secondo piano anche il massiccio utilizzo dei media da parte del candidato Democratico -lo spot di trenta minuti a reti unificate voluto da Obama alla vigilia delle elezioni; e l’origine dei fondi utilizzati nella campagna del Senatore dell’Illinois, il quale -a fronte di un incredibilmente capace utilizzo di internet per incentivare le donazioni- ha però ricorso a fondi federali ai quali aveva precedentemente negato di voler accedere e ha disabilitato la necessità di collegare tali donazioni ad un indirizzo, rendendo così possibili finanziamenti multipli e depotenziando le accuse di una loro eventuale dubbia provenienza. Su questi ultimi due aspetti, la stampa ha preferito soprassedere, attirando le accuse di media bias che sin dagli anni Settanta il Partito Repubblicano muove ai Democratici.

Nel complesso, come ha notato acutamente uno dei più grandi analisti politici statunitensi, Michael Barone, si è trattato di un confronto giocato sul temperament, not policies, ovvero più sullo stile e sulla personalità dei candidati che sulle loro concrete proposte politiche. Barone utilizza una similitudine molto appropriata: se McCain ha affrontato la corsa alla Presidenza da pilota dell’aviazione, gettandosi con coraggio ed impulsività nei dibattiti che hanno dominato la campagna elettorale, Obama è apparso come un avvocato calmo e controllato, capace di affrontare metodicamente e con fredda razionalità gli argomenti più controversi e scottanti come la crisi economica. Di fronte a due approcci così differenti, l’America ha dimostrato di prediligere che sia l’avvocato, e non il pilota, a guidarla.

Guardare tuttavia ai risultati elettorali come ad un blocco compatto di preferenze espresse a favore di Obama può essere fuorviante, come appare evidente da una più attenta analisi della distribuzione dei voti. È opportuno ricordare che il sistema elettorale statunitense non prevede l’elezione diretta del Presidente, ma quella di grandi elettori (ECV o electoral college votes) a livello statale che a loro volta votano per il Presidente. Il rapporto tra il numero di abitanti per stato ed ECV disponibili al suo interno fa sì che -come in questo caso- il divario tra le percentuali di preferenza espresse dai votanti (45% a 53%) non sia così drastico come invece quello tra ECV espressi dai grandi elettori (365 a 163). Nel complesso, McCain ha raccolto consensi solidi negli Stati Uniti centrali ed in quasi tutto il sud -con le autorevoli eccezioni di California, Florida, New Mexico e Colorado- complice anche la capacità della sua running mate Sarah Palin di suscitare entusiasmo nel partito e parlare alla middle class americana più tradizionalista e conservatrice. Obama ha invece saputo creare quella che è stata definita una top and bottom coalition, ovvero un raggruppamento che raccoglie al suo interno le fasce a reddito più povero e le minoranze etniche (in particolar modo i neri e gli ispanici), insieme agli abitanti degli affluenti sobborghi di città, gli intellettuali, gli accademici ed i media -in pratica tutta l’America costiera.

È importante tenere presente questo dato ricordando che Obama ha conquistato la presidenza vincendo negli stati chiave come Ohio, Florida, Pennsylvania e Colorado -la cui migliore definizione resta quella di swing states, data la loro propensione a cambiare di frequente orientamento politico, e non solo per ragioni di carattere demografico.

Dove andranno ora gli Stati Uniti?

L’elezione di Obama non significa che l'America, la right nation, sia diventata improvvisamente meno conservatrice. Quello che negli Stati Uniti non cambia, ed anzi sta andando radicalizzandosi -come hanno dimostrato i referendum collegati alle elezioni presidenziali, ed ha rilevato anche uno dei più grandi filosofi politici americani, Michael Walzer, di orientamento liberale- è la fede nei valori tradizionali. La California, ad esempio, è stata chiamata a votare sulla Proposition 8 che chiedeva di cambiare la definizione statutaria del matrimonio solo come l’unione “tra persone di sesso diverso”. Con il 52,1% dei voti a favore lo Stato americano più grande e (finora) più liberal degli Stati Uniti ha annullato la decisione della Corte Suprema che, nel maggio scorso, aveva reso possibili le nozze omosessuali.

Questo fatto è indubbiamente un segnale positivo per il Partito Repubblicano. Alla luce di questo dato l’analista politico americano David Frum indica una duplice strada da percorrere: da un lato rafforzare il consenso WASP (White, Anglo-Saxon and Protestant), quello della piccola imprenditoria e della classe media identificatasi in Joe l’Idraulico e Sarah Palin; d’altro canto, in futuro il Grand Old Party dovrà cercare di rivestire una posizione dominante nelle università conquistando il consenso delle classi intellettuali, colte e giovani -consenso che il Partito un tempo vantava e che fu irrimediabilmente perduto negli anni Sessanta e Settanta.

