Dinosauri avevano ragione
Note inattuali sulla crisi, ovvero i dinosauri avevano ragione
di Raffaele Iannuzzi
La crisi non è finanziaria. La globalizzazione è lo spazio, ma non causa niente di particolare. Tutto accade nello spazio di un’economia-mondo che già Wallerstein aveva periodizzato, facendone, appunto, la storia. Dopo l’Impero e l’idea stessa di Impero, con Roma e la Romanità (riveduta e corretta), è la volta del Rinascimento che, alla Braudel, costituisce la Gestalt della modernità, infine siamo al tardo XIX° secolo, il periodo in cui emerge la forza degli Imperi già decadenti, da un lato, si veda l’intera gigantesca questione mitteleuropea (e la triade Mann-Novalis-Kafka esprime un lessico non unitario e discontinuo della Krisis): di qui si tirano alcune linee storiche che mettono in questione l’ideologia del “secolo breve” di Hobsbawn, perché, in realtà, il secolo fu lunghissimo ed ebbe propaggini altrettanto lunghe. Ma lasciamo sullo sfondo la periodizzazione, perché il nodo analitico riguarda la Gestalt della crisi contemporanea. La globalizzazione è solo lo spazio, ma la globalizzazione, come l’essere di Aristotele, si dice in molti modi, non tutti coerenti, sul piano teorico e lessicale. Certo è che la crisi finanziaria è l’epifenomeno di una ristrutturazione capitalistica che attraversa fasi complesse e traccia un disegno variamente influenzato da effetti in intenzionali. La pubblicistica odierna opera secondo strade ideologiche. Intanto, ha bisogno di una strategia della rassicurazione, perché lo stress alimenta anche l’intelligenza e la mens, tanto individuale quanto collettiva. E questa strategia fa incrociare il pericolo costante del crack finanziario con il “crollismo” di nuova generazione. Secondo un antico pensiero: il cretinismo economico ovvero il romanticismo economico. Che sono sempre strategie della rassicurazione. Che non spiegano, né dispiegano, ma confortano nella paradossale scelta del “si salvi chi può”. Quel che rimane fuori da questa strategia retorica è l’oggetto della crisi, cioè il modo di produzione capitalistico. Un “modo” una Produktionsweise, una Gestalt, dunque, che si alimenta della crisi come carburante, ma non per questo accetta qualsiasi soluzione alle crisi stesse. Questo è il punto e qui si deve inserire la politica come variabile sistemica non cancellabile, neppure dalla retorica più che neoliberista direi antropo-liberista, secondo la quale è “naturale” che l’uomo proceda secondo i criteri meccanici, spontanei e, oggi, neppure “fisici”, direi, del mercato. Dal materialismo storico – vs la critica dell’economia politica – all’antropo-liberismo. Ebbene, questa crisi è l’epifenomeno di questo sommovimento strutturale, che i “derivati” hanno imposto con la logica delle cartolarizzazioni, cioè del signoraggio elevato alla potenza di governo dell’asset. La globalizzazione ha reso integrata la crisi e l’ha resa virale, ma non l’ha prodotta. Il dado è, infatti, tratto, da quando i mercati hanno cessato di essere volani dello scambio per tradursi in spazi di cartolarizzazioni e svendite di valore di carta, secondo l’imponente bancocrazia, figlia di uno strutturalismo post-sessantottino. I baby-boomers – su questo punto ha mille ragioni da vendere quel matto di Lyndon H. Larouche jr – sono sessantottini finalmente redivivi grazie alla finanza separata dal modo di produzione di una civiltà materiale, cioè dal capitalismo schumpeteriano-misesiano-einaudiano-ropkiano. Tutto si tiene. E chi, oggi, si lamenta ipocritamente di questa deriva, l’ha, di fatto, se non creata, almeno alimentata, quando ha bollato come “dinosauri” i marxisti non dottrinari e gli schumpeteriani critici. Con buona pace del post-keynesismo, diventato il capro espiatorio di un’epoca definita rozzamente come “reaganiana”. Il capitalismo ha le sue regole perché, in quanto “modo di produzione”, produce una civiltà e una cultura. Questa crisi è il prodotto dello smarrimento di questa certezza culturale e, di conseguenza, comportamentale. Un fenomeno collettivo che ha rovesciato il capitalismo rendendolo figlio della “natura delle cose”. Naturalizzazione di ciò che è storicamente determinato. Sì, i dinosauri avevano ragione. I sessantottini antropo-liberisti perdono terreno rispetto ai nonni, già traditi dai loro padri.
