Aiutiamo Eluana a vivere

di Rocco Buttiglione

La corte di Cassazione ribadisce la propria posizione, io ribadisco il mio dissenso. Sul metodo e sul merito. Sul metodo: i giudici non sono i padroni delle leggi, ma ne sono i servitori. Non le fanno, ma sono tenuti ad interpretarle ed applicarle secondo le intenzioni del legislatore. Non esiste nessun vuoto nell’ordinamento che i giudici debbono colmare. La fattispecie in questione è chiaramente prevista dal Codice Penale e si chiama “omicidio del consenziente” nel caso in cui il consenso possa essere sufficientemente provato. Oppure, semplicemente “omicidio” ove tale prova non sia possibile o non sia sufficiente. Questo non è solo il mio parere, ma l’opinione autorevole del decano dei penalisti italiani, prof. Giuliano Vassalli. Per di più la Corte non si pronuncia su di un fatto avvenuto, per esempio assolvendo con una qualunque motivazione chi avesse commesso il fatto. No: la Corte si pronuncia in via preventiva. Se questo non è creare diritto venendo meno in modo flagrante al principio della separazione di poteri, non so cosa lo sia. Probabilmente abbiamo bisogno di una legge di revisione costituzionale per ribadire i diritti del parlamento - che solo può fare le leggi - ed i limiti della giurisdizione, che non può mai trasformarsi in attività legislativa. Vediamo il merito. Una giovane donna dorme, senza segni evidenti di sofferenza. Respira, senza l’aiuto di una macchina. Consuma un poco di acqua e di cibo attraverso un apparecchio semplicissimo che anche un non medico è in grado di far funzionare. Non sappiamo se pensi o cosa pensi. Siamo liberi di proiettare su di lei i nostri pensieri? Alcuni di noi pensano che la sua situazione sia degradante, intollerabile, indegna di un essere umano e che, al suo posto, preferirebbero morire. Ma lo pensa anche lei? Non lo sappiamo. Alcuni dicono che una volta lo ha pensato anche lei davanti al letto di un amico condannato ad un simile destino. Siamo certi che lo pensi ancora? Si dicono molte cose quando si è fuori da una concreta situazione esistenziale che non si ripeterebbero mai quando in quella situazione effettivamente si entra. Nessuno di noi sa come reagirebbe davvero nel momento della prova. Può bastare una frase, pronunciata tanto tempo fa, a condannarla oggi? Un argomento fondamentale che si adotta contro la pena di morte è che il condannato, negli anni che trascorrono tra il momento in cui ha commesso il fatto e quello in cui viene eseguita la sentenza, è diventato un’altra persona. Ed Eluana dovrà morire per una frase pronunciata tanti anni fa? Altri sono chiamati a decidere per lei. Ma siamo certi che ci sia qualcuno oggi in grado di interpretare la sua volontà? Esistono decisioni personalissime, che non possono in alcun modo essere delegate, nemmeno ad una persona nella quale si riponga una fiducia assoluta. Non possono neppure essere anticipare con un atto di volontà formulato in un tempo precedente.

Possono essere prese solo dal soggetto interessato nella circostanza concreta, o da nessun altro. Non è questa, sulla propria vita e sulla propria morte, per eccellenza una decisione personalissima? Cosa ci garantisce che la decisione sia presa nell’interesse del malato e non nell’interesse nostro, di noi sani, forti, felici, che non tolleriamo lo spettacolo della sofferenza dell’altro, che non riusciamo a trovare pensieri o parole per rispondere all’appello silenzioso che comunque la sofferenza umana rivolge alla nostra coscienza? Su quali fragili basi si decide della vita e della morte di una persona innocente! Davanti ad un suicida non agiamo nello stesso modo. In quel caso è chiaro ed inequivocabile quale sia la sua volontà. Lo dimostra un atto più eloquente di qualunque documento legale. E tuttavia non esitiamo a buttarci in mare per sottrarlo alle onde, a portarlo al pronto soccorso, ad affidarlo alle mani di medici e personale sanitario che lo curano, lo operano se necessario, gli salvano la vita. Agiamo così sulla base di un pregiudizio generale favorevole alla vita, che ci fa pensare che quella volontà del suicida non fosse pienamente valida, ma frutto di un obnubilamento della ragione e di un cedimento della volontà. Nella grande maggioranza dei casi l’aspirante suicida è contento di essere stato restituito alla vita ed è grato ai suoi salvatori. Dobbiamo adesso aspettarci delle sentenze di condanna per chiunque abbia salvato la vita a chi ha tentato il suicidio? E con quali criteri decideremo quali vite sono degne di essere vissute e quali no, una volta che abbiamo preso sulla nostre spalle il carico di questa enorme responsabilità? Io non faccio fatica ad immaginare molte vite certo più indegne di essere vissute che non quella di Eluana. Vuol dire questo che dovremo abituarci al pensiero che è meglio aiutare la gente a morire piuttosto che aiutarla a vivere?