I conservatori da un lato lavoreranno per riabilitare la presidenza Bush, come hanno iniziato a fare già nell’ultimo anno e molto probabilmente seguiteranno a fare. Norman Podhoretz nel suo “Is the Bush Doctrine Dead?” del 2006 aveva già anticipato come la Dottrina Bush ha radicato profondamente nel patrimonio storico-politico statunitense, cambiando in maniera considerevole il modo con cui gli USA si approcciano alle grandi questioni internazionali –dunque fondamentalmente nel modo di vedere la politica estera. Esattamente come per la Dottrina Truman, che necessitò della Presidenza Reagan per realizzarsi appieno, la Dottrina Bush se4condo Podhoretz darà i suoi frutti migliori con il passare degli anni. Charles Krauthammer scrive che “La Storia giudicherà Bush per i meriti nella guerra al terrorismo”, mentre Robert Royal sostiene che “Bush ha garantito la sicurezza dell'America subendo critiche ingiuste”. David Frum ritiene che “La Storia sarà più clemente con George W. Bush” rispetto ai critici che invece lo giudicano fin troppo aspramente, mentre Joshua Muravchik, nel suo “Two Cheers. Second Thoughts on the Bush Doctrine”, argomenta come l’unica grande manchevolezza di Bush è quella di non aver contenuto l’Iran.

Riguardo al Presidente Barack Obama, il fronte più moderato del Partito Repubblicano si propone di mantenere un atteggiamento interlocutorio: per dirla con William Kristol, appoggiandolo quando possibile, conferendo il beneficio del dubbio nelle situazioni ambigue e confrontandosi con lui attraverso le critiche costruttive ed un’opposizione leale qualora affioreranno le diversità. Emerge in ogni caso una cauta speranza dagli scritti di alcuni neoconservatori verso l’Amministrazione Obama: tale speranza si basa sul discorso tenuto dal Senatore dell’Illinois al Chicago Council on Global Affairs lo scorso anno. Qui Obama si dichiarò senza indugi fermamente contrario ad ogni prospettiva declinista, abbracciando un interventismo di matrice valoriale in politica estera sempre più improntato alla prevention piuttosto che alla preemption, aumentando la spesa militare per combattere la guerra al terrorismo, e impegnandosi a difendere i diritti umani nel mondo. Per chi desiderava una quarantaquattresima Presidenza statunitense scevra da considerazioni morali, questo certamente non accadrà con Barack Obama.

Il Partito Democratico d’altro canto sarà d’altro canto impegnato a governare, e nel contempo chiamato a mantenere le promesse formulate in campagna elettorale. Resta la consapevolezza, come nota il direttore della rivista Commentary John Podhoretz, che se Obama intenderà realisticamente dimostrarsi un autorevole commander in chief e tutelare al meglio la sicurezza nazionale dell’America, potrebbe incontrare la difficoltà di relazionarsi ad un partito che ha già dimostrato di non avere fiducia nei propri rivali, ma non si è ancora identificato fedelmente nei propri rappresentanti. Obama dovrà lavorare duramente per mantenere unita la propria coalizione, opponendosi alla sinistra più radicale e dimostrando di voler onorare l’impegno delineato nel già citato discorso al Chicago Council on Global Affairs, ribadito più volte anche nel corso della campagna presidenziale: non potrà nascondersi dietro le posizioni di quegli “pseudofalchi” (il termine è di Joshua Muravchik) che sostengono di volere un ritiro dall’Iraq solo per rafforzare l’impegno statunitense a Kabul, mentre in realtà preferiscono semplicemente rimandare ad un futuro indefinito quello che potrebbe essere già nel presente un valido impegno per la sicurezza dell’America. Sarà inoltre chiamato a contrastare l’Iran nucleare, il Pakistan antidemocratico con legami sempre più stretti con il terrorismo internazionale, l’Afghanistan sempre più difficile da pacificare e la Russia neoimperialista; infine, il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti dovrà tener fede al proprio dovere nei confronti dell’economia, risollevando il paese dalla crisi -compito tutt’altro che facile, e non unicamente affidato alle sue capacità ed a quelle dei suoi consiglieri.

