Scegliere e sbagliare in libertà

di Alia K. Nardini

Giovedì 11 dicembre il Senato statunitense, di orientamento Democratico (59 membri su 41), ha respinto l’Auto Industry Relief Fund: una proposta di intervento federale da 14 miliardi di dollari mirata ad alleviare la pressione economica sulle grandi case automobilistiche -General Motors, Chrysler e Ford. Il piano d’emergenza, redatto dal direttore della Commissione dei Servizi Finanziari Barney Frank, era stato fortemente voluto dalla speaker alla Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, aveva ottenuto il beneplacito ufficiale del Presidente George W. Bush ed era vivamente caldeggiato dal neoeletto Barack Obama.

Di fronte ad un tale sostegno bipartisan, è lecito chiedersi cosa abbia fatto naufragare la proposta con soli 35 giudizi a favore e 42 contrari. In realtà il Senato ha dato segno di non voler accettare un ruolo troppo invasivo dello Stato negli affari privati: al di là delle divisioni politiche tra Democratici e Repubblicani, l’America nel complesso guarda con sospetto alla possibilità che sia lo Stato, e non il mercato, a determinare il destino delle imprese.

Al momento, appare altresì improbabile l’ipotesi avanzata dal sindacato United Auto Workers, secondo la quale andrebbe destinata all’industria automobilistica parte del Trouble Assets Relief Program: il progetto più consistente all’interno di quell’Emergency Economic Stabilization Act da 700 miliardi di dollari firmato da Bush il 3 ottobre 2008. L’industria automobilistica non può difatti rientrare tra i beneficiari del programma, poiché il TARF prevede interventi mirati principalmente sui mutui prime e subprime, ed unicamente al fine di conferire solidità e stabilità alle banche ed alle istituzioni finanziarie.

La Casa Bianca, che attraverso il proprio ufficio stampa si è dichiarata "delusa" dal risultato della votazione di giovedì, premerà certamente affinché si trovi rapidamente una soluzione per dare nuovo slancio all’industria automobilistica statunitense. Ciò nonostante, coloro che solo poche settimane fa celebravano l’avvento di "un nuovo New Deal" dovrebbero guardare con più attenzione a quanto è accaduto la scorsa settimana in Senato.

È stato difatti espresso un sentimento di profonda diffidenza verso le ingerenze in ambito economico dello "Stato onnicompetente", come lo definì Robert Nisbet; ancora più importante, viene ribadita l’essenza dello spirito americano: la volontà di lasciare spazio all’individuo all’interno del mercato affinché possa scegliere -e sbagliare- liberamente, pagando per i propri errori ed imparando da essi. È questo il sentimento che ha sempre permesso all’America di risollevarsi dalle difficoltà, tornando a rinascere ogni volta più grande, e che anche questa volta la salverà dalla crisi.