di Raffaele Iannuzzi
La crisi non è finanziaria. La globalizzazione è lo spazio, ma non causa niente di particolare. Tutto accade nello spazio di un’economia-mondo che già Wallerstein aveva periodizzato, facendone, appunto, la storia. Dopo l’Impero e l’idea stessa di Impero, con Roma e la Romanità (riveduta e corretta), è la volta del Rinascimento che, alla Braudel, costituisce la Gestalt della modernità, infine siamo al tardo XIX° secolo, il periodo in cui emerge la forza degli Imperi già decadenti, da un lato, si veda l’intera gigantesca questione mitteleuropea (e la triade Mann-Novalis-Kafka esprime un lessico non unitario e discontinuo della Krisis): di qui si tirano alcune linee storiche che mettono in questione l’ideologia del “secolo breve” di Hobsbawn, perché, in realtà, il secolo fu lunghissimo ed ebbe propaggini altrettanto lunghe. Ma lasciamo sullo sfondo la periodizzazione, perché il nodo analitico riguarda la Gestalt della crisi contemporanea. La globalizzazione è solo lo spazio, ma la globalizzazione, come l’essere di Aristotele, si dice in molti modi, non tutti coerenti, sul piano teorico e lessicale. Certo è che la crisi finanziaria è l’epifenomeno di una ristrutturazione capitalistica che attraversa fasi complesse e traccia un disegno variamente influenzato da effetti in intenzionali. La pubblicistica odierna opera secondo strade ideologiche. Intanto, ha bisogno di una strategia della rassicurazione, perché lo stress alimenta anche l’intelligenza e la mens, tanto individuale quanto collettiva. E questa strategia fa incrociare il pericolo costante del crack finanziario con il “crollismo” di nuova generazione. Secondo un antico pensiero: il cretinismo economico ovvero il romanticismo economico. Che sono sempre strategie della rassicurazione. Che non spiegano, né dispiegano, ma confortano nella paradossale scelta del “si salvi chi può”. Quel che rimane fuori da questa strategia retorica è l’oggetto della crisi, cioè il modo di produzione capitalistico. Un “modo” una Produktionsweise, una Gestalt, dunque, che si alimenta della crisi come carburante, ma non per questo accetta qualsiasi soluzione alle crisi stesse. Questo è il punto e qui si deve inserire la politica come variabile sistemica non cancellabile, neppure dalla retorica più che neoliberista direi antropo-liberista, secondo la quale è “naturale” che l’uomo proceda secondo i criteri meccanici, spontanei e, oggi, neppure “fisici”, direi, del mercato. Dal materialismo storico – vs la critica dell’economia politica – all’antropo-liberismo. Ebbene, questa crisi è l’epifenomeno di questo sommovimento strutturale, che i “derivati” hanno imposto con la logica delle cartolarizzazioni, cioè del signoraggio elevato alla potenza di governo dell’asset. La globalizzazione ha reso integrata la crisi e l’ha resa virale, ma non l’ha prodotta. Il dado è, infatti, tratto, da quando i mercati hanno cessato di essere volani dello scambio per tradursi in spazi di cartolarizzazioni e svendite di valore di carta, secondo l’imponente bancocrazia, figlia di uno strutturalismo post-sessantottino. I baby-boomers – su questo punto ha mille ragioni da vendere quel matto di Lyndon H. Larouche jr – sono sessantottini finalmente redivivi grazie alla finanza separata dal modo di produzione di una civiltà materiale, cioè dal capitalismo schumpeteriano-misesiano-einaudiano-ropkiano. Tutto si tiene. E chi, oggi, si lamenta ipocritamente di questa deriva, l’ha, di fatto, se non creata, almeno alimentata, quando ha bollato come “dinosauri” i marxisti non dottrinari e gli schumpeteriani critici. Con buona pace del post-keynesismo, diventato il capro espiatorio di un’epoca definita rozzamente come “reaganiana”. Il capitalismo ha le sue regole perché, in quanto “modo di produzione”, produce una civiltà e una cultura. Questa crisi è il prodotto dello smarrimento di questa certezza culturale e, di conseguenza, comportamentale. Un fenomeno collettivo che ha rovesciato il capitalismo rendendolo figlio della “natura delle cose”. Naturalizzazione di ciò che è storicamente determinato. Sì, i dinosauri avevano ragione. I sessantottini antropo-liberisti perdono terreno rispetto ai nonni, già traditi dai loro padri.