Osservando i risultati delle elezioni presidenziali 2008, e tenendo conto delle opinioni espresse dagli americani nei sondaggi e negli exit polls, è lecito sostenere che nessun candidato avrebbe potuto battere Barack Obama, a fronte della crisi economica e di una presidenza Repubblicana uscente percepita da troppi cittadini come incapace ad affrontare la recessione che attanaglia il paese. L'America sentiva l’urgente bisogno di cambiare, di lasciarsi alle spalle quello che vedeva come un periodo buio, temendo profilarsi all’orizzonte lo spaventoso crinarsi del sogno americano. Gli Stati Uniti avevano la necessità e il desiderio di tornare a sperare, a sognare; come accadde con Ronald Reagan nel 1980 (il paragone è di J. Podhoretz), gli USA hanno scelto un Presidente che è stato percepito come in grado di sanare le ferite passate, e di incarnare le aspettative future -seppur declinate in forme diverse, dove i vari sottogruppi politici, etnici, generazionali e di genere hanno riposto in Barack Obama speranze differenti.

La continuità all’interno della politica statunitense

È quanto mai opportuno notare che le convinzioni dei due candidati presidenziali non sono mai apparse così simili come nelle elezioni 2008: gran parte di quanto Barack Obama ha sostenuto in campagna elettorale non si è affatto distinto dalla posizione di John McCain in merito a tematiche importanti quali la sicurezza nazionale, l’ambiente, la collaborazione bipartisan con l’opposizione e la ricerca scientifica. Le differenze tra la posizione Democratica e Repubblicana oggi si esprimono quasi esclusivamente nell’ambito del welfare; per quanto riguarda la politica estera, le diversità sono piuttosto di tipo procedurale e non concettuale.

La ragione di questa continuità nella politica statunitense va ricercata nell’inconfutabile influenza esercitata dal neoconservatorismo dapprima sul Partito Repubblicano, ed in seguito su tutta l’America. I neoconservatori erano Democratici che negli anni Settanta si allontanarono dal partito, per passare al fronte Repubblicano con l’elezione di Ronald Reagan, sostenendo il capitalismo moderato e l’anticomunismo, la politica estera interventista, ed in seguito il regime change e la guerra al terrorismo. Con l’affermarsi di questa prospettiva nel Grand Old Party, dapprima con la Dottrina Bush ed in seguito con la scelta ufficiale di John McCain come candidato presidenziale, quello che più stupisce è come la persuasione neoconservatrice abbia in realtà inciso su tutta la tradizione politica statunitense, sino a divenire parte dell’America, del modo in cui questa nazione guarda a se stessa.

Da un Grand Old Party elitario, di grandi imprenditori ed intellettuali, e da un Partito Democratico in balìa del relativismo culturale che appoggiava uno stato sociale invasivo nei confronti dell’individuo, il neoconservatorismo ha saputo creare un’ampia zona di consenso, trasversale ai due schieramenti, che ha recuperato l’uomo e la morale, il capitalismo moderato e la fede nella bandiera. I neoconservatori hanno già cambiato il Partito Repubblicano. Forse oggi, più che mai, si sta realizzando il loro sogno di riportare il Partito Democratico sulla retta via.

Questo perché oggi l’America si appresta ad accogliere un Presidente che, proprio come John McCain, si è dichiarato intenzionato a chiudere Guantanamo; che personalmente è contrario all’aborto, ma non vuole privare le donne della possibilità di scegliere; che nutre una profonda fede, pur non reputando che il religiously informed argument debba far parte delle decisioni politiche dell’America in modo inderogabile; che mette la sicurezza degli Stati Uniti al primo posto, auspicando un maggiore coinvolgimento del proprio paese in Afghanistan e caldeggiando la linea dura contro il terrorismo; che vuole fortemente una soluzione alla questione palestinese, pur sostenendo imprescindibilmente il diritto alla sopravvivenza ed alla sicurezza di Israele; che è disposto a dialogare con l’opposizione per una nuova e più giusta concezione di welfare; e che intende promuovere i diritti umani nel mondo. Queste sono posizioni che il neoconservatorismo, molto prima di Barack Obama, ha sostenuto e contribuito a radicare saldamente all’interno della tradizione politica statunitense. Quello che eventualmente cambierà saranno i modi attraverso i quali il quarantaquattresimo Presidente intenderà attuare tali progetti; ciò nonostante, la via che l’America intende seguire è stato tracciata sin dagli anni Settanta, e i neoconservatori hanno innegabilmente -e largamente- contribuito a far sì che essa si affermasse nell’American way of life.

Se questo è realmente quello che volevano gli Stati Uniti quando hanno scelto Barack Obama per guidarli attraverso il Ventunesimo secolo, si vedrà alla prima verifica già tra due anni, nelle elezioni di midterm.

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